Ribadiamo la nostra ferma opposizione alla privatizzazione di Amiu

Domani, 31 gennaio 2017, il Consiglio comunale sarà chiamato a deliberare sulla proposta di “accorpamento” fra Amiu e Iren. Il Partito Comunista Italiano intende ribadire la propria ferma opposizione a questa manovra che, al di là dell’eufemistica definizione di accorpamento, è una vera e propria privatizzazione, visto che Iren è una società quotata in borsa e soggetta, quindi, a regole assai diverse da quelle della gestione di un servizio pubblico strategico quale la raccolta dei rifiuti urbani solidi.

Per prima cosa, domandiamoci che cosa sia Iren. Non è un’azienda pubblica perché è una SPA, nonostante la maggioranza azionaria sia detenuta da enti locali e il consiglio di amministrazione veda una consistente maggioranza di esponenti nominati dai Comuni. Ma una società per azioni, per sua stessa natura, segue logiche, normative e finalità differenti rispetto a un’azienda pubblica e qualche segnale di questa diversità inizia a manifestarsi pubblicamente quando  nei primi mesi dell’anno scorso, i piccoli azionisti di Iren fanno un esposto alla Consob per chiedere chiarezza sulla gestione del credito verso il Comune di Torino, i motivi del mancato consolidamento della partecipazione in Iren Rinnovabili cui aggiungono richieste pressanti per ridurre la quota di sponsorizzazioni che Iren annualmente eroga ai soci pubblici (definiti “dividendo implicito”). In sostanza, i piccoli azionisti lamentano la troppa amicalità di Iren con il settore pubblico e lo scarso rispetto dei diritti dei piccoli risparmiatori. Costoro, in merito all’acquisizione di Amiu, si sono dichiarati fortemente contrari all’operazione, definendola una “polpetta avvelenata” (v. Piccoli azionisti Iren: “L’acquisizione di Amiu è una polpetta avvelenata, Genova Post, 21 dicembre 2016), affermazione di Francesco Fantuzzi, portavoce dei piccoli azionisti e già candidato a sindaco di Reggio Emilia per l’Altra Reggio Emilia.

Ma chi sono gli azionisti? Quelli rappresentati da Fantuzzi sono sicuramente i risparmiatori, quelli che detengono pacchetti di azioni percentualmente minimi. Ci sono gli enti locali e per il resto a oggi non è dato sapere, in quanto il sito aziendale è tutto fuorché esaustivo in proposito. Noi possiamo solo immaginare che parte dei proprietari sia costituita da banche e società finanziarie, come del resto accade per tutte le imprese quotate in borsa.

Alcuni potranno obiettare – e anche a sinistra obiettano – che le imprese private sono per loro natura più efficienti e che quindi molte delle perplessità: Telecom Italia, Ferrovie, Alitalia, l’elenco delle controprove è lunghissimo e crediamo basti questo come risposta. Oppure dobbiamo tirare fuori la vicenda genovese dell’estate scorsa quando ogni giorno si aprivano fontane nelle piazze e nelle vie cittadine, a causa della rottura dei tubi dell’acqua potabile, servizio fornito ai cittadini dalla stessa Iren (nonostante il referendum del 2011 imponesse il ritorno alla gestione pubblica dell’acqua)? O ancora, la vicenda della Centrale del Latte – sempre per restare in casa nostra – dove la proprietà, la francese Lactalis, il giorno stesso della scadenza dell’impegno che aveva assunto con il Comune, ha smesso di servirsi dai produttori locali per comprare la materia prima all’estero e risparmiare qualche centesimo a litro? O dobbiamo parlare degli innumerevoli casi di irresponsabilità d’impresa, quali quello della Iplom, che inquina pesantemente e continua imperterrita per la sua strada?.

Si badi bene – e qui entriamo in un territorio che non ci competerebbe, ma si sa, i comunisti studiano approfonditamente anche l’economia “classica” – questa operazione non sta in piedi nemmeno dal punto di vista dell’economia liberale, perché crea un monopolio privato, in barba alle regole che prevedono la libera concorrenza, che il prezzo di un prodotto/servizio venga determinato dal mercato, ecc.

Lo stesso piano industriale, poi, presenta delle lacune secondo noi gravi, in quanto non offre sufficienti garanzie di mantenimento dell’attuale livello di servizio, specie nelle periferie dove anche ora è alquanto lacunoso. Cerchiamo di spiegarci meglio: se un servizio viene erogato da un ente pubblico, tutti i cittadini devono avere pari opportunità di accesso al servizio, indipendentemente da quello che può essere il costo di erogazione dello stesso. Per un’azienda privata il discorso è un altro. Il costo di raccolta dei rifiuti in una zona centrale della città è sicuramente più basso di quello di una zona collinare, dove per raggiungere ogni singola unità di “prodotto” si devono sostenere costi maggiori in termini di materiali di consumo, ammortamenti di mezzi e produttività degli addetti. Stante il fatto che la TARI più di tanto non può aumentare, verremmo a trovarci di fronte a una situazione in cui intere aree della città potrebbero non essere remunerative dal punto di vista economico. Iren potrebbe trovare più conveniente pagare una eventuale sanzione da parte del Comune piuttosto che effettuare il servizio e a questo punto come si risolve la situazione? Solo con un affidamento a privati da parte dell’ente pubblico di un servizio ad hoc per lo smaltimento rifiuti, cioè pagare per qualcosa che si dovrebbe ottenere nel quadro di un accordo di servizio.

