Perché l’8 marzo?

L’iniziativa di celebrare la giornata internazionale della donna fu presa per la prima volta nel febbraio del 1909 su iniziativa del Partito socialista americano. L’anno successivo, l’iniziativa venne ripresa da Clara Zetkin a Copenhagen durante la Conferenza internazionale delle donne socialiste. Dai documenti congressuali non risultano però chiare le motivazioni che spinsero alla scelta della data dell’8 marzo. Fino al 1921, nei singoli Paesi vennero scelti giorni diversi per la celebrazione.

Durante la Seconda conferenza delle donne comuniste a Mosca (per l’appunto, nel 1921) viene confermata come unica data per le celebrazioni l’8 marzo, per ricordare la manifestazione delle donne di San Pietroburgo contro lo zarismo nel 1917. Quanto segue (tratto dal sito pennatagliente.wordpress.com), è il racconto di quei giorni.

… L’8 marzo 1917 (23 febbraio secondo il calendario giuliano in vigore nella Russia dell’epoca) a Pietrogrado, un folto gruppo di donne scende in piazza per chiedere a gran voce la fine della guerra. Racconta Aleksandra Kollontaj, allora una delle maggiori dirigenti del partito bolscevico: “Poi venne il grande anno 1917. La fame, il freddo e le sofferenze della guerra l’hanno avuta vinta sulle sofferenze delle operaie e delle contadine russe. Il 23 febbraio 1917 esse sono uscite coraggiosamente sulle strade di Pietrogrado. Queste donne, operaie e mogli di soldati, esigevano pane per i loro figli e il ritorno dei mariti dalle trincee. […] Quel giorno le donne russe hanno brandito la torcia della rivoluzione proletaria ed hanno dato fuoco alle polveri. La rivoluzione di febbraio ebbe inizio quel giorno”.

Una scintilla pronta a esplodere.

In Russia la guerra e la mobilitazione dei lavoratori al fronte avevano aumentato notevolmente l’ingresso delle donne nelle fabbriche. All’inizio della guerra, un terzo dei lavoratori industriali era composto da donne; nel febbraio del 1917, la percentuale era salita nella sola Pietrogrado al 47% della forza lavoro. Le lavoratrici erano la maggioranza nell’industria tessile, del cuoio o della gomma, e in molti settori che prima erano loro vietati, ad esempio i trasporti, la stampa o l’industria metallurgica. Dovevano garantire il pane ai loro figli e prima di andare in fabbrica, facevano interminabili code per ottenere un po’ di cibo, spesso pernottando all’aperto durante il gelido inverno russo. Fin dal 1916 le donne e le operaie avevano organizzato rivolte per la scarsità di pane e di carbone, scioperi per i salari, per la riduzione dell’orario di lavoro e per le  molestie dei datori di lavoro e dei caporali, ma agli inizi del 1917 la situazione era tesissima: l’ondata patriottica dell’inizio della guerra si era spenta di fronte all’imponenza del disastro militare e sotto la spinta della mancanza di cibo e di carbone; ciò aveva portato le donne a mettere in discussione il potere politico trasformando gradualmente gli scioperi da economici a politici. Come riporta un rapporto della polizia dell’epoca, le donne “sono materiale infiammabile che ha solo bisogno di una scintilla per esplodere”.

Tra di loro, agivano le donne bolsceviche reclutandole nei quartieri più poveri e dedicando loro pubblicazioni specifiche. Il partito bolscevico svolse infatti un lavoro serio e metodico per organizzare e conquistare le lavoratrici: dal 1913 la Pravda, il giornale bolscevico, pubblicò costantemente una pagina dedicata ai problemi delle donne operaie; soltanto un anno dopo ritenne indispensabile un giornale rivolto alle donne, Rabotnitsa, che affrontava i problemi specifici delle lavoratrici, collegandoli alla lotta con i lavoratori contro il capitalismo e chiudendo ogni collaborazione col femminismo borghese. La bolscevica Inessa Armand scriveva già nel 1915 sulla rivista Rabotnitsa: “Le donne devono svolgere un ruolo significativo nella lotta per il cibo. La lotta per aumentare i salari e ridurre la giornata è possibile solo con la piena partecipazione delle lavoratrici. Il compito è quello di elevare la loro coscienza di classe”. Allo stesso tempo esortava i lavoratori: “Voi, compagni, non dimenticate che la causa delle lavoratrici è anche la vostra causa, fino a quando le masse di donne non si uniranno alle vostre organizzazioni, fino a quando non saranno attratte dal vostro movimento, saranno un enorme ostacolo nel vostro cammino”.

