di Lucia Mango, resp. Lavoro PCI

Ogni giorno in questo paese muoiono lavoratori sul lavoro. La polizia carica i lavoratori in agitazione, ferendo anche i rappresentanti delle istituzioni, che ancora ritengono doveroso essere solidali con i lavoratori che resistono ai licenziamenti, alle smobilitazioni, alle delocalizzazioni.Una situazione grave, alla quale è necessario porre rimedio, pena la fine dello stato di diritto, della Repubblica democratica fondata sul lavoro.Non è un caso ma una scelta fondamentale quella di aver sancito che questo paese si fondasse sul lavoro.Mancanza di sicurezza sul lavoro, mancanza di diritti e tutele e scadimento del ruolo delle istituzioni nel senso comune non sono questioni slegate tra loro, bensì strettamente correlate, che trovano fondamento nelle politiche ultraliberiste degli ultimi 30 anni.

Questo modello di società, in cui il lavoratore è forza-lavoro e non motore dello sviluppo e del progresso della persona in sé e della società insieme, ha generato i suoi mostri.E’ allarmante l’indifferenza con cui si assiste ogni giorno alle morti più ingiuste, la morte di chi sta lavorando per vivere, in un paese in cui ormai pare cosa normale vivere per lavorare, per un tozzo di pane per sé e che non basti per una famiglia, sia mai che la liberazione dal bisogno renda liberi, liberi di avere tempo, tempo di informarsi, di istruirsi, di conoscere, di non volere più essere mero strumento del profitto altrui.Questa indifferenza, che sa di rassegnazione, di assuefazione, è l’altra faccia della medaglia che mostra che la maggiorparte dei lavoratori di questo paese non vede più nella politica il formidabile strumento di cambiamento che essa deve essere.Un sistema, quello italiano di oggi, basato sulla supina accettazione di quello che è, quasi che fosse l’unica realtà possibile.

sostieni il partito

Per questo è necessario non abdicare alla ricostruzione di un partito che voglia il lavoro al centro della vita politica del paese, che porti i lavoratori in parlamento e nelle istituzioni, riconsegnando ad esse senso e dignità. Neanche di fronte a questa strage quotidiana possiamo rassegnarci all’esistente ma dobbiamo ricostruire un partito comunista che ristabilisca le priorità e  ridia dignità al lavoro, sicurezza ai lavoratori e ruolo democratico alle istituzioni, perché solo attraverso la partecipazione dei lavoratori alla politica è possibile esercitare il necessario controllo affinché essa dia le necessarie risposte ai bisogni di chi vive del proprio lavoro e con esso dà il proprio fondamentale contributo al progresso della società, una società che può essere giusta solo se superiamo l’indignazione e cominciamo a chiedere ciò che ci spetta: lavoro, sicurezza, diritti e dignità.

Un decreto che non risolve i problemi

Cangemi (PCI): Scuola, un decreto che non risolve i problemi

Dichiarazione di Luca Cangemi, responsabile nazionale scuola del Partito Comunista Italiano.

Il decreto legge varato dal governo non è un atto in grado di affrontare i drammatici problemi del settore dell’istruzione e neanche di tamponare l’emergenza che ha caratterizzato drammaticamente l’inizio dell’anno scolastico- ha dichiarato Luca Cangemi, responsabile scuola del PCI.

È innanzitutto la dimensione degli interventi previsti che è del tutto inadeguata rispetto alle voragini scavate negli organici da una miopia politica decennale, alle tante ingiustizie, alle infinite incongruenze, alla precarizzazione sempre più accentuata del lavoro docente e tecnico amministrativo.

Sul piano politico manca, inoltre, ancora una volta il coraggio di offrire segnali forti in direzione ad esempio, di una trasformazione da organico di fatto ad organico di diritto che potrebbe riguardare decine di migliaia di cattedre.

Anche gravissimi problemi, da tempo aperti, come quello dei diplomati magistrali non vengono affrontati, lasciando tante lavoratrici e tanti lavoratori in una condizione drammatica.

Infine non può che esprimere sconcerto sulla vicenda del bonus merito. Il decreto lo estende ai precari, che ne erano stati (ingiustamente, certo) esclusi. Il problema è che il bonus è un istituto illogico e pericoloso, foriero di piccoli clientelismi e di ingiustizie, che andrebbe abolito immediatamente (e le risorse ad esso destinate devono essere utilizzate per tutti i docenti), non esteso. All’atto del suo insediamento il ministro Fioramonti si era espresso, appunto, per la sua abolizione, oggi ha evidentemente cambiato opinione. – Ha concluso Cangemi

AFFONDO ALLA REPUBBLICA

AFFONDO ALLA REPUBBLICA

(di Patrizio Andreoli, responsabile Politiche Organizzazione della segreteria nazionale PCI)

