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Palmiro Togliatti, una lezione da riscoprire

Palmiro Togliatti

 di Alex Höbel
Segreteria nazionale Pci

Il 26 marzo del 1893 nasceva a Genova Palmiro Togliatti, il massimo esponente del comunismo italiano assieme ad Antonio Gramsci, che era di soli due anni più grande, ma di cui Togliatti si considerò sempre un allievo, oltre che un amico e un compagno di lotta.

A tanti anni di distanza anche dalla sua scomparsa, e dopo una lunga fase di damnatio memoriae, a partire almeno dal 50° anniversario della morte, nel 2014, una rilettura della sua opera si sta affermando anche sul piano storiografico. Una recente biografia ne mette in luce il forte realismo1 (quel realismo che ha le sue radici in un classico del pensiero politico come Niccolò Machiavelli). Né sono mancati volumi che hanno messo in luce, da un lato, la continuità della sua opera in relazione al tema della democrazia italiana; dall’altro, il suo ruolo nella vicenda del comunismo internazionale del XX secolo, che ne fa per certi versi un “leader globale” ante litteram2. E tuttavia, per infelice paradosso, proprio nel momento in cui la figura di Togliatti viene giustamente rivalutata sul piano storiografico, la sua lezione appare largamente dimenticata sul terreno politico. Ed è invece proprio dell’attualità politica di molti suoi insegnamenti che vorrei soffermarmi.

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Centoventicinque anni fa nasceva Palmiro Togliatti

Palmiro Togliatti

Il 26 marzo 1896, a Genova, in una famiglia piccolo borghese nasceva Palmiro Togliatti, uno dei più importanti leader del movimento comunista non solo italiano, ma internazionale.

Sulla sua attività politica sono state scritte decine di migliaia di pagine e non è certo questa la sede per tentare di tracciarne una biografia. Quello che ci preme ricordare, oggi, è stata la sua capacità di statista, di politico che guardava più al bene dell’Italia che all’interesse spicciolo del proprio partito e della propria comunità di riferimento. È noto, infatti, che fu proprio Togliatti insieme a De Gasperi a introdurre il suffragio universale alle donne nel 1945 (decreto n. 23 del febbraio 1945), così come l’elettorato passivo concesso l’anno successivo.

Oggi, forse, la portata di questo atto ci sembra normale, ma dobbiamo ricordare che l’Italia era appena uscita dall’epoca fascista, nella quale ogni speranza di voto femminile era stata disattesa. A tal proposito, Mussolini aveva affermato “le donne sono sufficienti per un’ora di spasso ma non adatte a un calmo ed equilibrato lavoro”. E invece… le donne apprezzarono la svolta e si recarono a votare in massa, sebbene la rappresentanza femminile nei consigli comunali e nella stessa Assemblea Costituente non fosse così consistente come il numero delle elettrici avrebbe potuto far credere, anche a causa – occorre dirlo – di alcune resistenze nella composizione delle liste.

Classe, popolo, partito: una dialettica antica sempre feconda

Dal sito del nazionale riprendiamo questo contributo di Alexander Höbel, scritto qualche giorno prima dell’anniversario della fondazione del PCd’I il 21 gennaio 1921.

di Alexander Höbel
Segreteria nazionale PCI

1 – In vista del 97° anniversario della nascita del Pcd’I, può essere utile tornare a riflettere sulla questione del rapporto tra classe, popolo e partito. Si tratta di un tema “classico” nell’elaborazione e nella storia del movimento comunista. Si tratta di una questione che impegna i comunisti fin dal sorgere del loro movimento; riguarda cioè i fondamenti stessi del loro agire politico. Nel Manifesto del Partito comunista(traduzione di Palmiro Togliatti), Marx ed Engels scrivevano:

Che relazione passa tra i comunisti e i proletari in generale? I comunisti non costituiscono un partito particolare di fronte agli altri partiti operai. Essi non hanno interessi distinti dagli interessi del proletariato nel suo insieme. Non erigono principi particolari, sui quali vogliano modellare il movimento proletario. I comunisti si distinguono dagli altri partiti proletari solamente per il fatto che […] rappresentano sempre l’interesse del movimento complessivo1.

