Un po’ di chiarezza sulla vicenda IPLOM

A una decina di giorni dall’esplosione dell’oleodotto Iplom, è il momento di fare una prima valutazione sul disastro ambientale prodotto dallo sversamento di petrolio e un consuntivo sulle misure di sicurezza che sono state messe in atto, accompagnandole con qualche valutazione politica su quali provvedimenti prendere perché quanto accaduto non si ripeta.

L’unica certezza, finora – mentre scriviamo non si sa ancora quale sia esattamente il quantitativo di petrolio fuoriuscito dall’oleodotto e confluito nel rio Fegino e di lì nel torrente Polcevera e infine in mare, nonostante il tentativo di contenimento -, è quella della cassa integrazione per i 240 operai della raffineria di Busalla che è stata chiusa temporaneamente. Come al solito a pagare sono sempre i più deboli ed è un refrain che abbiamo già sentito troppe volte.

Quello della Iplom non è, però, un tragico incidente, un evento casuale che sfugge al controllo umano. È l’ennesimo anello di una catena di fatti che portano a riflettere. Cerchiamo di ripercorrerli con l’ausilio del sito Apocalisse Italia (che ci risulta abbia cessato le pubblicazioni a inizio 2012). In particolare ci riferiamo a un reportage del 31 luglio 2008, intitolato Esplosione alla Iplom di Busalla. Ne emerge è un quadro inquietante, una serie di eventi che non lasciano molto spazio a interpretazioni, incidenti, inquinamento, rischi per la salute dei cittadini (secondo alcuni ci sarebbe anche la minaccia di attentati da parte di estremisti islamici). L’analisi della casistica si ferma al 1999, ma siamo certi che, andando a indagare, troveremmo altrettanti, se non di più, casi che sono accaduti dopo tale data.

Una “veduta” della raffineria Iplom di Busalla dall’autostrada A7 Milano-Genova

La storia della presa di coscienza dell’impatto sull’ambiente e sulle condizioni di vita dei cittadini della raffineria Iplom ha inizio molto tempo fa, per la precisione nel 1955, quando l’ufficiale sanitario di Busalla denunciò nauseanti esalazioni nocive per la salute umana. Chi è passato da Busalla, anche solo in autostrada, può confermare come queste esalazioni siano tuttora avvertibili in maniera pesante, e come la raffineria si trovi vicino all’abitato.

Il 30 marzo 1979 si registra uno scoppio in raffineria. Tre operai rimangono feriti e lo Scrivia viene inquinato da una fuoriuscita di gasolio.

Il 22 maggio 1980 si apre una falla e nuovamente il gasolio confluisce nello Scrivia.

17 febbraio 1982: è la volta della benzina, che finisce nel torrente a causa di una tubatura che si spezza.

Il 18 febbraio 1986 salta una tubatura e a Busalla si percepiscono terribili esalazioni. Sono momenti di allarme e paura per gli abitanti dell’intera vallata.

Nel 1989 gli eventi sono due. Il 4 gennaio olio combustibile finisce nello Scrivia. Gli abitanti parlano di disastro ecologico e accusano l’azienda e le autorità. Il 14 novembre l’Iplom è nuovamente messa sotto accusa dai residenti che protestano per i miasmi provenienti dalla fabbrica. Le fonti dell’epoca (Secolo XIX) informano: “Sensibilmente diminuite le capacità olfattive della gente”,

Il 20 marzo 1990 è la volta di una nube gassosa, che rende l’aria irrespirabile e causa due ore di grande preoccupazione in città. Due mesi dopo, 30 maggio, si riscontra una perdita nello Scrivia, dove si nota fanghiglia oleosa. Intervento dei carabinieri che irrompono nello stabilimento e lo piantonano. Giornata di tensione nell’azienda petrolifera.

Nel 1991, dapprima allarme per fumate troppo nere (5 febbraio), poi idrocarburi nello Scrivia e tracce di combustibile nei pressi della raffineria a marzo. Infine, il 31 agosto, una vampata porta all’incendio di un deposito. Due feriti e panico fra la popolazione. La giunta comunale prende posizione e chiede di chiudere la Iplom.

L’8 giugno 1993 nuovamente onda nera nello Scrivia. A causa del caldo viene riportato a galla l’olio depositato sul fondale.