In un pomeriggio romano di primo autunno mobile e nervoso -quello dell’8 ottobre 2019-, con 553 voti a
favore ed appena 14 contrari la Camera dei Deputati in IV lettura ha approvato in via definitiva il taglio di
un terzo degli eletti nelle assemblee di Camera e Senato. Il tutto, ferma restando una legge elettorale che
per nostra parte già giudicavamo iniqua ed in radice antidemocratica destinata oggi ad incepparsi e a
slabbrare in via ulteriore il rapporto tra eletti e rappresentanza, esaltando il carattere oligarchico del
sistema e il ruolo pigliatutto di alcune forze politiche (stante l’attuale geografia dei collegi, in cinque
Regioni -per esempio- oggi non si eleggerebbe con meno del 25% dei suffragi di lista ricevuti!). La
democrazia, così, non è più sistema partecipativo inclusivo teso ad allargare la base rappresentativa reale
del Paese e via via l’accesso alla direzione dello Stato, ma gioco del “Monopoli” istituzionale, gioco di
Borsa, consiglio d’amministrazione ristretto dove lacciuoli e regole rimandano al possesso di sostanziosi
pacchetti azionari (i voti) mercé sbarramenti elettorali, premi di maggioranza anticostituzionali, collegi
mille volte ridisegnati secondo le convenienze di questo o di quel soggetto politico lungo una linea di
severo snaturamento del rapporto tra eletti e territorio.
Si ricordi questa data, a segno d’infamia e di abdicazione ad una sufficiente coscienza critica del Paese per
grande parte in questi anni oscurata e ridotta a mera indignazione morale dispersa; a segno dello
sfondamento materiale di pulsioni e pratiche populiste dagli urgenti e gravi riverberi sull’assetto
istituzionale; a segno di responsabilità politiche non riducibili del Partito Democratico oggi piegatosi
sulla scorta di convenienze contingenti e del necessario sostegno al nuovo Governo (costi quel che costi),
ad un giudizio favorevole sul provvedimento finale laddove per ben tre volte lo stesso si era
recentemente espresso in via contraria. Siamo molto oltre l’antico vizio trasformistico e il gattopardismo
dei gruppi di riferimento al potere. A suo modo, un tempo anche il trasformismo tendeva a mantenere
(almeno sul piano formale) un proprio stile, tentando di procurarsi una giustificazione politica di
spessore. Oggi il guasto è più serio. Siamo alle piroette e torsioni del momento, alle alzate d’ingegno
propagandistiche che contano su una politica priva di respiro e di memoria pubblica condivisa, triturata
dall’attimo, dal commento social, dalla battuta ad effetto. Quello che oggi è dato e detto come
fondamentale, vive lo spazio di un mattino, il tempo di un titolo di giornale per essere domani già
sopravanzato. La coerenza con ciò che appena ieri si è sostenuto non è più valore di riferimento a
conferma della propria serietà, ma impedimento. E’ che a forza di proclamare una visione laica e non
ideologica, a forza di abbandonare ancoraggi ideali e legami coi propri (antichi) ceti sociali di riferimento
a pro di un indistinto rapporto coi cittadini e con la gente (espressione che trovo in sé orribile quanto
indistinta), tutto quel che resta è il potere, la sua gestione cinica e spregiudicata, l’accesso a quella che un
tempo si chiamava “la stanza dei bottoni” oggi ridotta ad un condominio di poteri e sottopoteri spesso
confliggenti. Così, nel Pd più che una ferma difesa della Costituzione hanno potuto gli accordi in cammino
col Movimento 5 Stelle in questa o quella Regione in cui si andrà presto al voto. Uno scambio indecente
sul piano civile e politico, e drammaticamente diseguale. Uno scambio tra l’immediatezza di un atteso
guadagno elettorale (da cui, forse, dipenderà la stessa tenuta di quel partito) e valori permanenti della
vita democratica e della Repubblica attinenti a rappresentanza ed esercizio della sovranità. In proposito,
sovvengono le parole con cui in altri tempi e in altro contesto, il vecchio liberale Vittorio Emanuele
Orlando additava nel 1947 le responsabilità del Governo in carica De Gasperi (nell’occasione si
discutevano le condizioni di pace imposte all’Italia): “…non mettete voi stessi di fronte a così paurosa
responsabilità. Questi son voti di cui si risponde dinanzi alle generazioni future, si risponde nei secoli di
queste abiezioni fatte per cupidigia di servilità!”. Ecco: cupidigia di potere vendutaci per realismo e
necessità democratica richiesta a gran voce dal popolo. Un’apoteosi di demagogia e di populismo. E’
davvero tragico constatare come nella storia degli uomini s’inventi di rado qualcosa di veramente nuovo!
Già gli antichi definivano i demagoghi “adulatori del popolo”. Aver ridotto un terzo dei parlamentari in
assenza di una riforma organica dei termini della rappresentanza popolare, non ha migliorato la nostra
democrazia parlamentare; l’ha solo selvaggiamente mutilata. Un fatto politico di cui si è fatta a gran voce
portavoce una forza come il Movimento 5 Stelle che lasciandosi spesso intuire dal senso comune quale
forza a sinistra e di sinistra, si è dimostrata invece tradurre -come in questo caso- un nucleo valoriale
della destra in scelte politiche di destra. Va detto con chiarezza dando un giudizio politico netto,
soprattutto da parte dei comunisti. D’altronde nell’eclettismo culturale di tale Movimento che ama
impropriamente definirsi forza “post ideologica”, convivono spinte molto diverse. Alcune sinceramente
democratiche, altre spacciate per tali anche se riconducibili ad un mix di pulsioni contrastanti ed
inconciliabili, comprese quelle di una sorta di aggiornato diciannovismo agito in nome di un nuovo
vitalismo che solo può sorgere sulle macerie dei vizi e del ciarpame della vecchia politica, dell’attacco alla
casta (in cui frettolosamente vengono collocati tutti e di tutto) e alla vecchie forme della rappresentanza
(basti pensare che cos’è la piattaforma Rousseau e il plebiscitarismo telematico a cui rimanda). Da qui il
gesto demolitore ed eclatante, la traduzione della riduzione dei parlamentari come una grande ed attesa
conquista democratica che vale in sé e per sé in quanto tale. Insomma, siamo all’apoteosi del bel gesto
compiuto in nome del popolo. Pericolosa demagogia e grave deriva che agitando la difesa degli interessi
popolari, agisce contro di essi. Non senza pertinenza John McCormick (Università di Chicago) inserendosi
nel dibattito avviato sulla natura e le ragioni del populismo (lui, che sostiene l’utilità di un populismo
democratico!) scriveva non molto tempo fa su una rivista inglese come “Il populismo è l’altra faccia della
medaglia della normalità politica nelle repubbliche elettorali”. Esso “è inevitabile nei regimi politici che
aderiscono formalmente ai principi democratici ma di fatto escludono il popolo dal governo”. Un giudizio
severo che racconta molto della condizione di democrazie, quali la nostra, che pur perseverando nel
proclamarsi formalmente democratiche, di fatto vanno disegnando un sistema di regole ed uno Stato
sempre più diseguali e autoritari. Non è infine privo di significato e peso politico che tale provvedimento
sia stato compattamente votato anche dalla destra moderata e da quella leghista e fascista che annusando
il vento, sono già da tempo in moto, mobilitate a sostegno dell’elezione diretta del Presidente della
Repubblica, dell’uomo designato direttamente dal popolo, del nuovo demiurgo che solo al popolo
risponde in barba ai corpi sociali, ai contrappesi, alla Costituzione antifascista.
Serve un nuovo sistema elettorale proporzionale puro e privo di correttivi. L’unico in grado di tradurre in
maniera reale nelle assemblee elettive il volto reale del Paese e della crisi ridando voce alle classi
subalterne. Il Movimento 5 Stelle intanto esulta, gridando trattarsi di un vittoria storica e passaggio
epocale per la nostra democrazia. Condividiamo. Sì. Non poco di eccezionale è avvenuto. Ma per noi
trattasi di un disastro democratico, del più grave attentato portato a compimento ai danni delle regole
democratiche dai tempi della Legge truffa (1953) e delle leggi ad personam berlusconiane. Il punto, per la
sinistra di classe e segnatamente per noi comunisti, consiste nel come risalire la china. Solo un nuovo
progetto di riscatto e cambiamento, una riforma intellettuale e della politica in grado di connettere in via
nuova bisogni, interessi materiali e lotta sociale, possono assumere il peso, i tempi, il livello di tale sfida.
Sotto questa luce, lo stesso Progetto di ricostruzione del Pci di cui intendiamo aver cura e la
riproposizione della questione comunista, non possono che essere leva di un’aggiornata proposta
generale di trasformazione per il socialismo. (11 ottobre 2019)

