Parole chiare e oneste. Un appello alla testimonianza democratica

Pubblichiamo il testo di un appello, i cui promotori sono il musicista, cantante e attore Pierpaolo Capovilla e il segretario regionale del PCI in Veneto, Giorgio Langella. Fra i primi firmatari segnaliamo il segretario nazionale del PCI Mauro Alboresi e il coordinatore nazionale della FGCI, Nicolò Monti.

Firmare l’appello, condividerlo e farlo circolare il più capillarmente possibile è molto semplice. Basta accedere a change.org e seguire le istruzioni.

Di seguito, nella pagina successiva, il testo dell’appello (identico all’originale su change.org).

Nel momento storico che sta attraversando il paese, ci vogliono parole chiare e oneste.

Non vogliamo e non possiamo tollerare la deriva xenofoba e razzista nella quale l’Italia sta naufragando in questi giorni.

Il vicesindaco di Trieste ha gettato nel cassonetto della spazzatura le coperte di un senza tetto. Dice d’averlo fatto per il decoro della sua città. Non importa se poi quella persona muore di freddo. È, questo, un gesto ingiustificabile, perché abominevole. Pretendere le dimissioni di questo spregevole politicante dovrebbe essere la reazione minima e necessaria di una città come Trieste, città di mare e crocevia secolare di culture e tradizioni, che non merita certo d’essere ingiuriata in questo modo sciagurato da un rappresentante delle istituzioni repubblicane.

Ma il vicesindaco di Trieste non è l’unico rappresentante istituzionale indegno della Repubblica Italiana. Ce ne sono molti altri che, lo vediamo ogni giorno, ormai si sentono liberi di esprimere sfacciatamente i sentimenti più beceri che un essere umano possa provare nei confronti dei suoi simili. La recentissima – e ignobile – filastrocca che l’assessore comunale alla Sicurezza di Monfalcone ha pubblicato in Facebook non è che un’ultima manifestazione di questo clima di deriva politico-istituzionale.

Il vicesindaco di Trieste e l’assessore di Monfalcone appartengono ad un movimento politico denominato Lega Nord.

Bene, parliamo di questa, con franchezza.

La Lega Nord è un partito che spesso assume atteggiamenti e posizioni che hanno spiccate caratteristiche neofasciste.

La sua storia, incominciata nell’ormai lontano 1989, è la storia di un seminatore di discordia.

Incominciarono, i suoi esponenti, dileggiando e infangando la dignità di una parte consistente del popolo italiano, quella del sud Italia. Poi arrivò il turno degli immigrati albanesi, poi quello degli immigrati dell’Europa dell’est, i romeni in particolare, poi quello degli immigrati africani che fuggono da guerre e carestie; naturalmente non può mancare, nel novero del disprezzo politico e della violenza sociale esercitati da sempre dalla Lega Nord, il Popolo Romano.

L’attuale leader della Lega Nord è oggi ministro dell’interno e vicepresidente del consiglio dei ministri della Repubblica Italiana.

Grazie a questa posizione di rilievo nell’agone politico, questo signore, dal giorno stesso del suo insediamento, incurante dell’autorevolezza a cui lo chiama la professione ministeriale, non ha mancato per un solo minuto di perpetrare l’ideologia di fondo del partito politico che rappresenta: il disprezzo per il migrante, innanzitutto, ma anche quello per il diverso, per l’escluso, e per l’oppositore politico, chiunque esso sia.

Questo disprezzo si traduce, in questi giorni, in politiche discriminatorie, scritte nero su bianco in un decreto legge definito “Decreto Sicurezza”, approvato da Camera e Senato, firmato dal Presidente della Repubblica, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale.

È un decreto palesemente incostituzionale, anzi anticostituzionale, tanto che molti amministratori locali, Presidenti di Regioni e Sindaci, annunciano in queste ore il ricorso alla Consulta. Lo fanno non soltanto per ragioni etiche e morali, per cultura politica e affezione alla Costituzione, ma perché è un decreto palesemente inattuabile in vaste aree del paese, come ad esempio a Napoli e Palermo, ma anche a Milano, città multietniche nelle quali, se applicato, si avrebbero sicuramente veri e propri disastri nel tessuto sociale.

Una legge che costringe la gente sulla strada non può che creare caos e allarme pubblico. È, quindi, una legge lapalissianamente criminogena.

Mai appagato, costantemente ebbro, dimostra quotidianamente un’inadeguatezza istituzionale priva di precedenti: il ministro degli interni e vice presidente del consiglio dei ministri comunica le sue decisioni istituzionali attraverso i social media, si intromette in ambiti decisionali nei quali non ha alcun diritto di intromettersi, ordina ducescamente la chiusura dei porti della Repubblica Italiana a quelle imbarcazioni che traggono in salvo sventurati d’ogni dove nel mare Mediterraneo. Persone che rischiano la vita e muoiono per sfuggire a condizioni di guerra, discriminazione e fame. Persone che sono trattate alla stregua di schiavi, sfruttate da criminali organizzati, e infine strumentalizzate da chi governa, per scopi elettorali. Ma, ricordiamolo: anche se li chiamiamo clandestini, sono colpevoli solo di cercare una vita migliore di quella alla quale sono costretti nei paesi di origine.

La chiusura dei porti, insieme agli ostacoli imposti a chi soccorre i migranti nel Mediterraneo, è la causa della morte di centinaia di persone. Siamo di fronte ad un massacro.

Questo scempio del valore della vita umana è uno sfregio iconoclasta alla cultura democratica che da sempre contraddistingue l’Italia repubblicana, è in pieno contrasto con la sua Costituzione, ed è, in ultima analisi, un assassinio di massa, una strage premeditata.

Il Decreto Sicurezza deve essere abolito.

La chiusura dei porti deve essere subito sospesa.

Si trovino pratiche e metodi risolutivi e non discriminatori. Essi sono non soltanto possibili, ma necessari. Si mettano in atto politiche di inclusione e integrazione, nel segno della Costituzione, ma anche in quello della sicurezza – vera e autentica – di tutti i cittadini.

Si operi al fine di salvaguardare i valori e i principi costituzionali e, sopra ogni cosa, la tenuta democratica della Repubblica Italiana.

Ci vogliono parole chiare e oneste. Oggi. Non domani.

L’Italia non può tollerare la deriva autoritaria di cui oggi siamo tutte e tutti testimoni oculari.

L’Italia è e deve restare una Repubblica Democratica fondata sul lavoro, nella quale tutte le persone abbiano pari dignità sociale e siano uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

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