Nel 1998 si tocca forse il momento più drammatico di questa vicenda. Il 28 gennaio vengono documentate particelle volatili nere su un quartiere di Busalla. Il 10 luglio si nota nuovamente fanghiglia oleosa nello Scrivia. Il 15 agosto viene documentato lo scarico di fanghi rossi nell’alveo fluviale. Il 12 settembre si nota una fuoriuscita di fumi di diverse colorazioni e di fiamme dal nuovo impianto. A Busalla si percepisce un acre odore di zolfo che irrita naso, gola e occhi. Quattro giorni dopo, lungo il muro d’argine tra lo Scrivia e la raffineria, ci si accorge di un deflusso dei residui petroliferi, inutilmente ostacolato da un assorbente. Il 20 ottobre viene fatto notare come i fanghi petroliferi siano visibili a partire esattamente dalla verticale del tubo di scarico e non provengano, quindi, da altra installazione a monte. Nella notte del 28 novembre 1998 fuoriescono ingenti e prolungate fumate. Il 20 dicembre, si notano nuovamente fanghi rossi e neri che provengono dal tubo di scarico della raffineria.

Il 27 gennaio 1999 inequivocabili fotografie testimoniano di un incidente: fra le 20 e le 20,40 circa si è sprigionata da una ciminiera del nuovo impianto una densa nube di fumo che ha avvolto parte di Busalla. Nelle zone interessate dal fumo i cittadini hanno percepito un forte odore di zolfo, anche all’interno delle proprie abitazioni, e accusato disturbi e malesseri quali bruciore agli occhi e irritazioni al naso e alla gola. Verso le ore 21 il forte odore perdeva di intensità, ma ristagnava in maniera considerevole all’interno delle abitazioni. Nemmeno tre mesi dopo, il 7 aprile, si ripeteva questo tipo di incidente. Il Comitato di salute pubblica di Busalla presenta un dossier, che raccoglie la documentazione disponibile nel periodo che va dal 1979 al 1999. Il dossier disponibile in rete è lo stesso presentato al Consiglio comunale della cittadina della Valle Scrivia nell’agosto 1999.

Saltando qualche anno, poiché non abbiamo trovato fonti che traccino una cronologia degli incidenti così dettagliata, segnaliamo l’incendio del 31 luglio 2008. documentato dal seguente video, con l’avvertenza che la durata dell’incendio non si limita ai pochi minuti della ripresa, ma ha avuto una durata molto più lunga:

Sempre a riguardo dell’incendio del 31 luglio 2008 riportiamo quest’altro video, girato dalla Casa della Legalità – ONLUS:

che si collega a un’ulteriore e posteriore contributo del Comitato di Salute Pubblica di Busalla, l’opuscolo Siamo tutti in pericolo. Come si vive sotto il vulcano, che già dal titolo lascia intuire lo stato di preoccupazione dei residenti.

L’incidente del 2008 era stato determinato da una rottura delle tubature e, pochi giorni prima dell’incidente del 2016, si è concluso l’iter processuale che ha visto la condanna dell’allora direttore dello stabilimento, Gianluigi Ratto. Oggi come allora il problema riguarda i controlli delle strutture.

Ma che cosa è Iplom, qual è la sua storia e chi è o sono i proprietari? Per rispondere a questa domanda ci baseremo prevalentemente su dati ufficiali dell’azienda.

L’Industria Piemontese Lavorazione Oli Minerali (Iplom) viene fondata nel 1931 a Moncalieri, nei pressi di Torino, dall’ingegner Giovanni Battista Profumo e tratta, come dice la ragione sociale, di oli minerali. Nel 1943, durante la Seconda guerra mondiale, i fratelli Profumo trasferiscono l’attività a Busalla, dove nasce la raffineria, anche a seguito della crescente necessità di oli minerali durante e dopo il conflitto. All’epoca, nella zona di Genova erano presenti nove raffinerie e la città era considerata strategica per la distribuzione dei petroli, grazie alla vicinanza del mare e della Pianura Padana.

Nel 1952 l’impianto viene alimentato solo a gomma, da lunghe file di autotreni che giorno e notte fanno la spola fra il capoluogo ligure e Busalla. La capacità di lavorazione cresce in misura proporzionale all’aumento dei consumi: siamo negli anni del “miracolo economico” e del boom dell’automobile e dalle 10.000 tonnellate annue del 1952 si arriva alle 160.000 del 1958 per passare poi alle 400.000 del 1961.