Unione Europea, confermiamo: Occorre cambiare strada

PCI-DIPARTIMENTO EUROPA, POLITICHE ECONOMICHE E FINANZIARIE
UNIONE EUROPEA, IL PCI CONFERMA: OCCORRE CAMBIARE STRADA
1.L’Unione europea vira ulteriormente a destra.
Un documento pubblicato circa un anno fa da questo stesso Dipartimento (“Irriformabilità dell’Unione Europea: occorre cambiare strada”) così esordiva: “Il Partito Comunista Italiano ritiene che il progetto di un’Unione europea come comunità politicamente progressiva e socialmente solidale sia fallito, poiché esso ha viceversa proposto (e sin dall’inizio formalizzato in Trattati) una società a misura degli interessi del grande capitale finanziario e a discapito della stragrande maggioranza della popolazione”. Con il presente documento, il Pci conferma che il suddetto giudizio non è cambiato.
1.1 La gravissima Risoluzione con cui lo scorso 19 settembre il Parlamento europeo ha approvato con 535 voti a favore, 66 contrari e 52 astenuti l’equiparazione di nazismo e comunismo – e, con essa, la condanna dell’uso dei simboli del comunismo nonché la richiesta di una rimozione dei monumenti che celebrano la liberazione dal giogo nazista ad opera dell’Armata Rossa – costituisce una pesante riprova della matrice reazionaria e antipopolare che è alla base di questa Unione europea (d’ora in avanti: Ue). Sulla base di un sostanziale stravolgimento degli avvenimenti storici e del capovolgimento delle responsabilità in campo, la Risoluzione ha falsamente indicato nel Patto di non aggressione Ribbentrop/Molotov la causa scatenante del secondo conflitto mondiale, glissando spudoratamente sui precedenti anni che videro la minacciosa e violenta ascesa del nazismo e il contestuale accerchiamento dell’Unione Sovietica da parte delle potenze capitalistiche occidentali. Né in essa si fa parola dei 25 milioni di morti con cui la stessa Unione Sovietica contribuì alla sconfitta di Hitler.
1.2 Nel segno di un generico anti-totalitarismo, il testo in questione pone quale valore fondante e collante ideale dell’unità europea “il riconoscimento dei crimini della dittatura comunista, nazista o di altro tipo”, uniformando così in un’indistinguibile condanna Lenin, Stalin, Gramsci, Hitler, Mussolini. Va sottolineato che non si tratta di astratte dispute accademiche; ma di giudizi che sostanziano comportamenti politici assai concreti: in quanto essi contribuiscono a fomentare il rinascente spirito anti-comunista (ed oggi anti-russo) nell’Est europeo – che giunge a impedire la partecipazione di un Partito comunista a quelle che dovrebbero essere “libere” elezioni – e contemporaneamente si guardano bene dal condannare la dilagante riproposizione in piazza di manifestazioni e simboli nazisti nonché la professione di idee nazional-socialiste addirittura da parte di esponenti governativi (nella fattispecie, dell’attuale governo ucraino). Il vergognoso voto favorevole espresso da Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e dalla quasi totalità dei parlamentari del Partito democratico, ma anche la pilatesca astensione del Movimento 5Stelle, la dicono lunga sullo squallido deterioramento della scena politica italiana.
1.3 Beninteso, la suddetta Risoluzione ribadisce – inasprendole – prese di posizione già manifestate da organismi internazionali. Tra queste è da segnalare la Risoluzione 1481 “Sulla necessità di una condanna internazionale dei crimini dei regimi del totalitarismo comunista”, approvata il 25 gennaio 2006 dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (organizzazione internazionale che è indipendente dall’Unione europea propriamente detta e che si dice posta a tutela della democrazia, dei diritti umani, dell’identità culturale europea). In essa, avendo constatato che “Partiti comunisti sono legali e attivi in alcuni paesi”, si invitava “gli storici del mondo intero” a “stabilire e verificare obiettivamente lo svolgimento dei fatti”, giungendo ad auspicare “la revisione dei manuali scolastici”. A ben vedere, più che la verifica obiettiva dei fatti, alla base del pronunciamento vi era un’altra più prosaica preoccupazione: “Sembrerebbe che un tipo di nostalgia del comunismo sia ancora presente in alcuni paesi, di qui il pericolo che i comunisti riprendano il potere nell’uno o nell’altro di questi paesi”. Prospettiva alimentata da una “pericolosa” tentazione: infatti “elementi dell’ideologia comunista, come l’uguaglianza o la giustizia sociale, continuano a sedurre numerosi membri della classe politica”. In definitiva, tutto ciò conferma che l’Ue ha incluso nel proprio dna un viscerale anticomunismo già in circolazione nell’Occidente capitalistico.
2.Da Maastricht in poi, sempre peggio
2.1 In perfetta sintonia con tali umori politico-ideologici, le politiche economicosociali dell’Ue sono state segnate sin dall’inizio da una netta ispirazione antipopolare. La famigerata austerity, concretizzatasi nel contenimento della spesa pubblica e nella deflazione salariale, ne è stata e continua ad esserne il cuore. Com’è noto, il varo accelerato di una moneta unica (l’euro) e la sua adozione da parte di Paesi caratterizzati da una diversa capacità competitiva ha indotto a ricercare a tappe forzate un riequilibrio dei differenziali di produttività e dei conti con l’estero di questi stessi Paesi. Su questa via, la questione del debito ha assunto il ruolo di dogmatica insindacabile. Certo, i profondi scompensi del sistema finanziario (privato) determinati dalla crisi capitalistica e i titanici interventi in suo soccorso operati con risorse pubbliche hanno enfatizzato il problema. Tuttavia un tempo la sinistra sapeva che la questione del debito non deve essere assolutizzata. Non a caso, nel corso del secondo dopoguerra del secolo scorso, l’Italia ha fatto registrare ragguardevoli livelli del debito, senza che ciò abbia comportato il tracollo dei suoi conti. Gli economisti progressisti ripetevano che quanto più un Paese produce ricchezza tanto più si garantisce una gestione positiva del suo debito; e si dichiaravano favorevoli ad una “stabilizzazione” del debito mentre si dicevano contrari ad un suo “abbattimento”. Viceversa, l’abbattimento del debito pubblico in rapporto al Prodotto interno lordo dei Paesi più deboli (d’ora in avanti: Pil) è oggi divenuto il conclamato obiettivo della tecnocrazia di Bruxelles. E la cosiddetta sinistra ha seguito come l’intendenza. Nei fatti, il tam-tam sul rientro dal debito è servito a enfatizzare un’ortodossia ragionieristica dei bilanci in ordine concepita consapevolmente a discapito del tenore di vita del grosso delle popolazioni: la verità è che, data l’impossibilità di agire su una propria moneta (tramite svalutazione, per dare ossigeno all’export) e sulla spesa pubblica (bloccata dai parametri imposti dal Trattato di Maastricht), per aumentare la produttività si è scelta la strada del contenimento del costo del lavoro e dello smantellamento del welfare. Nessuna sorpresa: in regime capitalistico il conto è sempre pagato dalle classi subalterne.
