Trent’anni fa l’omicidio a sangue freddo di un grande rivoluzionario africano (Parte 1)

Non è possibile effettuare un cambiamento fondamentale senza una certa dose di follia. In questo caso si tratta di non conformità: il coraggio di voltare le spalle alle vecchie formule, il coraggio di inventare il futuro. Ci sono voluti i pazzi di ieri per permetterci di agire con estrema chiarezza oggi. Voglio essere uno di quei pazzi. Dobbiamo avere il coraggio di inventare il futuro.

Thomas Sankara (1949 – 1987)

Lo chiamavano il “Che Guevara africano” ed era probabilmente l’unico uomo in grado di trascinare l’Africa fuori dal suo isolamento economico secolare. E, forse, proprio per questo – dopo solo quattro anni di presidenza del Burkina Faso – il giovane leader venne ucciso a tradimento.

Di famiglia cattolica praticante, si diplomò nel 1966 a Bobo-Dioulasso. I genitori avrebbero voluto che diventasse un prete, ma lui tentò dapprima di iscriversi a medicina, poi, fallito questo tentativo, entrò nell’esercito presso la scuola di Prytanée di Kadiogo. A 19 anni si trasferì in Madagascar, dove ricevette una formazione da ufficiale, ma soprattutto ebbe modo di assistere alle rivolte del 1971 e 1972 contrio il presidente Philibert Tsiranana. Sempre in Madagascar ebbe modo di conoscere le teorie marxiste e leniniste tramite la rilettura di Adama Touré, militante del Partito africano dell’indipendenza. Nel 1972 ritornò in Alto Volta e partecipò a una guerriglia al confine tra il suo Paese e il Mali, fatto che lo spinse ad abbracciare il pacifismo. A titolo di curiosità, ricordiamo che in questo periodo riuscì a guadagnarsi una certa notorietà a Ouagadogou (la capitale della Sierra Leone, poi Burkina Faso) come chitarrista del gruppo dei “Tout-à-Coup Jazz”.

Nel 1976 gli venne affidato l’incarico di comandante del centro di addestramento dell’esercito a Pô. Saye Zerbo, colonnello dell’esercito, era salito al potere per mezzo di un colpo di Stato e Sankara, con un gruppo di giovani ufficiali fra cui Blaise Compaoré, diede vita all’organizzazione segreta Regroupement des Officiers Communistes (ROC, Gruppo degli Ufficiali Comunisti). Nel tentativo di sedare la tensione che si stava iniziando a creare nell’esercito e nel Paese, il presidente Zerbo nominò Sankara Segretario di Stato nel settembre 1981, ma lo stile di vita il il modo di fare politica del giovane ufficiale erano in evidente contrasto con il lusso sfrenato in cui vivevano le alte sfere del governo: Sankara si presentò alla prima riunione dell’esecutivo, subito dopo essere stato nominato, in bicicletta, anziché con una lussuosa Mercedes come i suoi colleghi.

Non poteva durare e infatti non durò: il 21 aprile 1982 Sankara rassegnò le dimissioni, in disaccordo con il regime, colpevole, a suo parere, di essere troppo distante dalle esigenze del popolo.Inoltre, per completezza di informazione, occorre ricordare che tutte le iniziative che egli propose durante il suo mandato vennero totalmente ignorate. I pochi mesi al governo furono sufficienti a Sankara per capire che il suo modo di vivere e fare politica era incompatibile con quello degli altri membri del governo. Venne imprigionato e il suo arresto fu accompagnato da una sua frase, pronunciata alla radio, che presto lo rese celebre: “Guai a prendere in giro il popolo”.

Un nuovo colpo di stato nel novembre 1982 portò al potere Jean-Baptiste Ouédraogo che, non potendo ignorare la popolarità di Sankara, gli offerse la presidenza. Dopo il suo rifiuto, lo nominò primo ministro.