Naturalmente, la crescita dei volumi trattati comporta un aumento proporzionale nel numero degli automezzi adoperati. Nel 1962 si ha una svolta nella strategia di approvvigionamento aziendale che coincide con la realizzazione degli oleodotti e del deposito OLGESA. Il petrolio greggio comincia ad affluire a Busalla direttamente dal Porto Petroli di Multedo. La capacità di lavorazione cresce ulteriormente fino ad arrivare a un milione di tonnellate all’anno nel 1965 e a 1.600.000 nel 1972.

Nel 1976 viene collaudato il nuovo impianto di distillazione atmosferica e nel 1981 il nuovo forno di conversione termica. Iniziano i primi interventi per ridurre l’impatto ambientale e si investe per introdurre il metano. Obiettivo della raffineria è quello di investire per ottenere prodotti puliti – a basso tenore di zolfo – con la migliore tecnologia disponibile (ricordiamo che ci stiamo riferendo alla dichiarazioni ufficiali dell’azienda riportate sul suo sito Internet).

A partire dagli anni Novanta, l’azienda dichiara il proprio impegno ambientale. Nel 1990 viene realizzato il diaframma plastico a salvaguardia del torrente Scrivia. Si tratta di un muro di cemento e bentonite, con all’interno un foglio di HDPE (un tipo di plastica), in grado di isolare completamente il terreno della raffineria dal greto del torrente Scrivia impedendo anche sversamenti occasionali (strumento che nel 1998, vedi sopra, si rivelerà inutile o, quantomeno, inadeguato). Nel 1995 viene realizzato un impianto di Cogenerazione studiato per il risparmio energetico e per un uso più razionale dell’energia. È del 1997 l’impianto di Idrotrattamento Catalitico per la desolforazione del gasolio e dell’olio combustibile. Nel 1999 Iplom è la prima raffineria in Italia a realizzare un sistema di monitoraggio delle emissioni (denominato PEMS, Productive Emission Monitoring System) collegato alla centralina meteo della raffineria e alla sala controllo degli impianti. Questo sistema è in grado di calcolare la ricaduta al suolo delle emissioni provenienti dai camini. tenendo conto della mappa orografica della zona. Sempre nel 1999 vengono introdotte le tenute dei serbatoi Crane “zero emissioni”, in grado di annullare le emissioni male odoranti provenienti dalle pompe della virgin nafta. Nel 2003 viene installato il sistema di scrematura automatico su tutti gli impianti di trattamento acque di raffreddamento di raffineria e del deposito Boccarda. Nel 2004 viene introdotto l’impianto di ozonizzazione delle acque di processo e viene installato l’impianto di recupero dell’anidride carbonica con capacità pari a 3.000 kg/h. Nel 2006 l’azienda potenzia il sistema di lavaggio amminico del gas di raffineria e infine, nel 2012 l’azienda annuncia che da alcuni mesi sono regolarmente in funzione i nuovi impianti realizzati per adeguare la raffineria alle normative Autoil2 (Direttive 98/70/CE e 2003/17/CE, che modifica la precedente).

Dal punto di vista della proprietà, la società è sempre rimasta nelle mani della famiglia Profumo, in varie forme. Attualmente, il presidente e amministratore delegato è Giorgio Profumo (v. Le “vie” del petrolio di Iplom, articolo intervista sul sito Ship 2 Store. Magazine in line di Econsomia del mare e dei trasporti), ma l’assetto societario è molto articolato. Dal bollettino settimanale anno XVII, n. 32 dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, a proposito della proprietà di IPLOM, veniamo a sapere che:

IPLOM S.p.A. (di seguito IPLOM) è una società per azioni di diritto italiano, attiva nella lavorazione e trasformazione di prodotti petroliferi, nel commercio all’ingrosso e al dettaglio di prodotti petroliferi e lubrificanti, nonché nel trasporto merci su strada. Il capitale sociale di IPLOM è detenuto al 99,89% dalla società di diritto lussemburghese Finiplom SA, a sua volta controllata al 99,97% dalla società Finoil S.p.A. (di seguito Finoil), controllata congiuntamente da alcune persone fisiche e da una società di diritto lussemburghese. Iplom detiene il 90% del capitale sociale di Petrolpont S.r.l. (di seguito Petrolpont), […], mentre il restante 10% è detenuto da Finoil.

