Quarant’anni fa la legge 194, una norma fondamentale per la tutela dei diritti e della salute delle donne

Siamo ancora molto lontani da una piena attuazione del dettato della legge 194, nonostante siano passati quarant’anni dalla sua entrata in vigore (22 maggio 1978) e nonostante sia passata indenne da ben due consultazioni referendarie, entrambe del 1981.

La legge 194, entrata in vigore il 22 maggio 1978, Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza, è la legge che ha decriminalizzato e disciplinato le modalità di accesso all’aborto.

Prima di quella data, l’interruzione volontaria dellla gravidanza era considerata un reato dal l’art. artt. 545 e segg. del codice penale. Il cosiddetto “Codice Rocco”, in vigore dall’era fascista, più precisamente, stabiliva che:

  • causare l’aborto di una donna non consenziente (o consenziente, ma minore di quattordici anni) era punito con la reclusione da sette a dodici anni (art. 545);
  • causare l’aborto di una donna consenziente era punito con la reclusione da due a cinque anni, comminati sia all’esecutore dell’aborto, sia alla donna stessa (art. 546);
  • procurarsi l’aborto era invece punito con la reclusione da uno a quattro anni (art- 547);
  • istigare all’aborto, o fornire i mezzi per procedere ad esso era punito con la reclusione da sei mesi a due anni (art. 548).

In caso di lesioni alla donna o morte, le pene erano ovviamente inasprite (artt. 546 e 550), ma, nel caso che “… alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 545, 546, 547, 548, 549 e 550 è stato commesso per salvare l’onore proprio o quello di un prossimo congiunto, le pene ivi stabilite sono diminuite dalla metà ai due terzi” (art. 551).

Nel 1975 il tema della regolamentazione dell’aborto balzò all’onore della cronaca, soprattutto dopo l’arresto del segretario del Partito radicale Gianfranco Spadaccia, della segretaria del Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto (CISA1) Adele Faccio e della militante radicale Emma Bonino, per aver praticato aborti, dopo essersi autodenunciati alle autorità di polizia. Sull’onda delle manifestazioni e delle proteste e della rivoluzione culturale e sessuale che stava attraversando la società italiana a partire dal Sessantotto, venne portata avanti la campagna abortista, che fu condotta dai partiti della sinistra (PCI, PSI e PSDI), dai partiti liberal-capitalisti (PRI e PLI) e dal Partito radicale.

Il 5 febbraio, una delegazione comprendente Marco Pannella e Livio Zanetti, direttore de L’Espresso, presentava alla Corte di Cassazione la richiesta di un referendum abrogativo degli articoli 546, 547, 548, 549 2° comma, 550, 551, 552, 553, 554 e 555 del codice penale, riguardanti i reati d’aborto su donna consenziente, di istigazione all’aborto, di atti abortivi su donna ritenuta incinta, di sterilizzazione, di incitamento a pratiche contro la procreazione, di contagio da sifilide o da blenorragia. Cominciava in questo modo la raccolta firme. Il referendum era patrocinato dalla Lega XIII maggio e da L’Espresso, che lo promossero unitamente al Partito radicale e al Movimento di liberazione della donna. Tra le forze aderenti figuravano anche Lotta continua, Avanguardia operaia e PdUP-Manifesto.

Vennero raccolte oltre 700.000 firme e il 15 aprile, con un Decreto del Presidente della Repubblica veniva fissato il giorno della consultazione referendaria, ma lo stesso Presidente Giovanni Leone il 1° maggio fu costretto a ricorrere per la seconda volta allo scioglimento delle Camere. Erano forti i timori dei partiti per le divisioni che poteva provocare una nuova consultazione popolare dopo l’esperienza del referendum sull’aborto dell’anno precedente e ciò li spinse a trovare un compromesso a livello parlamentare, fra l’altro in un periodo molto difficile per la storia politica italiana, quello del rapimento e della successiva uccisione da parte delle Brigate Rosse del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro.

Il bisogno di adeguare la normativa si presentò al legislatore anche in seguito alla sentenza della Corte Costituzionale n. 27 del 18 febbraio 1975. Con questa sentenza, la Suprema Corte, pur ritenendo che la tutela del concepito avesse fondamento costituzionale, consentiva il ricorso alla interruzione volontaria di gravidanza per motivi molto gravi.

Con la 194 sono venuti a cadere i reati previsti dal Titolo X del libro II del codice penale (che si intitolava Dei delitti contro l’integrità e la sanità della stirpe, sic): abrogazione degli articoli dal 545 al 555 e delle norme di cui alle lettere b) ed f) dell’articolo 103 del T.U. delle leggi sanitarie.

La 194 consente alla donna, nei casi previsti dalla legge, di ricorrere alla IVG in una struttura pubblica (ospedale o poliambulatorio convenzionato con la Regione di appartenenza) nei primi 90 giorni di gestazione. Tra il quarto e il quinto mese è possibile ricorrere alla IVG solo per motivi di natura terapeutica.

Il prologo della legge (art. 1) recita:

Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite.
Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviliuppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.

L’articolo 2 tratta dei consultori e delal loro funzione in relazione alla materia della legge, indicando il dovere che hanno nei confronti della donna in stato di gravidanza:

  • informarla sui diritti a lei garantiti dalla legge e sui servizi di cui può usufruire;
  • informarla sui diritti delle gestanti in materia laborale:
  • suggerire agli enti locali soluzioni a maternità che non creino problemi;
  • contribuire a far superare le cause che possono portare all’interruzione di gravidanza.

Nei primi novanta giorni di gravidanza, il ricorso alla IVG [ permesso alla donna

che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternit’ comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito (art. 4).

L’articolo 5 prevede che il padre del concepito non possa in alcun modo intromettersi nella IVG e non sia titolare di alcun diritto sul feto. La figura del padre è citata solamente quattro volte nel suddetto articolo e solamente chiamata in causa come presenza presso un consultorio, struttura sanitaria o medico di fiducia ai quali si rivolge la madre, e solo nel caso in cui questa vi acconsenta (commi 1 e 2).

La IVG è permessa dalla legge anche dopo i primi novanta giorni di gravidanza (art. 6):

  • quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna;
  • quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

Le minori o le donne interdette devono ricevere l’autorizzazione del tutore o del giudice tutelare per poter effettuare la IVG. Ma, al fine di tutelare situazioni particolarmente delicate, la legge 194 prevede che (art. 12)

nei primi novanta giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione delle persone esercenti la potestà o la tutela, oppure queste, interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri tra loro difformi, il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, espleta i compiti e le procedure di cui all’art. 5 e rimette entro sette giorni dalla richiesta una relazione corredata del proprio parere, al giudice tutelare del luogo in cui esso opera. Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna, con atto non soggetto a reclamo, a decidere la interruzione della gravidanza.

La legge stabilisce che le generalità della donna rimangano anonime.

La legge prevede inoltre che “il medico che esegue l’interruzione della gravidanza è tenuto a fornire alla donna le informazioni e le indicazioni sulla regolazione delle nascite” (art. 14).

Il ginecologo può esercitare l’obiezione di coscienza. Tuttavia il personale sanitario non può sollevare l’obiezione di coscienza allorquando l’intervento sia “indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo” (art. 9, comma 5).

La donna, in ultima istanza, ha il diritto di partorire e lasciare il bambino in affido all’ospedale per una successiva adozione. Anche in questo caso viene garantito il più totale anonimato.

La legge 194 è stata confermata dagli elettori con una successiva consultazione referendaria il 17 maggio 1981.

Fin qui il dettato della legge. I problemi nascono quando si va a prendere in considerazione la sua applicazione. A quarant’anni dalla sua adozione, il pieno accesso all’interruzione volontaria di gravidanza resta ancora, infatti, da garantire.

Iniziamo dalla questione dell’obiezione di coscienza. I professionisti sanitari possono esercitarla e questo è un loro diritto, salvo nel caso sussista una condizione di immediato pericolo di vita per la donna. Ma quante volte abbiamo sentito parlare di medici che si dichiarano obiettori nelle strutture pubbliche e poi esercitano l’IVG in quelle private, a fronte, com’è ovvio, di un compenso pecuniario? Inoltre, lo status di professionnista sanitario non esonera il professionista dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento.

Il Servizio Sanitario Nazionale è tenuto ad assicurare che l’IVG si possa svolgere nelle varie strutture ospedaliere deputate a ciò, e quindi qualora il personale assunto sia costituito interamente da obiettori dovrà supplire a tale carenza in modo da poter assicurare il servizio, ad es. per mezzo di trasferimenti di personale. Attualmente, a dover assicurare il servizio tramite trasferte e mobilità è solo la minoranza di medici non obiettori, nonostante ciò non sia specificato dalla legge.