Questo fu per il futuro leader africano un periodo ricco di viaggi: si recò in Nigeria da Seyni Kountché, nella Libia di Gheddafi (di cui già aveva letto e fatto leggere il Libro Verde e dal quale ottenne la promessa di un aiuto finanziario per l’Alto Volta); in Corea del Nord; al forum dei non allineati di New Delhi; da Samora Michel in Mozambico; da Daniel Ortega in Nicaragua; da Mathieu Kérékou in Benin; da Indira Gandhi in India; da Chadli Bendjedid in Algeria; da Julius Nyerere in Tanzania, e da Jerry Rawlings in Ghana. Inoltre, Sankara, grazie al suo modo di esprimersi semplice, tagliente ed efficace, unito alla sua autentica vicinanza alle fasce più deboli della popolazione, riuscì a incrementare in maniera notevole le simpatie intorno alla sua persona. Ma il contrasto fra la sobrietà del giovane ufficiale o lo sfarzo ostentato dai suoi colleghi, anche in questo caso portò alla destituzione di Sankara. In occasione della visita di Jean-Christophe Mitterand, figlio del presidente francese François, nella capitale, Sankara e alcuni dei suoi fedelissimi vennero posti agli arresti domiciliari. Questo arresto causò una rivolta popolare e i prigionieri vennero liberati.

Ancora un colpo di Stato, questa volta guidato da Blaise Compaoré con l’appoggio della Libia, destituì Jean-Baptiste Ouédraogo e, all’età di 35 anni, Thomas Sankara divenne presidente del suo Paese. Esattamente un anno dopo il suo insediamento il nuovo presidente cambiò il nome del Paese da Alto Volta in Burkina Faso (che in More e Djoula, i due idiomi più diffusi nella nazione, significa “Terra degli uomini integri”). Ridisegnò la bandiera e, memore dei suoi trascorsi musicali, compose testo e musica del nuovo inno nazionale, Une seule nuit.

Nel dicembre 1985 venne organizzato il censimento generale della popolazione burkinabé, ma, per un errore, gli addetti alle rilevazioni sconfinarono in Mali, scatenando l’ira dei vertici governativi del Paese confinante, che fecero pressione su Sankara. La tensione sfociò in un conflitto, noto come “Guerra di Natale”, che durò cinque giorni e causò 100 morti, perlopiù nella città di Ouahigouya, che fu bersaglio delle incursioni dell’aviazione maliana.

Il 15 ottobre 1987, Sankara venne assassinato insieme a dodici ufficiali (Noufou Sawadogo, Amadé Sawadogo, Abdoulaye Guem, Der Somda, Wallilaye Ouédraogo, Emmanuel Bationo, Paténema Soré, Frédéric Kiemdé, Bonaventure Compaoré, Paulin Bamouni, Christophe Saba, Sibiri Zagré) in un colpo di Stato organizzato dall’ex compagno d’armi e collaboratore Blaise Compaoré con l’appoggio di Francia, Stati Uniti d’America e militari liberiani. La sua colpa era stata quella di aver ripetutamente attaccato il presidente francese François Mitterand, colpevole di appoggiare il governo razzista di Pieter Willem Botha in Sudafrica e di aver rifiutato il suo appoggio militare a Charles Taylor, futuro presidente della Liberia poi accusato di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Le circostanze della morte di Sankara non sono tuttora chiare. Una tesi, la più accreditata perché sostenuta da un testimone oculare, narra che Sankara e Compaoré la sera dell’uccisione stessero discutendo animatamente intorno a un tavolo. Il presidente accusava il collaboratore di essere un traditore. A questo punto, Compaoré avrebbe estratto il suo revolver e avrebbe sparato due colpi mortali al petto di Sankara, che si sarebbe accasciato sulla sedia privo di vita. Compaoré ha sempre negato questa versione dei fatti, affermando inizialmente che quel giorno si trovava a casa sua, malato, e che a uccidere Sankara sarebbe stata un’altra persona. Successivamente, ritrattò questa versione, affermando di essere stato lui a uccidere il presidente, ma che il colpo sarebbe stato esploso accidentalmente dalla sua pistola.

Un’altra tesi afferma, invece, che Sankara si trovasse a bordo di una Renault 5 insieme ai suoi collaboratori Paulin Baumuni e Frederic Ziembie. A un certo punto l’autovettura sarebbe stata crivellata da colpi di AK-47, con i due collaboratori che morirono sul colpo mentre Sankara sarebbe rimasto illeso. Il presidente sarebbe stato tirato fuori dal mezzo e a sua volta massacrato a colpi di mitraglietta dai miliziani fedeli a Compaoré.

1 – Segue

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