Il fatturato consolidato da IPLOM, nel 2006, è stato pari a circa 787 milioni di euro al netto dell’IVA, realizzati interamente in Italia.

Il fatturato consolidato realizzato da Finoil, nel 2006, è stato pari a circa 817 milioni di euro.

Tutto questo sembra essere del tutto normale nel quadro delle società petrolifere italiane: finanziaria in Lussemburgo per eludere – legalmente – le imposte, applicazione degli adempimenti di legge per adeguare gli impianti alla normativa in ambito ambientale (v. anche i seguenti documenti ISPRA: Autorizzazione Integrata Ambientale. Attività di controllo, Anno 2012, p. 140; Autorizzazione Integrata Ambientale. Attività di controllo, Anno 2013, p. 144; Autorizzazione Integrata Ambientale. Attività di controllo, Anno 2014, p. 165).

Ma, nonostante la massa di documentazione disponibile, ci sembra manchi un passaggio, che forse è decisivo per quanto riguarda la questione dello sversamento nel Polcevera: da un articolo pubblicato su Repubblica qualche giorno fa (Genova, l’onda nera raggiunge il mare. Il tubo dell’Iplom rotto a un mese dalla revisione), veniamo a sapere che le tubature dell’oleodotto avrebbero dovuto essere sottoposte a manutenzione ordinaria fra poco più di un mese e che questo tipo di manutenzione viene fatta ogni cinque anni.. Ma l’oleodotto della Iplom ha più di cinquant’anni e la logica ci spinge a ritenere che dovrebbe essere soggetto a interventi manutentivi più frequenti. Fra l’altro, mentre scrivevamo queste note, abbiamo appreso dalla stampa cittadina che la stessa magistratura ha aperto un fascicolo per indagare proprio sulla questione della manutenzione delle tubature.

Iplom completa
Panorama completo della Iplom con la sottostante autostrada e l’agglomerato urbano di Busalla

Oltre alla questione della eventuale insufficiente manutenzione, restano aperte altre questioni: la raffineria di Busalla si trova a poche decine di metri da impianti sportivi e campi coltivati, oltre che dell’agglomerato urbano. A nostro avviso, si tratta di una situazione insostenibile sia dal punto di vista della salute pubblica, sia per quanto riguarda l’inquinamento atmosferico che per i rischi connessi alla tipologia di attività produttiva (cosa succederebbe in caso di esplosione?). È urgente una bonifica del territorio e del torrente Scrivia, il cui fondale risulta inquinato da residui oleosi. Ed è altrettanto urgente una decisione in merito allo spostamento (o alla chiusura) dell’impianto. Da parte nostra siamo fautori del principio che chi inquina paga, per cui le spese di riconversione e di messa in sicurezza del territorio devono essere addebitate all’azienda, non ricadere sulla collettività. Purtroppo, anche in questo caso – come se ci fosse bisogno di una ulteriore dimostrazione – l’azienda cercherà di far ricadere i costi dell’intervento sul bilancio pubblico, avvalendosi, come già sta facendo, dell’arma del ricatto occupazionale. La messa in cassa integrazione di 240 dipendenti della raffineria (sui circa 250 in forza all’azienda) ne rappresenta il primo segnale, ma non è tollerabile che a pagare i costi di inadempienze della proprietà e della direzione siano sempre i lavoratori.

Da un punto di vista più prettamente politico, è fondamentale che le forze sane di questo Paese inizino a interrogarsi su alcune questioni non risolte, a partire dalla responsabilità d’impresa. Secondo i dogmi del liberismo un’azienda deve solamente limitarsi a produrre nel modo migliore possibile. Se per farlo dovesse inquinare, questo non è più un problema dell’impresa, perché, se applica le leggi vigenti in materia (che molto spesso sono blande e pesantemente condizionate dalle lobbies, oltre che disattese in tutto o in parte), tutto il resto esula dalle sue competenze e il ripristino delle condizioni minime per la tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini non ricade fra le sue responsabilità, ma su quelle della pubblica amministrazione. Forse questo era accettabile in altri tempo, ma, dopo la presa di coscienza dell’importanza e del valore, anche economico, di un ambiente sano da parte di grandi masse della popolazione, l’attuale stato delle cose non è più tollerabile. Non si può lasciare che sia la mano invisibile del mercato a provvedere a tutto; questo dogma del pensiero liberale sostiene che sarà il consumatore/cliente finale a decidere, premiando i comportamenti virtuosi e punendo quelli immorali mediante l’atto di acquisto. Questa logica viene applicata anche per minimizzare lo sfruttamento della manodopera infantile praticato da troppe aziende: se per produrre, ad esempio, calzature sportive una multinazionale si avvale del lavoro di bambini sottopagati, questo è giustificato dalle ragioni della concorrenza. Starà al consumatore, se ritiene questo comportamento riprovevole, penalizzare l’azienda non comprandone i prodotti. Qualcuno, un giorno, dovrà dare spiegazioni sul funzionamento di questo meccanismo; per il momento facciamo nostra la battuta del premio Nobel per l’economica Joseph Stiglitz: “La mano invisibile del mercato è invisibile perché non esiste”.

A nostro avviso la pubblica amministrazione deve svolgere un ruolo fondamentale: di indirizzo, ma anche di stretta vigilanza sull’operato di imprese che operano in settori così delicati come le raffinerie, attuando una stretta vigilanza e non esitando a sanzionare comportamenti lesivi della sicurezza ambientale e della salute dei cittadini, anche in modo estremamente duro, mediante la chiusura forzosa degli impianti. Lo Stato ha il diritto costituzionale di espropriare per pubblica utilità e cosa c’è di più utile della salute pubblica? Ma lo Stato, o chi per esso, ha anche il dovere di farsi carico di un progetto di riqualificazione industriale dell’area, favorendo soluzioni eco-compatibili, per assorbire tutti i lavoratori lasciati a spasso dall’azienda.

È ovvio che, per Iplom, l’attuale posizione è strategica e quindi farà di tutto per evitare lo spostamento degli impiani: Busalla si trova a pochi chilometri da Genova e dal suo Porto petroli e c’è una tratta autostradale che la collega con le principali zone industriali del Nord Italia. Del tutto incidentalmente, purtroppo, a Busalla ci abitano delle persone. Ma la politica deve fare delle scelte e non può limitarsi a gestire l’esistente alla meno peggio, sperando in colpi di fortuna a ripetizione. Qualcuno ha definito la IPLOM “una bomba innescata” e le bombe innescate, prima o poi, esplodono e non si tratta di discurere sul se, ma sul quando.

***

Concludiamo questa nostra disamina riportando il rapporto dei tecnici del Comune di Genova relativo alla situazione riscontrata e ai primi interventi effettuati.

Rapporto del 23 aprile 2016 sull’incidente Iplom e sugli interventi effettuati

Domenica 17/04/2016, intorno alle ore 20:00, in zona Pianego di Fegino si è verificata una lesione all’oleodotto IPLOM che collega il Booster IPLOM di Porto Petroli (Genova Multedo) con la Raffineria IPLOM di Busalla: il tratto lesionato è costituita da una condotta da 16”, aggettante in verticale sui rio Pianego, che al momento del sinistro risultava in pompaggio a circa 80 bar per il trasferimento di greggio in Raffineria. La rottura dell’oleodotto, sulle cui cause sono in corso accertamenti tecnici anche in sede di indagine giudiziaria ha causato la fuoriuscita di un quantitativo di greggio che al momento risulta stimabile in circa 500-700 m3 (dato pressoché esclusivamente indicativo).

Il prodotto petrolifero fuoriuscito dalla condotta ha inizialmente scavato e sgrottato il terreno circostante, per poi riversarsi lungo il versante boschivo fino a defluire nel rio Pianego, quindi nel rio Fegino e infine nell’alveo del torrente Polcevera, percorrendolo fino alla foce.

Successivamente al sinistro e allo sversamento in ambiente del greggio, IPLOM, in appoggio ai Vigili del Fuoco, ha attivato misure di primo intervento, ostacolate dalla svantaggiata logistica delle aree interessate, dalle importanti dimensioni della zona impattata nonché dal buio delle prime ore di operatività; tali misure sono state finalizzate da un lato a garantire le condizioni di sicurezza da potenziali fenomeni esplosivi e/o incendi, provvedendo al getto di schiumogeno sulla colata oleosa, e dall’altro lato a contenere lo spandimento verso mare del prodotto oleoso.

