Lottare contro la povertà, non contro i poveri

La recente delibera del Comune di Genova che impone una sanzione di 200 euro a chi viene colto a rovistare nei cassonetti dell’immondizia (seppure con qualche successiva dichiarazione volta ad annacquare le polemiche) provoca in noi un senso di stupore misto a rabbia.

Siamo alla demagogia più becera. Chi, per sopravvivere, si trova nella condizione di dover frugare fra i rifiuti altrui non è sicuramente in grado di pagare alcuna sanzione. Se, quindi, si è deciso di deliberare in questo modo, è per dare un segnale a quella parte dell’elettorato del centro-destra che si nutre di paure: paura del diverso, paura dello straniero, paura del povero; quell’elettorato piccolo borghese che si ammanta di perbenismo e si riempie la bocca di luoghi comuni per poter staccare la spina al proprio cervello. Quelle persone che, invece di affrontare e risolvere i problemi che la vita pone loro davanti, vanno alla ricerca di un capro espiatorio, trovandolo di volta in volta nel diverso, nel povero, nello straniero.

Smettendo di pensare, fa finta che le evidenti contraddizioni della nostra società non esistano. I soggetti descritti da Alain Deneault nel suo libro “Mediocrazia” hanno preso il potere, si ammantano di competenza e mostrano dinamismo, ma sono privi di visione e, in molti casi, di umanità. Non avendo risposte da dare, né idee da proporre, si limitano gestire il presente con strumenti del passato, spesso con risultati disastrosi. Smettendo di pensare si diventa succubi, merce di scambio per la classe dominante; si pongono le basi per il ritorno del fascismo e per la propria stessa schiavitù.

Visione e umanità sono necessarie in politica, ancora di più ai giorni nostri perché lo sfrenato neoliberismo fa sì che il mondo venga diviso in vincitori (pochissimi) e vinti (la stragrande maggioranza degli abitanti del pianeta). Ma questo sistema non funziona e se ne sono accorti anche coloro che per anni lo hanno propugnato, almeno a livello accademico. E allora bisogna nascondere i poveri – e se proprio non si riesce a nasconderli, almeno punirli -, impedir loro di manifestare la propria miseria, perché rappresentano in maniera evidente, visibile a tutti, il fallimento di un modello di società artificiale e inumano. Spesso chi raccoglie cibo o vestiario fra i rifiuti è anziano o malato, segnale forte dell’iniquità di una politica che penalizza i deboli, smantellando il sistema pensionistico e quello assistenziale a favore del profitto di pochi investitori privati. Quando si privilegia la logica contabile alla solidarietà, quando si accettano come “grandi idee” affermazioni come quelle di Milton Friedman secondo la quale il problema della povertà lo si risolve con l’elemosina, i risultati sono quelli che abbiamo quotidianamente sotto gli occhi. E i politici mediocri si accontentano di cavalcare l’onda, alimentando le dicerie della piazza; non si peritano di proporre una visione alternativa, è troppo difficile e faticoso.

Un uomo raccoglie resti di cibo nei pressi di un mercato

Essere poveri è una condizione, non una colpa. Nessuno si propone deliberatamente di mettersi nelle condizioni di non poter provvedere alle necessità proprie e della propria famiglia. Ma si rimane senza lavoro perché le imprese italiane soffrono di mancanza di competitività e non per incapacità della classe imprenditoriale a innovarsi e crescere sulla base delle idee, perché le banche sono andate in sofferenza e – come ormai è pratica usuale – si rivalgono contro chi non ha mezzi per difendersi, perché i migranti sono il segnale di un qualche oscuro piano internazionale volto ad annientare l’esistenza del mondo occidentale (leggasi più propriamente della razza bianca) e non il frutto di politiche di rapina dei loro territori di origine. E così via, sempre colpa di circostanze al di fuori del nostro controllo, senza mai una precisa assunzione di responsabilità.

Il ruolo dello Stato, del governo, della politica, della società è quello di far sì che le condizioni – oggettive – che portano alla povertà vengano eliminate, non è sicuramente quello di criminalizzare chi si trova in stato di indigenza, aggravandone ulteriormente le sofferenze.

Detto per inciso, l’amministrazione comunale di Genova ha soltanto applicato una legge dello Stato, quel famigerato decreto Minniti-Orlando, frutto di un governo che sovente si è autoproclamato di sinistra. E non l’ha applicata nemmeno nelle sue forme più dure, che prevedevano l’espulsione a tempo (il cosiddetto DASPO urbano) delle persone colte a commettere “reati” contro l’estetica urbana. Quello che fa specie è la categoria sociale cui viene applicato, perché i “reati” contro l’estetica urbana e l’arredo urbano vengono commessi anche da altri e in ben altri contesti, non solo dagli emarginati e dagli oppressi. Perché non si applica anche a chi va alla partita di calcio e lascia dietro di sé uno strascico di rifiuti; o dopo le grandi manifestazioni, molte volte a carattere religioso. Lì no, lì esiste l’impunità.

La federazione di Genova del Partito Comunista Italiano si pone a fianco degli ultimi e intende esprimere il proprio totale dissenso da questa e altre prese di posizione di questa giunta pervasa da elementi di razzismo, xenofobia e classismo. Ci stiamo organizzando per tornare a essere un’alternativa politica credibile, per trasmettere e affermare i valori universali di cui la nostra cultura politica è promotrice: solidarietà, pace, giustizia sociale, uguaglianza, libertà (quella vera, non quella fittizia proposta da una certa dottrina economica); per tornare a essere la voce dei lavoratori, dei disoccupati, dei precari, degli emarginati; per dare un calcio a questo sistema perverso basato sullo sfruttamento e sulla prevaricazione di chi ha minori strumenti per difendersi e per rimettere al centro dell’azione politica l’essere umano, con tutti i suoi bisogni e le sue aspirazioni.

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