Non ci piacciono poi alcune implicazioni dell’operazione. Aumenterà o diminuirà la raccolta differenziata? Non è dato modo saperlo. Possiamo solo supporre che diminuirà, perché il progetto di “fabbrica della materia” previsto da Amiu ha bisogno di bruciare la plastica per produrre le temperature sufficienti a trasformare i rifiuti. La raccolta porta a porta, in fase di sperimentazione in alcuni quartieri della città, probabilmente verrà abbandonata, nonostante le linee guida del CONAI la suggeriscano, e il controllo del Comune sulla salute dei cittadini verrà delegato a terzi, pur rimanendo la responsabilità in capo al sindaco. L’unica certezza è l’aumento della tariffa, anche se bisogna capire in quale misura.

A fronte di tutte queste negatività si risponde affermando la necessità di questa operazione, determinata dal fatto che il contratto di servizio fra il Comune e Amiu scadrà nel 2020, a causa di una disposizione voluta dal ministro Madia. Ma la controriforma della pubblica amministrazione del governo Renzi presenta forti elementi di incostituzionalità e precedenti sentenze della Corte Costituzionale autorizzano a sperare che prima o poi venga annullata.

Per quanto riguarda i lavoratori, poi, questa operazione è rischiosissima, specie in considerazione dell’elevata età media del personale di Amiu (anche in questo caso determinate da precise scelte governative che impediscono l’assunzione di personale da parte delle aziende partecipate). Per gli impiegati la minaccia è quella del licenziamento, specie se si verificasse l’accorpamento di tutte le società di igiene urbana in capo a Iren, così come auspicato dal presidente di Amiu, Marco Castagna; per gli altri, al rischio del licenziamento si aggiungono possibili minori garanzie per la sicurezza sul lavoro. Domani ci sarà lo sciopero e noi saremo idealmente e materialmente al fianco dei lavoratori nella loro lotta.

Presto ci saranno le elezioni amministrative e troviamo scorretto che una delibera di questo impatto venga discussa ora, senza che il tema possa entrare nel dibattito elettorale e coinvolgere tutti i cittadini nel processo di disegno strategico della Genova futura. Troviamo altrettanto scorretto che non siano state valutate opzioni alternative e soprattutto che non siano state portate a conoscenza dei cittadini i quali, alla fine, sono quelli che pagano le conseguenze delle scelte sbagliate. C’erano ampi margini per ricercare opzioni alternative (e alcune le abbiamo ipotizzate anche noi) e, soprattutto, c’era la possibilità di coinvolgere le forze politiche, le associazioni, i comitati, ovvero attivare quella partecipazione in ambito strategico di cui tanto si è scritto e parlato all’inizio di questo ciclo amministrativo, ma che, alla luce dei fatti, è rimasta lettera morta.

Si poteva dare una svolta, un segnale di forte discontinuità e se non lo si è dato, per incapacità, mancanza di volontà o di coraggio, oppure per impossibilità oggettiva, adesso poco importa. Importa, invece, non compiere azioni potenzialmente devastanti e irreversibili. Privatizzare Amiu, adesso, non è un atto di responsabilità politica – a meno che non si sia fautori del thatcherismo -, è atto sconsiderato, fuori tempo e fuori luogo e fa specie vedere come alcuni messaggi di stampo neoliberista, complice una comunicazione martellante, abbiano messo radici anche nelle menti di fautori di una svolta sociale in senso ugualitario, ambientalistico e sociale. È un atto, a nostro avviso, prematuro, affrettato, non supportato da contro analisi, tecnicistico e ideologicamente antitetico rispetto ai valori che affermiamo.

Sicuramente l’operazione di accorpamento di Amiu e Iren non è operazione da donne e uomini che amano sentirsi definire di sinistra. e che vogliono contribuire ad ammodernare il nostro paese. Non appartiene alla nostra cultura e gli esponenti del Consiglio comunale che si rifanno a una determinata area ideale dovrebbero opporvisi con tutte le loro forze. A quattro o cinque mesi dalle elezioni, non ci sono maggioranze da salvare, non valgono ragionamenti dei realismo politico, sempre che questi abbiano un qualche significato. Facciamo loro appello perché i valori in cui si riconoscono si traducano in fatti concreti e, conseguentemente e coerentemente, votino contro questa delibera.

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