La propaganda bolscevica in questo senso fu di vitale importanza in conseguenza del fatto che nella Russia dell’epoca le donne rappresentavano uno dei settori più oppressi della classe operaia. A parte le violazioni più brutali da parte dei datori di lavoro, esse erano schiacciate culturalmente, vincolate intellettualmente, oppresse nell’ambiente domestico. Per questo, quando si scossero dalla loro situazione, quando si liberarono da questo peso terribile rappresentato dal loro ruolo sociale ed economico, riuscirono ad arrivare molto avanti: non ruppero le loro catene gradualmente ma in modo esplosivo, e non una per volta, ma nella loro totalità. Si trasformarono esattamente nell’opposto di quanto erano state fino ad allora: dall’essere il settore più moderato e timoroso diventarono il più radicale e audace. Il loro odio per il vecchio potere, che le aveva costrette ai margini della vita in ogni suo aspetto, era infinito e non erano disposte a tornare alla situazione precedente.

L’inizio della rivoluzione

La giornata del 23 febbraio 1917 fu scelta per la celebrazione della Giornata della donna lavoratrice, ma nessuno immaginava che le manifestazioni già previste avrebbero avviato quel processo rivoluzionario passato alla storia come rivoluzione di Febbraio…. “Nessuna organizzazione ha proclamato lo sciopero quel giorno. L’organizzazione bolscevica più combattiva, il comitato del quartiere operaio di Vyborg, ha consigliato di non andare in sciopero. Le masse, come testimoniato dal bolscevico Kajurov – erano fortemente eccitate; ogni sciopero rischiava di diventare uno scontro aperto”. Il comitato operaio di Vyborg pensava infatti “che non era tempo di agire, perché il partito non era abbastanza forte” e non era sicuro che i soldati avrebbero sostenuto una rivolta; così “aveva deciso di non acconsentire allo sciopero, ma di prepararsi per l’azione rivoluzionaria in un futuro vago”.

Alla vigilia del 23 febbraio le operaie tessili del quartiere di Vyborg si convocarono per un atto contro la guerra e contro la carenza di cibo e risorse. Anche se sapevano che senza le lavoratrici non ci sarebbe potuta essere la rivoluzione, molti rivoluzionari pensavano che le lavoratrici non avessero la capacità di organizzarsi o di attivarsi nelle fabbriche. Perciò, durante l’incontro prese la parola il metallurgico Kajurov, uno dei bolscevichi che le considerava emotive e indisciplinate: nel suo discorso riconobbe il valore del loro lavoro, si soffermò sulle loro rivendicazioni specifiche e su quelle relative alla guerra; chiese loro di lavorare con il partito e di disciplinarsi alle indicazioni del partito: l’intento era ovviamente quello di dissuaderle dal procedere con manifestazioni di piazza. In quell’occasione, nessuna lo contraddisse; eppure, qualche ora dopo, quelle stesse lavoratrici organizzarono lo sciopero generale che porterà alla caduta dello zarismo.  “Manifestazioni di donne nelle quali comparivano soltanto operaie si dirigevano in massa alla Duma municipale chiedendo pane. Era come chiedere pere ad un olmo (l’impossibile, nda). In diverse parti della città furono erette bandiere rosse”. Abbandonati i loro posti di lavoro, si divisero in gruppi per raccogliere adesioni da altre fabbriche, in particolare dai metallurgici, considerati l’avanguardia della classe operaia. Nello stesso momento infatti la direzione delle officine metallurgiche Putilov aveva risposto con la serrata alle richieste salariali dei lavoratori: oltre 20 mila operai entrarono in azione al fianco delle operaie tessili.

Le donne non accettavano risposte negative da parte degli altri lavoratori: dove non venivano ascoltate, gettavano pietre, palle di neve, bastoni infuocati contro le porte e le finestre, e occupavano le strutture. Mentre si muovevano nel distretto, arrivarono la polizia e le truppe. Una prima scaramuccia lasciò morti e feriti, ma le operaie eressero barricate mentre esortavano i soldati a non sparare. Molti soldati le conoscevano per le  loro passate esperienze ai presidii. Zhenya Egorova, del partito bolscevico di Vyborg, cercò di comunicare con i cosacchi: in fondo i soldati non erano che contadini in uniforme. Quando le risposero che gli uomini non avrebbero dovuto obbedire alle donne, lei a sua volta rilanciò affermando che i suoi fratelli erano al fronte. Improvvisamente i fucili cosacchi caddero: le donne avevano aperto una crepa nella più fedele forza dello zar.

“La donna lavoratrice ha un grande ruolo nel riavvicinamento tra operai e soldati. Più coraggiosamente degli uomini, entra nei ranghi dei soldati, prende le armi con le mani, implorando, quasi comanda: ‘Abbassate le baionette e venite con noi.’ I soldati si commuovono, si vergognano, si guardano ansiosi, vacillano; uno di loro decide: le baionette scompaiono, le fila si aprono, nell’aria trema un evviva entusiasta e grato; i soldati sono circondati da persone che parlano, sferzano e incitano: la rivoluzione ha compiuto un altro passo in avanti”,

Da questo momento, la mobilitazione sarà in continua espansione, conquistando altri quartieri e unendo migliaia di lavoratori: a fine giornata il 20% di Pietrogrado e il 30% delle tessili erano in sciopero.

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