Stalingrado: “Oltre il Volga non c’è più terra”

La città di Stalingrado distrutta dalla guerra

Il 2 febbraio 1943 si concludeva la battaglia di Stalingrado, una delle più importanti in assoluto della Seconda guerra mondiale. I nazisti, da quel momento in avanti, iniziarono una lenta ma continua ritirata, fino all’epilogo del conflitto l’8 maggio 1945. Vogliamo ricordare questo evento riproponendo questo articolo del 2003 a firma di Gianni Guadresco, pubblicata su “La Rinascita della Sinistra”, organo del Partito dei Comunisti Italiani.

Gianni Giadresco (per una nota biografica più completa v. l’articolo di Daniela Preziosi, Ciao Gianni), classe 1927, è stato un partigiano e giornalista comunista. Ha combattuto insieme ad Arrigo Boldrini (il mitico “Bulow”), che fu a lungo presidente dell’ANPI.

“Vi prego di accettare le mie congratulazioni per la resa del maresciallo von Paulus e per la fine della 6ª armata tedesca. È stato veramente un mirabile successo”. Così telegrafa Churchill al generalissimo Stalin, il 3 febbraio 1943 alla vittoriosa conclusione della storica battaglia di Stalingrado. Quattro giorni più tardi, riceverà da Mosca la seguente risposta: “Auguro sia alla 1ª e all’8ª armata britannica sia alle truppe americane in Africa settentrionale ogni successo durante la loro prossima offensiva e auspico una rapida eliminazione delle truppe italo-tedesche dal suolo africano. Permettete di ringraziarvi delle cordiali congratulazioni per la resa del feldmaresciallo von Paulus e per il riuscito annientamento delle truppe nemiche accerchiate nei pressi di Stalingrado”.

Nemmeno la vittoria, scriverà Churchill nelle sue celebri memorie, aveva reso Stalin “più trattabile”.

La copertina della rivista americana “Life” del 29 marzo 1943, dedicata a Stalin

In realtà, Stalin, anche nel momento del più grande trionfo, non mancava di fare notare agli alleati che non avevano ancora sconfitto le forze italo-tedesche in Africa settentrionale e che l’Urss attendeva ancora che essi onorassero l’impegno ad “aprire” quel secondo fronte in Francia, promesso da molti mesi, ma che si realizzerà solamente il 6 giugno 1944, con lo sbarco in Normandia. Nel frattempo, l’Urss faceva fronte da sola nel Continente europeo all’urto tremendo delle truppe tedesche penetrate nel suo territorio. Dopo tre anni di incessanti successi militari della Germania, Stalingrado, 60 anni or sono1, fu il segnale della grande svolta nel conflitto: la prima sconfitta subita sul campo dall’esercito tedesco. Il più potente esercito del mondo, che aveva conquistato e sottomesso l’Europa, con la sola eccezione di Londra e Mosca, uniche capitali europee sulle quali Hitler non era riuscito a issare la bandiera con la svastica, era in rotta davanti all’esercito rosso. Per il folle disegno di Hitler e Mussolini di imporre al mondo il loro “ordine nuovo”, Stalingrado rappresentò l’inizio della fine. Perfino Mussolini, che aveva fatto scrivere nella propaganda fascista che i russi combattevano perché “costretti dai commissari del popolo con le pistole puntate alla schiena”, confesserà nelle pagine del suo diario tutto il suo sconcerto di fronte all’eroismo dei sovietici che “dimostravano di battersi come i leoni”. Gli strateghi dello Stato Maggiore tedesco avevano progettato di impossessarsi dei campi petroliferi di Grozny con una rapida avanzata, contando di riuscire a congiungere, attraverso il Caucaso, le armate che avanzavano dal fronte russo con quelle di Rommel, che contemporaneamente attaccavano dal fronte libico, verso la conquista del Medio Oriente e del petrolio arabo, oltre il Canale di Suez. Se il loro piano fosse riuscito, il conflitto avrebbe potuto avere un altro esito. Solamente la resistenza e la vittoria sovietica a Stalingrado toglierà ai tedeschi ogni illusione, e darà ai popoli liberi, in ogni parte del mondo, una fondata ragione di speranza.

