Questo matrimonio (col PD) non s’ha da fare

Dopo la breve tregua natalizia, in questi giorni gli organi di informazione locale stanno riproponendo il consueto balletto di ipotesi di alleanze e nomi per le prossime elezioni amministrative. E l’incertezza su quello che farà l’attuale sindaco – o meglio il suo continuare a procrastinare l’annuncio di una decisione probabilmente già presa – crea ulteriore scompiglio. Nella conferenza stampa di fine anno, infatti, il sindaco non ha fornito spunti in merito alle sue decisioni, lasciando il campo libero a tutte le possibili illazioni.

La stampa cittadina ha già fatto una serie di nomi, alcuni più credibili, altri meno, per la sua sostituzione; fin qui, fa parte delle regole del gioco da quando i sistemi elettorali hanno favorito la personalizzazione della politica. Ma la reale curiosità dei giornalisti, quello che realmente piacerebbe loro sapere, riguarda la composizione di un eventuale centrosinistra, da contrapporre al centrodestra e al Movimento 5 Stelle.

La crescita del movimento fondato da Beppe Grillo fa però sì che non si possa più parlare di un sistema bipolare, nemmeno a livello locale. Per questa ragione, oggi, termini come centrosinistra e centrodestra non hanno un gran senso. Quello che ne ha di più, è ragionare sull’ipotesi di un sistema al momento tripolare e valutare se esistono le condizioni per presentare una lista alternativa di sinistra, come già è stato fatto con il risultato positivo di Rete a Sinistra alle regionali 2015.

La stampa continua a non considerare il Partito Comunista Italiano, sia a livello locale che nazionale, ma forse questo è un bene perché ci permette di lavorare con una certa calma alla costruzione e al consolidamento del partito. Se però si fosse disturbata ad approfondire le nostre posizioni (pubblicate sia sul sito nazionale www.ilpci.it, che su gran parte di quelli delle federazioni locali e dei comitati regionali) avrebbe scoperto che per noi è improponibile qualsiasi forma di alleanza con chi, avendo avuto incarichi di governo del paese, ha massacrato il lavoro, la scuola, sta distruggendo la sanità pubblica e ha provato a cancellare buona parte della Costituzione nata dalla Resistenza. Questo qualcuno ha un nome e questo nome è Partito Democratico.

Queste posizioni sono state assunte dal congresso di costituzione del PCI, ma da allora la situazione, se vogliamo, è peggiorata, perché è aumentata l’arroganza della compagine di governo (nonostante le dimissioni di Renzi) e la sua manifesta ignoranza di quelli che sono i bisogni e le aspettative degli italiani. L’esempio più eclatante è stato dato dal ministro del Lavoro Poletti, con le sue dichiarazioni relative alla “fuga dei cervelli”, ma ancor più fastidio danno le dichiarazioni relative alla volontà di continuare con l’opera di riforma (noi diremmo distruzione) dell’Italia, espresse dal presidente del Consiglio dei ministri Gentiloni. Come se il risultato del referendum/plebiscito fosse acqua fresca.

Seguire oggi, il modello proposto da Pisapia e sottoscritto da Marco Doria significherebbe suonare il de profundis per la sinistra italiana (anche questa nostra affermazione è pubblica ed è consultabile su questo sito, scaricando il documento approvato dal Comitato centrale dell’11 dicembre 2016). In passato abbiamo avuto modo di sperimentare cosa significa accettare l’abbraccio mortale del PD, a tutti i livelli. Ha significato che abbiamo dovuto approvare provvedimenti a noi contrarie culturalmente e politicamente, allo scopo di salvare le maggioranze che di volta in volta le attuavano. Indipendentemente da quelli che possono essere i ragionamenti politici o tecnici, questa scelta ci ha distanziato dal nostro elettorato tradizionale, perché contraddittoria rispetto a quelli che sono i valori di riferimento tradizionali del movimento comunista. In conseguenza di ciò, il comunismo diffuso ha smesso di identificarsi con noi si è rivolto all’astensione o ha esercitato altre opzioni di voto.

Se un partito ha l’ambizione di rappresentare una “fetta” di cittadinanza – e noi intendiamo essere e affermarci come partito di classe, dove la classe è quella dei lavoratori – deve avere il coraggio di fare scelte precise e nette, senza lasciarsi incantare dalla promessa di qualche poltrona o poltroncina. Il primo fondamentale passo per farlo è prendere le distanze da chi vuole privatizzare i servizi pubblici locali, trasferire risorse dalla scuola pubblica a quella privata, favorire la svendita del poco tessuto produttivo rimasto in città.

In estrema sintesi, la nostra posizione è questa. E questo è quello che diremo al sindaco Marco Doria lunedì 9 gennaio, quando, insieme ad altre forze della sinistra genovese, lo incontreremo. Abbiamo voluto scriverlo in anticipo, perché crediamo sia fondamentale assumere pubblicamente determinati impegni, perché la coerenza è un valore che va dimostrato con i fatti, non soltanto affermato a parole. E ribadiremo questi concetti anche nel corso dell’assemblea pubblica che Rete a Sinistra ha indetto il 28 gennaio, nella quale verranno presentate delle idee per il futuro della nostra città.

Con ogni probabilità nel 2017 si andrà a votare anche per le politiche. Se la nostra distanza dal Partito Democratico è ampia a livello locale, ancor più lo è a livello nazionale ed è impensabile che le scelte a livello locale siano diverse rispetto a quelle a livello nazionale. Si tratterebbe di una posizione assai difficile da sostenere per un partito che fa della sua diversità una bandiera.

Alberto Soave
Partito Comunista Italiano
Comitato Centrale

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