2.2 Nel corso degli ultimi due decenni, a partire dall’entrata in vigore dell’euro (ufficialmente approvato il 1° gennaio 1999, in circolazione dal 1° gennaio 2002), le regole che presiedono al funzionamento dell’Ue e specificatamente a quello dei Paesi appartenenti alla Zona euro, lungi dall’attenuare la loro pressione hanno subito ulteriori inasprimenti. In particolare, a partire dal 2010 si è assistito ad un vero e proprio tsunami, senza che qualche argine sia stato posto dagli arci-europeisti governi di centro-sinistra (Monti dal 16/11/2011; Letta dal 25/4/2013; Renzi dal 22/2/2014; Gentiloni dal 9/12/2016) e dal governo Conte (1/6/2018). Sempre più stringente si è fatto il controllo sul rispetto dei parametri di Maastricht: in particolare quelli concernenti il rapporto deficit pubblico/Pil non superiore al 3%, il rapporto debito pubblico/Pil non superiore al 60%, il tasso d’inflazione non superiore dell’1,5% rispetto a quello dei tre Paesi più virtuosi. Con il Six Pact, patto in 6 punti entrato in vigore il 13 dicembre 2011, e il contestuale varo del Semestre europeo è stato introdotto un sistema di sorveglianza dei dati macroeconomici di ciascun Paese, con una tempistica precisa: a gennaio di ogni anno sono fissate le priorità economiche dell’Ue (“orientamenti”) e a marzo il Consiglio europeo (la riunione dei Capi di Stato o di Governo) le ratifica; ad aprile i singoli Stati membri presentano i loro programmi (“programmi di stabilità e convergenza”); entro luglio la Commissione europea emette “raccomandazioni”, poi ratificate dal Consiglio europeo, rivolte ai singoli Stati e, ove siano riscontrati squilibri, chiede che siano adottate misure dirette alla loro eliminazione. Il coordinamento delle politiche di bilancio si è così trasformato sempre di più da ex post a ex ante, cioè il controllo sui bilanci nazionali ha teso sempre di più ad essere preventivo. Con il Two Pack, entrato in vigore il 30 maggio 2013, si è accresciuto ulteriormente questo ruolo preventivo dell’Ue. In particolare, con riferimento a due punti (di qui il nome del patto): il rafforzamento della vigilanza per gli Stati in difficoltà; il sistematico monitoraggio dei progetti di bilancio per la correzione dei disavanzi reputati eccessivi (ovvero troppo esposti in tema di politiche occupazionali, risorse destinate all’istruzione o alla sanità, e così via tagliando). E’ il caso di segnalare che in relazione all’esito del suddetto percorso sono state predisposte precise sanzioni, nel caso di inadempienza del Paese sotto esame: si è previsto che la raccomandazione possa automaticamente trasformarsi in avvertimento, fino ad un avvertimento finale, dopo il quale il Paese in questione è obbligato a versare un deposito dello 0,2% del Pil , il quale – persistendo la violazione dei parametri – può diventare una vera e propria multa.
2.3 Il 30 gennaio 2012 i rappresentanti degli esecutivi dei Paesi dell’Unione costituenti il Consiglio europeo hanno approvato un nuovo patto di bilancio che radicalizza i precedenti Trattato di Maastricht (1992) e Patto di stabilità e crescita (1999): si tratta del Trattato su Stabilità, Coordinamento e Governance, meglio noto come Fiscal Compact. E’ bene precisare che tale trattato non è mai passato al vaglio del Parlamento europeo, né è stato proposto come direttiva dalla Commissione, che in quanto tale avrebbe dovuto essere approvata dallo stesso Parlamento europeo. Quest’ultimo autonomamente ha approvato una mozione contro il “fiscal compact”, senza che tale pronunciamento abbia acquisito un valore cogente. Con buona pace del potere reale di questo Parlamento. A luglio 2012 il Parlamento italiano ha ubbidito a Bruxelles approvando il Fiscal compact, impegnandosi quindi a portare in 20 anni il rapporto Debito/Pil al di sotto del 60% (un onere che varrebbe 40/45 miliardi l’anno). Assecondando una tale orgia di rigorismo neoliberista, il nostro Parlamento in data 24 dicembre 2012 recepiva ancora una volta senza fiatare le prescrizioni di Bruxelles e approvava la modifica dell’articolo 81 della Costituzione introducendovi il pareggio di bilancio: una norma capestro imposta al bilancio preventivo del Paese, che ha reso di fatto illegali (incostituzionali) persino le politiche espansive socialdemocratiche auspicate da lord Keynes e, con esse, la possibilità per lo Stato di operare in deficit, opzione prevista ed anzi auspicata dai manuali di economia politica nei periodi di crisi, per rilanciare gli investimenti e ridare fiato all’economia. Un vero e proprio vulnus inferto al dettato costituzionale italiano e ai suoi originari principi di fondo.
3.Penalizzazioni e “aiuti” pagati a caro prezzo
3.1 E’ bene tornare a precisare che non si tratta di errori ma di consapevoli scelte di classe, a vantaggio del capitalismo continentale (in particolare dei capitali più forti). La litania “Se si riduce la spesa pubblica, si riduce il rapporto debito/Pil” recitata come un’ovvietà dai media di regime è in realtà una flagrante falsità. Le misure di austerità possono anche ridurre il deficit e quindi contenere il numeratore della suddetta frazione, ma contemporaneamente deprimono gli investimenti e fanno cadere il reddito: così, contestualmente al contenimento del deficit annuo, si riduce in eguale o maggior misura il denominatore del rapporto debito/Pil, cioè il tasso di crescita del Paese, incrementando quindi anziché ridurre il rapporto in questione. L’esito fallimentare delle politiche di austerity e delle prescrizioni del Fiscal compact era perfettamente visibile al termine del primo anno del governo Monti quando, insieme all’aumento della disoccupazione e al crollo della produzione e degli ordinativi industriali, il rapporto debito pubblico/Pil aveva continuato a lievitare. In realtà i sacrifici delle classi popolari, italiana e non, e i conseguenti risparmi di bilancio non sono tanto serviti a sanare il debito pubblico degli Stati in rapporto al Pil quanto piuttosto, in prima istanza, a saldare i conti con l’estero dei Paesi debitori e, in seconda istanza, a riequilibrare possibilmente i differenziali di produttività. Di ciò, un esempio flagrante quanto catastrofico è stata la Grecia: delle 23 tranches di finanziamento, concesse a partire dal 2010 appunto “per salvare la Grecia”, per un totale di 206 miliardi di euro, ben il 77% è andato a saldo del debito con l’estero ed è quindi tornato alle banche creditrici (tedesche e francesi); solo il 23% è arrivato al bilancio greco, di cui peraltro solo una parte destinato a spese sociali. In definitiva, dopo 2 anni dal primo finanziamento, la disoccupazione ellenica è passata dal 10 al 25 % e il salario reale è sceso di 21 punti percentuale; ma, nonostante ciò, il rapporto tra debito pubblico e Pil è aumentato.
3.2 Con l’applicazione del Fiscal Compact, l’ortodossia liberista e la vigilanza nei confronti di quella che viene stigmatizzata come “indisciplina fiscale” si sono concretizzate in precise procedure “di riparazione”. A nulla è valsa la constatazione che già nel vivo della crisi capitalistica, nel 2009, tutti i Paesi membri superavano il 3% nel rapporto deficit/Pil e il 60 % nel rapporto debito/Pil (tutti indisciplinati?). Con il varo del Patto fiscale, scattava la Procedura per Deficit Eccessivi (PDE), con cui sono stati imposti “Programmi di riforme strutturali” nei confronti di 23 Paesi su un totale di 27 Paesi membri: nella sostanza, è stato questo un modo per imporre su base normativa il neoliberismo. Anche le deroghe all’applicazione stretta del credo rigorista – ad esempio, tramite un allungamento dei tempi di rientro dal debito – comportavano pesanti contropartite in termini di flessibilizzazione del mercato del lavoro, riduzione del sistema di welfare, privatizzazione dei servizi essenziali. Come si è visto emblematicamente per il caso della Grecia, un tale scambio a perdere è valso in particolare per i cosiddetti “aiuti” ai Paesi in difficoltà. Per questi ultimi è stata prevista la possibilità di attingere alle risorse del Meccanismo Europeo di Stabilità (o ESM, acronimo di European Stability Mechanism), più noto come “Fondo Salvastati”. Tuttavia una tale possibilità è stata vincolata alla preventiva adesione al Fiscal Compact e alla firma di Memorandum d’Intesa (Memorandum of Understanding), i famigerati accordi in cui si precisano le condizioni capestro, dal punto di vista sociale, cui il Paese si deve sottoporre per l’attivazione del Fondo. Gli stessi acquisti da parte della Banca Centrale Europea (BCE) di titoli di stato a breve emessi da Paesi in difficoltà economica conclamata (operazione denominata OMT, acronimo di Outright monetary Transactions) sono risultati delle provvidenze limitate, in grado solo di tamponare gli effetti peggiori dell’approccio monetarista, non certo di cambiarne radicalmente il segno economico-sociale che resta regressivo. Anzi, in qualche caso tali iniziative hanno avuto esiti socialmente più che discutibili: come quando, nel dicembre del 2011, la BCE ha distribuito 500 miliardi di euro a 523 banche al tasso dell’1% e queste ultime hanno a loro volta acquistato il debito degli Stati a un interesse 4/5 volte maggiore. Risultato: le banche hanno guadagnato, i cittadini hanno perso.
3.3 L’Italia ha eseguito con grande zelo i “compiti a casa” prescritti da Bruxelles (e Berlino). E’ stupefacente, ad esempio, ripercorrere l’interminabile elenco di privatizzazioni, attuate dagli anni 90 in poi anche grazie alla conversione “al libero mercato” di quella che fu “la sinistra”. 1990/92: le leggi 142/90 e 498/92 autorizzano gli Enti locali a gestire i servizi pubblici tramite s.p.a. private. 1992: con la L.359/92 gli enti pubblici economici (IRI,ENI,INA,ENEL) vengono trasformati in s.p.a. 1994: la L.474/94 (governo Berlusconi 1) fissa le regole per le privatizzazioni. 1998: il d.l.58/98 (governo Prodi 1) fissa le regole per la capitalizzazione in borsa. Fine anni 90: transitano verso i privati ENI, Telecom, Autostrade, ENEL (governi Prodi, D’Alema e Amato). 2000: l’IRI viene messo in stato di liquidazione, che nel 2002 troverà compimento. 2001/06 e 2009/11: nel decennio di Berlusconi-Lega si prosegue senza sosta: vengono privatizzate altre banche, Finmeccanica, Seat, beni culturali (Patrimonio s.p.a) e demaniali (infrastrutture s.p.a.). 2011/16: si prosegue con i governi tecnici e bipartisan ed è la volta di Poste italiane e ENAV. Davanti ad una tale sequenza, è davvero paradossale che nel 2018, con raccomandazione del 7 marzo, la Commissione europea abbia chiesto “una tempestiva attuazione delle privatizzazioni” (sic!). Come abbiamo visto, l’impegno privatizzatore non è stato l’unico “merito” del nostro Paese, la cui “virtù” e “disponibilità al sacrificio” si sono distinte anche in tema di contenimento della spesa pubblica e dei redditi da lavoro. Lo stesso reddito pro capite italiano a partire dal 1996 non ha mai smesso di scendere. In considerazione dei suddetti “meriti”, la domanda (retorica) da porre in tutta evidenza è la seguente: per quale motivo un lavoratore o un disoccupato avrebbero dovuto votare questa cosiddetta sinistra, votata all’ideologia europeista e dunque complice delle politiche di austerity? In base a quale malriposto senso di appartenenza avrebbero dovuto premiare una sinistra divenuta irriconoscibile dal punto di vista di classe?
4.Continua il processo involutivo che divarica centro e periferie
4.1 Sin qui sono stati evidenziati gli effetti anti sociali dei dispositivi posti in essere con l’inaugurazione dell’Ue e della sua moneta unica, a scapito della maggioranza della popolazione continentale. Ma con ciò è stato anche segnalato un incipiente processo involutivo, che minaccia di disgregare la stessa compagine dei Paesi membri: a dispetto della denominazione di “Unione”, non si è prodotta infatti alcuna integrazione ma, al contrario, l’ulteriore divaricazione di economie già in partenza disuguali. Intanto va ricordato che il valore dell’euro, come tale, è risultato già dall’inizio sottovalutato per i Paesi più competitivi (vedi Germania) a tutto vantaggio del loro export e, viceversa, sopravvalutato per quelli meno competitivi, i cui scambi commerciali con i Paesi extra-Ue sono stati quindi penalizzati dalla moneta unica. Poi, sono stati gli stessi parametri adottati nella Zona euro ad alimentare ulteriormente la divaricazione. In un nostro precedente documento avevamo richiamato una documentata ricerca, condotta da Nomisma nel 2015, che è il caso di citare nuovamente: i dati degli ultimi due decenni dicono che a partire dall’introduzione dell’euro si è prodotto un “ridimensionamento di base produttiva senza precedenti nella storia italiana, se si fa eccezione per le distruzioni della Seconda guerra mondiale”. Il “potenziale manifatturiero” italiano, in termini di capacità produttiva e di numero di aziende operanti, è precipitato a fronte del progressivo aumento di quello tedesco. Ma, annota ancora la ricerca, la forbice suddetta ha riguardato i Paesi dell’area mediterranea nel loro complesso (Grecia, Portogallo, Spagna, Italia e Francia) in contrapposizione ai Paesi del Nord Europa (Germania, Olanda, Austria e Finlandia): si è cioè attivato un vero e proprio “processo di polarizzazione geografica centro-periferia”, tendente a creare all’interno di una stessa area valutaria una sperequata specializzazione per aree economiche , da un lato in direzione di un monopolio manifatturiero (tedesco) e dall’altro verso una sostanziale desertificazione produttiva (in particolare del Mezzogiorno d’Italia).