“Nulla – si legge ancora nelle memorie di Churchill – riuscì ad aver ragione dei russi, che si batterono con eroico spirito di sacrificio in mezzo alle rovine della loro città”. A quel punto, a Hitler rimaneva solamente la demoniaca speranza delle “armi segrete” e la spietata crudeltà dei suoi carnefici, contro le popolazioni inermi, i partigiani in lotta nei Paesi occupati, i deportati nei campi di sterminio.

Sul fronte orientale le sorti della guerra si erano capovolte. Tra il Don e il Volga, i due grandi fiumi che attraversano da nord verso sud l’immensa steppa russa, le armate corazzate tedesche, e i soldati che, sciaguratamente, l’Italia fascista aveva mandato a combattere al loro fianco, avevano continuato fino allora ad avanzare come nelle sabbie mobili. Fino alla città di Stalingrado, dove furono inchiodati sul posto, dopo che i sovietici lanciarono la famosa, seppur tremenda, invettiva patriottica: “Oltre il Volga non c’è più terra!”. Sulla linea del Volga la grande offensiva germanica venne bloccata, spezzata, respinta.

La città di Stalingrado era un importante centro industriale, punto cruciale del disegno strategico dello Stato maggiore germanico. Ma, come ha scritto Churchill, il suo nome – città di Stalin – “era per Hitler una sfida”. Come lo era Leningrado, la città della Rivoluzione bolscevica intitolata a Lenin, la quale resisterà al terribile assedio tedesco per ben 900 giorni. Sta di fatto che, quando l’esercito rosso passerà al contrattacco, alla metà di novembre, dopo tre mesi di offensiva tedesca, sul fronte orientale la situazione era la seguente: a Mosca c’era ancora Stalin e i principali obiettivi della campagna – il Caucaso, Stalingrado, Leningrado – erano ancora in mano russe.

Le perdite saranno spaventose per entrambe le parti, in uomini e mezzi, ma i tedeschi saranno fermati. Da quel giorno sul fronte orientale i tedeschi non avranno più l’iniziativa, dovranno ritirarsi di fronte all’avanzare dell’Armata rossa. La quale si fermerà soltanto, due anni dopo, davanti al bunker di Hitler a Berlino e sulle rive dell’Elba, a Torgau, dove i soldati sovietici si abbracceranno con gli angloamericani vittoriosi a ovest.

A Stalingrado, la 6ª armata tedesca era comandata dal generale von Paulus, un brillante ufficiale germanico che contendeva a Rommel i più alti riconoscimenti ottenuti in battaglia. Nella disperata condizione in cui era finito con i suoi due milioni e passa di soldati, accerchiato dai russi e nell’impossibilità di spezzare l’anello che sempre più si stringeva attorno al suo quartiere generale al centro della città sventrata, lo raggiungerà – via radio – la notizia che il Fuhrer lo aveva promosso sul campo al grado di Feldmaresciallo. La qual cosa non avrebbe modificato la sua condizione di combattente prossimo alla sconfitta, mentre consentì ai russi di catturare un Feldmaresciallo del Terzo Reich, invece che un generale.

Mentre era ancora in corso la guerra, il re d’Inghilterra, unendosi al tripudio del mondo per le importanti vittorie dell’esercito rosso sul nemico comune di tutti i popoli liberi, deciderà di donare una spada d’onore all’eroica città di Stalingrado, emblematico simbolo del trionfo della civiltà umana sulla barbarie nazifascista.

Gianni Giadresco, 21 febbraio 2003

Note

  1. L’articolo è del 2003

Start a Conversation

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *