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30 giugno 1960, Genova si ribella al rigurgito fascista

La manifestazione in piazza De Ferrari

Il 30 giugno 1960 la Genova antifascista scese in piazza per impedire quella che, a tutti gli effetti, era una provocazione: il congresso del Movimento Sociale Italiano nella città Medaglia d’Oro per la Resistenza, quella che si era liberata da sola dal gioco nazi-fascista, pagando un duro prezzo in termini di vite umane. 

In questa occasione i lavoratori e gli studenti scesero in massa a manifestare il loro dissenso contro questo rigurgito di fascismo e i valori della Resistenza vennero affermati con forza dalla parte migliore della popolazione genovese. 

Riportiamo questa breve sintesi di quello che accadde, tratta dal post che un compagno ha messo sul suo profilo Facebook.

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Il “processone” contro i comunisti

Il Tribunale speciale per la difesa dello Stato

Erano al confino o in carcere i dirigenti comunisti contro i quali il giudice istruttore Enrico Macis spiccò tre successivi mandati di cattura il 14/1, il 12/2 e il 20/5 del 1927, l’ultimo dei quali parlava esplicitamente di guerra civile, saccheggio, devastazione e strage. La linea adottata dagli imputati fu quella di confermare l’appartenenza al Partito comunista ma di negare qualsiasi ruolo dirigente. Nel caso di contestazione di fatti specifici, bisognava scaricarli sulle spalle di compagni che, essendo espatriati, potevano ritenersi in salvo. La fase istruttoria viene dichiarata ultimata dal giudice istruttore militare Enrico Macis e dal regio avvocato militare Gaetano Tei il 16 luglio del 1927. Solitamente gli incartamenti relativi alla fase istruttoria vengono accompagnati dalle considerazioni e dalle conclusioni del giudice istruttore; in questo caso, soltanto due note burocraticamente d’ufficio accompagnano il materiale che viene trasferito al Tribunale speciale di Roma. Nonostante la lunga durata dell’istruttoria, alla fine, non era stato possibile rinvenire una prova che fosse una dei reati per i quali i comunisti venivano rinviati a giudizio.

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La diversità comunista

Umberto Terracini

Quando si fa parte di un gruppo (qualsiasi esso sia, in politica come nella vita) fortemente identitario, prima o poi si sente parlare di “diversità”. Naturalmente, si tratta di qualcosa assai difficile da definire e spiegare. In fin dei conti certe situazioni bisogna viverle o averle vissute, e non è detto che poi si sia capaci di raccontarle.

Una cosa del genere accade anche per i comunisti, i quali, spesso e volentieri, parlano della “diversità comunista”, sottintendendo con questa locuzione un qualcosa che li distingue da tutti gli altri, sia dal punto di vista etico sia da quello comportamentale. Ma come si spiega? Probabilmente solo con degli esempi. E uno viene fornito dalla lettura del libro In auto con Berlinguer. Quindici anni con il segretario del Pci di Alberto Menichelli che di Berlinguer fu per lungo tempo autista e accompagnatore.

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