4.2 Lo scorso 22 gennaio, ad Aquisgrana, Germania e Francia hanno siglato un importante trattato di cooperazione. L’impressione è che la scena mediatica italiana non abbia concesso all’evento l’attenzione che esso avrebbe meritato. Si tratta di un patto che impegna i due contraenti a ricercare un’intesa preventiva prima di ogni grande evento europeo. A fronte di un’Europa sempre più divisa, i due “Stati guida” dell’Ue cercano una maggiore integrazione a due: si punta a consolidare “una zona economica franco-tedesca con regole comuni”, coordinata da un apposito Consiglio e con periodiche riunioni congiunte dei Consigli dei Ministri dei due Stati. Ma essenziale è anche il capitolo sulla cooperazione militare, anch’essa coordinata da un Consiglio franco-tedesco per la difesa e la sicurezza, tesa ad assicurare sostanziosi e reciproci vantaggi: la Germania si pone sotto l’ombrello nucleare francese e ottiene un esplicito appoggio della Francia nel rivendicare un posto tra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu; la Francia si guadagna il consenso tedesco alla sua politica imperialista in Africa, praticata ai danni dell’area di Paesi cui è stato imposto il dominio monetario del Franco CFA (Franco delle colonie francesi d’Africa) e il conseguente scambio commerciale ineguale. Il patto, lungi dal presiedere ad un rafforzamento dell’Ue, conferma – se mai qualcuno avesse dubitato di ciò – che gli Stati esistono; soprattutto quelli più forti. E fanno i propri interessi. Il patto di Aquisgrana si configura insomma come un matrimonio d’interesse tra due Stati: non dunque integrazione europea, ma co-direzione a due, in vista dell’interesse dei medesimi due. Agli altri non resta che prendere atto e adattarsi. Ma occorrerebbe anche prendere atto del fatto che la natura, il carattere strutturale di questa Europa, tutt’altro che solidale e teso all’integrazione, non è cambiato; anzi va sempre più assestandosi in tutt’altra direzione. Motivo in più per lasciare i Trattati Ue al loro destino e tornare allo spirito originario della nostra Costituzione nata dalla resistenza al nazi-fascismo.
5.Cambiare strada
5.1 L’elezione della tedesca Ursula von der Leyen a Presidente della Commissione europea e della francese Christine Lagarde a Presidente della Bce ha confermato il partenariato franco-tedesco. Vista anche la loro biografia, c’è da scommettere che non sarà certo questa nuova coppia di comando a cambiare radicalmente le carte sulla tavola dell’Ue. Il nucleo ideologico duro è e rimarrà quello della “libera e non falsata concorrenza” (leggi: nessun intervento pubblico a condizionare il libero gioco del mercato). E’ il motore che ha sin qui determinato l’austerità, il rigore di bilancio, la concertazione; e l’imposizione di “piani di aggiustamento strutturale” come il Jobs Act in Italia e la Loi du Travail in Francia. Potrà addolcirsi l’accompagnamento, per assecondare qualche orecchio più delicato, ma la musica resterà la stessa. Così come, sul piano dell’agibilità democratica, non è destinato a cambiare un assetto istituzionale che costituisce un vero e proprio attacco alla sovranità popolare conquistata nel ‘900 dalle repubbliche costituzionali: caratterizzato da un processo di sovranazionalizzazione che ha sancito il dominio di una “costituzione senza popolo”, quella dei Trattati, e la contestuale decostituzionalizzazione dei territori nazionali, in nome dello statu quo assicurato da quello che Mario Draghi ha chiamato con inquietante metafora il “pilota automatico” operante a Bruxelles. Oggi questo modello, che dalla Germania ha imposto l’austerity a tutta l’Eurozona facendo pagare prezzi pesanti ai Paesi “periferici”, sta mostrando il suo tallone d’Achille: il meccanismo rigorista si è inceppato sulla spinta delle sue stesse regole. I dati del 2° e 3° trimestre di quest’anno indicano per la Germania un crollo della produzione industriale e un netto calo delle aspettative di produzione. L’indice del manifatturiero ha toccato il minimo negli ultimi sette anni e le aziende tedesche annunciano consistenti tagli del personale. La Germania paga la fragilità del suo proprio modello: dedicare la propria economia e la propria vita interna all’export (che al 2018 occupa il 48% del Pil) comporta esporsi al calo della domanda estera. Ed è precisamente quello che sta avvenendo con il ripiegamento degli indici globali, cui occorre aggiungere gli effetti depressivi della guerra dei dazi aperta da Trump e le incertezze che suscita una Brexit no deal, cioè non concordata. A ciò si aggiunge una pericolosa emergenza in campo bancario che arriva a preoccupare colossi quali Deutschebank e Commerzbank. I problemi della Germania, che annunciano il rafforzarsi dei venti di destra, sono destinati ad avere ricadute sull’intera Ue: si può scommettere che, in tale congiuntura, Bruxelles sarà disponibile al dialogo con voci responsabili, ma non a concessioni sulla scia di sparate “sovraniste”.
5.2 Il Pci ha da tempo dichiarato irriformabile questa Ue. Sul piano formale, sappiamo che per cambiare i Trattati occorre l’unanimità di tutti i Paesi membri: dire che ciò sia un’occorrenza improbabile è usare un eufemismo. Ma vi sono soprattutto vincoli strutturali che rendono la suddetta ipotesi del tutto impraticabile. Sul piano sostanziale, infatti, va ricordato che per superare gli squilibri interni occorrerebbe un impegno di risorse da far impallidire quelle attualmente rese disponibili dal bilancio Ue; e, all’interno di queste, si renderebbero necessari consistenti trasferimenti netti dai Paesi più ricchi a quelli meno solidi: un’eventualità che la Germania – e segnatamente l’elettore tedesco – non accetterebbe mai. Il bilancio Ue del periodo 2014-2020, che va ora a concludersi, ha fatto registrare un impegno di risorse di appena l’1,2% del Pil continentale. In proposito, è stato calcolato che, per rilanciare la competitività dei Paesi “periferici” quella percentuale dovrebbe salire al 4,5%, con relativo esborso netto di una quota non indifferente da parte della Germania. Non è difficile prevedere che, piuttosto che incappare in una simile eventualità, i dirigenti tedeschi, sempre più pressati da una destra agguerritissima (e data in ascesa dai sondaggi elettorali), preferirebbero lasciare l’Ue al suo destino. Quindi, la scelta è tra rimanere come siamo oppure rompere da sinistra la gabbia dell’Ue e dell’euro. Il Pci, assieme ad alcuni Partiti comunisti europei, propone la seconda di queste strade, non rinunciando comunque ad una solidarietà politica continentale. Per questo adotta la formulazione utilizzata tra gli altri dalla compagna Sara Wagenknecht: “Unione intergovernativa di sovranità nazionali democratiche”. Sappiamo che potrebbe non essere affare di un giorno; ma bisogna mettersi su tale strada, riprendendo tra l’altro l’abitudine ad una serrata controinformazione.

