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Un filosofo nel porto di Cuba

Claudio Tognonato, Il Manifesto, 16 ottobre 2005

Simone de Beauvoir, Jean-Paul Sartre e Che Guevara

Ventidue febbraio 1960, Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir sbarcano all’aeroporto dell’Avana. È passato solo un anno da quando i barbudos sono scesi dalla Sierra Maestra e hanno cacciato via Fulgencio Batista, il dittatore di turno. Fidel Castro è un giovane avvocato, Ernesto Che Guevara, medico argentino, è presidente della Banca Centrale di Cuba. Non era diventato ancora l’ennesima icona del consumismo occidentale, il suo volto restava ancora sconosciuto. Il Che è il promotore della guerra di liberazione contro l’imperialismo americano, il teorico della “guerra di guerriglia” come risposta continentale all’oppressione del Nord verso il Sud del pianeta.

Jean-Paul Sartre, simbolo dell’intellettuale di sinistra, è anche il filosofo che non ha mai preso la tessera del partito comunista francese, ma vuole conoscere da vicino una rivoluzione. Mentre Sartre visita Cuba, a Parigi, la casa editrice Gallimard, sta completando la stampa della Critica della ragione dialettica e il libro uscirà infatti qualche mese dopo, ad aprile. Sartre vuole affiancare esistenzialismo e marxismo, vuole cioè rimettere in movimento la dialettica sclerottizzata dei partiti comunisti al potere nei paesi dell’Est e di quelli ad occidente dell’Elba.

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