Secondo la Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194 (LAIGA), nel 2017 solo il 59% degli ospedali italiani prevedeva il servizio di interruzione volontaria di gravidanza, in particolare per quanto riguarda i casi successivi al terzo mese. Il 41% degli ospedali italiani sarebbe pertanto non in conformità con quanto previsto dalla legge 194. Nel 2014, dietro richiamo della CGIL, il Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa ha ripreso gli ospedali marchigiani di Jesi, Fano e Fermo, in cui tutto il personale sanitario (medici, anestesisti e paramedici) è obiettore, per vilazione del diritto alla salute delle donne, riconosciuto dalla Carta Sociale europea.

Il numero di obiettori di coscienza all’interno del personale medico italiano è in media del 70% (nel Regno Unito è del 10%, in Francia del 7% in Svezia dello 0%). Il totale degli obiettori di coscienza è aumentato del 12% negli ultimi dieci anni, con punte del 90% in Molise, Trentino-Alto Adige e Basilicata. In tutto il Molise si registra un solo medico non obiettore. Secondo un reportage di Politico Europe, “la miglior maniera di ottenere un aborto in Sicilia è prendere un aereo”. La media di obiettori tra gli anestesisti in Italia è del 49%. Per sopperire alla mancanza di medici in grado di eseguire interruzioni volontarie di gravidanza, gli ospedali ricorrono a medici esterni assunti a prestazione, con costi addizionali per il servizio sanitario e la collettività. In Liguria i medici obiettori sono il 65,4%.

Per quanto attiene alla figura del padre, non titolare di alcun diritto nei confronti del concepito, l’unica statistica svolta è quella dei Centri di Aiuto alla VIta (CAV) nel 2008. Su 9.500 casi registrano 3.230 padri contrari (34%), 895 consenzienti (9.42%) e 1.014 indifferenti (10,67%). Il 5 novembre 1998, in seguito a un ricorso sulla costituzionalità e legittimità dell’art. 5 la Cassazione individua nella donna l’unica titolare del diritto di interrompere la gravidanza senza attribuire alcun peso alla contraria volontà del padre. Non esiste pertanto un danno per la lesione del diritto alla paternità. A causa di ciò, nel 2006 il Tribunale di Monza respinge la richiesta di risarcimento avanzata da un marito nei confronti della moglie che aveva abortito senza consultarlo appellandosi proprio alla legge 194 e all’articolo 5.

Secondo la relazione del ministero della Salute del settembre 2013, in trent’anni le IVG eseguite mediamente ogni anno da ciascun medico non obiettore si sono dimezzate, passando da un valore di 145,6 IVG nel 1983 a 73,9 IVG nel 2011. Tali dati sono confermati anche dalla relazione del 2014. Il calo, è ovvio, può essere determinato da diversi fattori, tra cui il calo generalizzato del numero di aborti (anch’esso dimezzatosi nel periodo) e il ricorso a forme non ospitalizzate, quale il ricorso alla pillola abortiva EU486 in day hospital o l’accesso più esteso alla contraccezione d’emergenza. Nel 2015 l’Agenzia nazionale per il farmaco (AIFA) ha liberalizzato la vendota della pillola EllaOne, anticoncezionale di emergenza assumibile fino a 5 giorni successivi al rapporto a rischio, le cui vendite sono decuplicate da 16.796 nel 2014 a 145.101 nel 2015.

Nel 2015 il numero totale di interruzioni volontarie di gravidanza è stato di 87.639 (185,1 IVG ogni 1000 nati vivi). Il tasso di abortività (numero di IVG tra le donne tra 15 e 49 anni) è stato del 6,6 per mille (-8% sul 2014, -61,2% sul 1983). Il tasso di abortività è calato anche tra le donne straniere, passando dal 19 per mille del 2013 al 17,2 per mille del 2014.

Note

  1. Il CISA era un’organizzazione fondata da Adele Faccio che si proponeva di combattere la piaga dell’aborto clandestino, creando i primi consultori in Italia e organizzando dei viaggi della speranza verso le cliniche inglesi e olandesi, dove, grazie a voli charter e convenzioni stipulate dal CISA, era possibile per le donne avere interventi medici a prezzi contenuti e con i mezzi tecnologicamente più evoluti. Nel 1975, in seguito a un incontro, dapprima con Marco Pannella e poi con Gianfranco Spadaccia, il CISA si federava con il Partito radicale e in poche settimane entrava in funzione un ambulatorio a Firenze presso la sede del partito.

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