Con il popolo Siriano per la Pace contro la Nato

COMUNICATO STAMPA SEGRETERIA REGIONALE
L’interesse principale di USA e Israele è stato ed è quello dello smembramento degli Stati sovrani del Medio Oriente, in modo da impedire il consolidamento di potenze regionali che possano contrastare il dominio statunitense, esercitato permanentemente tramite la forza militare dello Stato d’Israele. In questa ottica, vanno letti gli appoggi forniti al popolo curdo, traditi oggi col via libera ad un’operazione sanguinaria, che sta causando centinaia di morti anche e soprattutto fra i civili.

In questo contesto, la possibilità di un fronte comune tra combattenti curdi ed esercito del legittimo governo della Siria, guidato dal presidente Assad, appare significativa per far fronte all’invasione imperialista. Non è un caso che, in queste ore, il sedicente Esercito Libero Siriano – i cosiddetti “ribelli democratici” anti-Assad – si sia collocato saldamente dalla parte delle milizie di Erdogan. Occorre quindi che le forze curde-siriane e le forze armate di Damasco si alleino rapidamente sul campo per scacciare l’invasore turco e ristabilire un’effettiva unità nazionale e statuale siriana, nel rispetto delle autonomie locali, compresa quella curda.

Il Partito Comunista Italiano è solidale con i combattenti che stanno mettendo in gioco la propria vita per contrastare le mire espansionistiche del regime semi-dittatoriale di Erdogan, che perseguita, incarcera e uccide gli oppositori politici, trasformando la Turchia in un regime autoritario confessionale.

L’Italia e l’Europa dovrebbero in primo luogo interrompere totalmente le forniture militari all’aspirante dittatore di Ankara e riconoscere il ruolo svolto dalle truppe dal legittimo Governo siriano del Presidente Assad e dai miliziani curdi-siriani nel contrasto all’ISIS e al terrorismo islamista. Sono inoltre necessarie dure sanzioni economiche che mettano in difficoltà l’economia turca e rompano il blocco sociale di consenso che permette a Erdogan di mantenersi al potere.

L’ONU deve svolgere il proprio compito istituzionale, schierando i caschi blu come forza armata d’interposizione fra le parti in conflitto.

Chiediamo:

  • Il rispetto dell’integrità territoriale della Repubblica di Siria;
  • Il ritiro delle truppe turche dal territorio siriano e lo schieramento di una forza ONU di interposizione fra le parti in conflitto lungo il confine fra i due Paesi;
  • L’applicazione di sanzioni economiche contro il regime turco se l’aggressione non verrà immediatamente fermata;
  • L’embargo totale della vendita di armamenti alla Turchia.

Noi Comunisti non dimentichiamo e non saremo mai al fianco di chi appoggia questo Governo, di chi ci equipara ai nazisti, di chi ha favorito il rafforzamento della Turchia in ottica di una fantomatica difesa dalla Siria ai tempi del Governo Gentiloni, e, tuttora, vende armi al fascista Erdogan per poi fare “passerella in piazza nel tentativo di “ripulirsi” la coscienza agli occhi del Paese.

Noi Comunisti siamo e saremo impegnati nella mobilitazione e nella programmazione di iniziative pubbliche sotto la parola d’ordine “No alla guerra imperialista contro la Siria! No al massacro dei popoli! Fuori l’Italia dalla NATO! Fuori le basi militari USA dall’Italia!

PARTITO COMUNISTA ITALIANO

Segreteria regionale Liguria

ORGOGLIOSI delle nostre bandiere e della nostra storia!

ORGOGLIOSI DELLE NOSTRE BANDIERE, DEI NOSTRI SIMBOLI, DELLA NOSTRA STORIA!
È di qualche giorno fa il voto a stragrande maggioranza del parlamento europeo in merito alla risoluzione che equipara Comunismo e nazifascismo sia sul piano ideologico che su quello storico.

Una risoluzione che ritiene l’URSS corresponsabile assieme alla Germania nazista dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, accusa la Russia di oggi perché mantiene viva la memoria storica senza revisionismi, denuncia la presenza di monumenti e l’uso di simboli Comunisti, auspica che i manuali scolastici vengano riscritti secondo i presupposti ideologici contenuti nella mozione e sottolinea (senza condannare minimamente il fatto) che in alcuni Stati membri della UE la legge vieta le ideologie comuniste al pari di quelle naziste.

Il testo di quella risoluzione, il più grande atto di revisionismo storico che sia mai stato concepito, è stato votato in blocco dai parlamentari europei del PD, compreso il ligure Brando Benifei.

Gli stessi che predicano antifascismo ad intermittenza, commemorando nelle feste comandate i martiri antifascisti che morirono avendo nel cuore il sogno di una società socialista e un’ammirazione sconfinata verso l’Unione Sovietica per poi, alla prima occasione, mancare di rispetto alla loro memoria ed alla storia Comunista.

Sia chiaro al PD, che ha votato una mozione insieme ai peggiori populisti, fascisti e leghisti in Europa, che non ci faremo intimidire, che non rinunceremo mai ad esporre i nostri simboli, che sempre elogeremo la grande Armata Rossa degli Operai e dei Contadini che resistette a nazisti e fascisti, che aprì i cancelli di Auschwitz, che prese Berlino cancellando dalla storia il nazismo.