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1922 – Colpo di Stato della borghesia

La Marcia su Roma

Il 20 febbraio del 1922 veniva costituita l’Alleanza del Lavoro, un cartello al quale aderivano sindacati e partiti politici antifascisti, avente come scopo la creazione di “un’alleanza delle forze proletarie” per rispondere allo squadrismo fascista e risolvere i problemi delle libertà politiche e sindacali attraverso la difesa della giornata lavorativa di otto ore. Il 31 luglio l’Alleanza proclama uno sciopero generale che, per bocca di Turati, dovrà essere “legalitario” nel senso che “i lavoratori devono assolutamente astenersi dal commettere atti di violenza che tornerebbero a scapito della solennità della manifestazione e si presterebbero alla sicura strumentalizzazione degli avversari; salvi i casi di legittima difesa delle persone e delle istituzioni, contro le quali, malauguratamente, la violenza avversaria dovesse scaricare i suoi furori…”. Lo sciopero, iniziato il 1° di agosto, scarsamente organizzato e privo di guida, durò ventiquattro ore e si rivelò un fallimento permettendo ai fascisti di esercitare violenze di ogni tipo sugli scioperanti. Nella sua monumentale biografia mussoliniana, De Felice ha sostenuto che proprio questo sciopero abortito inflisse un colpo mortale alla democrazia italiana spianando “il terreno a Mussolini, spazzando via di un colpo gli ostacoli e i pericoli di cui era cosparsa la sua strada verso il potere…”. È stupefacente notare come, molti anni prima che lo storico reatino si apprestasse alla realizzazione della sua opera su Mussolini, altri aveva avuto modo di scrivere sullo stesso evento e sulle sue conseguenze quanto segue: “Nel 1921 l’Avanti! e il Partito socialista erano contrari all’azione generale proposta dai comunisti e la sabotarono in ogni modo fino alla catastrofe dello sciopero legalitario dell’agosto 1922, che ebbe solo il risultato di spingere gli industriali e la Corona verso il fascismo e di far decidere l’on. Mussolini al colpo di Stato…”: parole scritte da Antonio Gramsci nell’articolo Le elezioni comparso sull’Ordine Nuovo del marzo del 1924 (Gramsci antesignano del revisionismo storico? Semplicemente Gramsci storico, da leggere e da rileggere, anche da parte di chi si definisce revisionista).

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Che cosa ci dice oggi Enrico Berlinguer (eredità, grandezza e solitudine del leader comunista)

Di VIndice Lecis, dal sito nazionale del Partito

Sono trascorsi 33 anni dalla morte di Enrico Berlinguer. Nel frattempo, una generazione diventata adulta non lo ha conosciuto. E se, talvolta, ne ha sentito parlare è stato nel modo stucchevole e mieloso, tipico di un appiattimento rievocativo legato agli umori e alle convenienze del momento. Il film di Veltroni, ad esempio, ne è stata la più chiara dimostrazione: operetta lacrimevole che ha agevolato la colossale rimozione storica del ruolo reale svolto dal segretario del Pci. La cui grandezza, spesso, andò di pari passo con la sua solitudine.

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Socialismo e cultura

Antonio Gramsci

Il 27 aprile di ottanta anni fa moriva Antonio Gramsci, il “Capo della classe operaia italiana” (come ebbe modo di definirlo Palmiro Togliatti), vittima della carcerazione fascista che aveva inteso “impedire a questo cervello di funzionare”. Quel cervello, però, non smise di lavorare e produsse quella raccolta di pensiero innovativo che sono i “Quaderni del carcere“.

Nelle scuole e nelle università italiane Gramsci andrebbe studiato molto di più di quello che si sta facendo, soprattutto perché molti dei temi che tratta nella sua opera sono ancora di stretta attualità. Noi vogliamo ricordarlo con un breve articolo, scritto nel 1916 e pubblicato il 29 gennaio di quell’anno su “Il Grido del Popolo, con il titolo “Socialismo e cultura”, perché tratta di uno dei temi più scottanti nel dibattito interno alla sinistra italiana nel secondo decennio del Ventunesimo secolo: la perdita, appunto, di una cultura autonoma, critica e coerente.

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