Tali misure di messa in sicurezza d’emergenza (MISE, artt. 240 e 242 del D.Lgs. 152/06) sono state nelle 24-48 ore successive al sinistro progressivamente implementate e potenziate, anche sulla scorta delle disposizioni impartire dal gruppo di coordinamento tecnico allestito dalla Prefettura, al quale partecipano i vari Enti interessati (Comune, Capitaneria di Porto, ARPAL, ASL3, Città Metropolitana, Vigili del Fuoco, Protezione Civile, ISPRA-ICRAM) oltre a IPLOM e alle imprese da questa incaricate delle attività di MISE (Belfor e Castalia, rispettivamente per gli interventi a terra e per gli interventi a mare).

Una parte, al momento non precisamente cubabile, del greggio sversatosi ha tuttavia raggiunto, nelle primissime fasi emergenziali della notte del 17/04/2016, lo specchio acqueo portuale, prima che i dispositivi di contenimento messi in atto da IPLOM consentissero di intercettare e bloccare il deflusso del contaminante lungo l’alveo del torrente Polcevera. Lo spandimento del greggio nelle acque portuali e in mare aperto e la sua migrazione sotto la spinta dei venti e delle correnti, è oggetto di supervisione e controllo da parte della Capitaneria di Porto di Genova.

Per quanto riguarda il problema ambientale degli alvei dei corsi idrici interessati dal sinistro e i conseguenti interventi di MISE in ambito terrestre, di più specifica competenza di Comune e Città Metropolitana di Genova, si rileva la progressiva rimozione del prodotto oleoso in fase separata (surnatante), con un tasso complessivo indicativamente pari a oltre il 90%, mediante l’importante spiegamento di materiali oleo-assorbenti e autospurghi, previa realizzazione di briglie sifonate lungo i corsi d’acqua interessati e l’allestimento di panne galleggianti alla foce del torrente Polcevera per intercettare le acque superficiali defluenti e intrappolare il prodotto oleoso in fase separata, al fine di consentirne la rimozione mediante autospurgo.

Parallelamente al recupero del prodotto oleoso libero sono tuttora in corso lavori di scarifica superficiale degli alvei dei rii Pianego e Fegino mediante benna meccanica ed escavatore a risucchio per l’asportazione del sedimento alluvionale maggiormente interessato da residui oleosi adesi/adsorbiti, ancora in gradi di causare potenziali fenomeni di rilascio di contaminanti in caso di dilavamento da parte delle acque meteoriche.

I materiali assorbenti esausti, le acque oleose aggottate mediante autospurgo e i terreni da scavo sono progressivamente avviati a smaltimento presso impianti autorizzati alla gestione di rifiuti pericolosi.

Rimane invece in sospeso la messa in sicurezza dell’area direttamente interessata dalla rottura dell’oleodotto, posta sotto sequestro giudiziario e pertanto al momento non accessibile: tale area, costituita da una porzione di versante ad elevata acclività di estensione pari a circa 200 m2, rappresenta una importante sorgente di contaminazione primaria potenzialmente ancora attiva, in ragione della presenza di terreno pesantemente intriso di prodotto oleoso (anche in considerazione della presenza di un vano di scavo generato dalla pressione di uscita del greggio dalla condotta, allagatosi di idrocarburo) e dell’ubicazione stessa dell’area in sponda sx dell’alveo del rio Pianego, che risulterebbe nuovamente interessato da possibili ulteriori fuoriuscite di prodotto,

Le operazioni di MISE proseguiranno secondo lo schema operativo già delineato e sottoposto alla valutazione del gruppo di coordinamento tecnico allestito dalla Prefettura: per il completamento delle attività di MISE è stimabile la necessità di ulteriori 6-8 settimane, al termine delle quali risulterà necessario provvedere all’esecuzione di campagne di campionamento per l’accertamento della qualità ambientale delle matrici impattate dallo sversamento di greggio, con particolare riferimento alle acque superficiali e ai terreni/sedimenti degli alvei dei rii Pianego e Fegino e del torrente Polcevera per la valutazione degli sviluppi del procedimento amministrativo ai sensi dell’art. 242 del D.Lgs. 152/06.