Noi Comunisti, fieri della nostra storia, continueremo a “camminare” nel solco tracciato da Gramsci, Togliatti, Secchia, Longo, Berlinguer, da tutte le partigiane ed i partigiani Comunisti, da tutti coloro che sono caduti in ogni lotta di liberazione, da coloro che in Italia hanno sopportato fame e galera, disoccupazione e torture, da chi ci ha liberato ed ora qualcuno vorrebbe equiparare agli oppressori che sono stati combattuti.

Siete VOI Piddini a dovervi VERGOGNARE, voi che andate a braccetto con i fascisti di Fratelli d’Italia e della Lega cercando di eliminare l’identità e la storia Comunista.

Matteo bellegoni
Segretario federazione della Liguria – PCI

Luca Stocchi
Segretario federazione di Genova – PCI

Erik Bertola
Segretario federazione di Savona – PCI

Pier Luigi Sommovigo
Segretario federazione della Spezia – PCI

I 450 lavoratori che non fanno più notizia

Il Partito Comunista Italiano apprende dal comunicato delle segreterie regionali dei sindacati Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti, Ugl Trasporti, Fast Mobilità, Salpas Orsa della vergognosa situazione in cui si trovano i lavoratori appartenenti al settore degli appalti ferroviari.Lavoratori la cui condizione non ha destato nemmeno il minimo interesse da parte delle istituzioni e dei principali organi di stampa.
L’ ennesima categoria di dipendenti precari (e non) che si ritrova vittima di un mondo del lavoro basato sulla rincorsa al profitto a spese dei lavoratori e dei cittadini stessi.
Il Partito Comunista Italiano sarà al fianco dei lavoratori che sciopereranno venerdì 20 settembre, e metterà a disposizione tutte le proprie forze per sostenerli nella loro lotta.Partito Comunista Federazione di Genovapci.genova@gmail.comPci-genova.itTelefono 351 913 9062

Amiu non si tocca!!!

Come partito comunista italiano riteniamo che la decisione di Bucci di privatizzare l’  azienda come Amiu ,smentendo completamente la promessa fatta durante la sua campagna elettorale, sia una scelta grave e pericolosa.  Per i lavoratori che rischiano di vedere messi in discussione posto di lavoro e diritti, e per i cittadini che rischiano di veder lievitare drammaticamente i costi dei servizi. Una scelta che, tra l’altro, la dice lunga sulla credibilità delle promesse fatte dall’attuale sindaco. Come partito comunista italiano siamo assolutamente contrari alla privatizzazione di servizi essenziali per i cittadini. Mentre  si cerca di riportare la gestione dell’acqua nelle mani pubbliche, ecco arrivare il problema rifiuti! Apprendiamo con soddisfazione le posizioni di contrarietà dei sindacati di categoria al progetto di privatizzazione di Amiu da parte di questa amministrazione comunale. 
Partito comunista Italiano Federazione di Genova
pci.genova@gmai.com
pci-genova.it

Comunicato stampa sulla nomina del assessore Giorgio viale

La federazione di Genova del partito comunista italiano condivide , e da pieno sostegno al comunicato dell’ ANPI, riguardo la nomina del nuovo assessore da parte del sindaco Bucci di Giorgio viale.Come partito comunista italiano ci rendiamo disponibili a eventuali iniziative , sul territorio Genovese che l ANPI intende , intraprendere .Partito comunista italiano federazione di Genovapci.genova@gmail.comPci-genova.ithttp://www.anpigenova.it/2019/09/08/comunicato-stampa-nostalgici-in-giunta-soldi-per-iniziative-che-irridono-le-vittime-di-stalking-anpi-chiede-al-sindaco-bucci-non-crede-di-stare-esagerando-verso-genova/

Grandi fabbriche Genovesi al Collasso

Grandi Fabbriche Genovesi al collasso
Ansaldo, Piaggio, Ex Ilva, Esaote, realtà da tempo in declino.

Il partito comunista italiano da diverso tempo denuncia la preoccupante situazione in cui versa il mondo del lavoro in Italia, sia a livello nazionale che locale. Quelle che erano le grandi realtà lavorative che davano una qualche sicurezza ai lavoratori, pur facendo parte di un sistema instabile, sembrano ormai in preda al degrado che ha colpito questo Stato, causato della classe dirigente che ha guidato l’Italia al collasso.
Ansaldo, Piaggio, Ex Ilva, Esaote (quel che ne rimane) e diverse tra ciò che erano grandi realtà lavorative genovesi, sono state colpite da un declino che non cessa di progredire.
Quelle citate sono solo una minuscola parte delle Fabbriche che un tempo davano lavoro a migliaia di lavoratori e, chi prima chi dopo, si sono ridotte a realtà che l’unica cosa certa che offrono ai propri lavoratori, è l’incertezza sul futuro.
Ciò che accumuna queste realtà è appunto l’incertezza su piani aziendali e commesse che tardano ad arrivare spesso a causa di inghippi creati da questo sistema che sempre più stringe in un’angosciante morsa gli operai e arricchisce i soliti dirigenti.
Realtà che al proprio interno hanno ridotto il numero di personale ed inserito piccole ditte con operai i cui diritti e salari sono addirittura inferiori rispetto ai lavoratori della grande azienda a cui prestano servizio; mentre ai lavoratori rimasti in queste grandi realtà sono stati chiesti spesso : riduzione delle ore di lavoro e di salario, delocalizzazione del posto di lavoro, cancellazioni ferie, cassaintegrazione e via dicendo.
Il disegno ormai è chiaro anche agli stessi lavoratori che un tempo si sentivano al sicuro nella grande fabbrica in cui erano stati assunti, lavoratori che spesso dichiarano che tutto era diverso quando vennero assunti anni fa.
Le grandi Fabbriche sono state ridotte a medie realtà, e le medie a piccole realtà.
Adesso diversi lavoratori delle diverse Fabbriche genovesi hanno bisogno più che mai di certezze, in un momento dove anche lo scenario di crisi di governo aumenta l’incertezza sul futuro dei lavoratori stessi.
Il Partito comunista italiano è al fianco di tutti i lavoratori e cerca di dare voce proprio a chi da tempo chiede risposte concrete! Per questo il partito comunista Italiano mettera a disposizione  le sue forze e i suoi militanti per dare voce a tutto il mondo del lavoro, dalle fabbriche del territorio Genovese , ai problemi legati alla sanità all’ambiente, all’istruzione . Partito comunista Italiano federazione di Genovapci.genova@gmail.compci-genova.itTelefono 3519139062