Lavoro, disoccupazione, povertà. L’analisi e le proposte del PCI

I dati ISTAT e le varie analisi disponibili sui temi di lavoro, disoccupazione e povertà smentiscono le affermazioni del governo sulla ripresa economica nel nostro paese. La drammatica situazione del lavoro in Italia non è conseguenza della crisi economica, ma è il frutto di politiche economiche profondamente sbagliate, cui si deve porre urgentemente rimedio, a partire dall’applicazione del dettato costituzionale.

di Giorgio Langella (segretario regionale PCI del Veneto) e
Dennis Klapwijk (responsabile lavoro FGCI)

Questo è, secondo le stime dell’ISTAT, il tasso di disoccupazione in Italia a maggio (in tabella sono riportati gli anni dal 2006 al 2017)

Anno Totale (%) 15-24 (%) 25-34 (%) 35-50 (%) > 50 (%)
2006 6,9 22,2 9,2 4,8 3
2007 6 19 8,4 4,4 2,4
2008 6,7 20,9 8,8 5 3,2
2009 7,3 23,8 10,4 5,3 3,3
2010 8,5 29,1 11,9 6,3 3,8
2011 8,1 29,2 11,3 6,1 3,6
2012 10,4 36 14,2 7,7 5,5
2013 12 38 17,8 9,4 6,1
2014 12,6 42,4 18,3 10,2 5,8
2015 12,2 41,3 18,6 9,5 6,6
2016 11,6 36,6 17 9,4 6,4
2017 11,3 37 17,6 9,4 5,6

Come si può vedere, dal 2012 il tasso di disoccupazione totale è sempre  superiore al 10%, le fasce d’età maggiormente interessate sono quelle inferiori ai 35 anni. Nella fascia d’età tra i 25 e i 34 anni il tasso di disoccupazione è, dal 2013, superiore al 17%. Il ridimensionamento di maggio 2016 viene compensato dall’aumento registrato nel 2017. In effetti il dato più preoccupante è la stabilità della disoccupazione a livelli altissimi, certamente superiori alla media europea. A questi dati si devono anche sommare la percentuale dei cosiddetti “sfiduciati” (quei cittadini che non avendo più un lavoro da troppo tempo, non lo cercano più e non fanno parte dei disoccupati) che si aggira anch’essa ben oltre al 10% (secondo l’ultimo Rapporto della Commissione Ue sugli sviluppi sociali è di circa il 13%).

Una situazione che non si allontana dal baratro e che fa sorgere il ragionevole dubbio che non sia dovuta alla crisi mondiale, ma a scelte, inadeguatezza e incompetenza della classe dirigente italiana.

Ma anche un’altra considerazione deve essere fatta ed è quella relativa alla qualità del lavoro e della retribuzione. Occupazione e salario sono questioni strettamente legate tra loro e devono essere affrontate assieme. Non si può pensare di diminuire le retribuzioni per aumentare l’occupazione. Attualmente la situazione è disastrosa e colpisce chi vive del proprio lavoro. Ci troviamo di fronte a retribuzioni al limite della sopravvivenza. Una forma di sfruttamento prossima alla schiavitù. Giovani e meno giovani costretti ad accettare condizioni emergenziali e sempre più precarie. “Partite iva” (più o meno reali) che costano al “datore di lavoro” meno di 5 euro all’ora non sono un’eccezione ma la normalità. Su questo è necessario intervenire. Come si può, infatti, realisticamente pensare a una ripresa, a un avanzamento qualitativo del lavoro, quando centinaia di migliaia di cittadini subiscono tali ingiustizie? E se si considerano gli stage poco o per niente retribuiti e la famigerata alternanza scuola-lavoro (forma di palese sfruttamento dove, al regalo di manodopera gratuita ad aziende ed enti pubblici – con il conseguente disastroso insegnamento che può essere normale non retribuire il lavoro – e alle forme di ricatto derivanti dalla valutazione insindacabile del datore di lavoro, si sono aggiunti – è successo a Monza – casi di violenza sessuale nei confronti di studentesse), non ci si trova, forse, di fronte a forme di sfruttamento ottocentesche se non medioevali?

Le certezze sul degrado culturale e ideale (ma sarebbe utile sostenere che quella padronale è una ideologia trionfante) si rafforzano leggendo le proposte sul mercato del lavoro che il sociologo Domenico De Masi espone nel suo ultimo libro “Lavorare gratis, lavorare tutti”. Il titolo potrebbe sembrare una provocazione ma così non è. A Domenico De Masi, definito “uno dei più apprezzati accademici italiani sui temi dell’occupazione” è stato commissionato, dal Movimento 5 Stelle, uno studio-ricerca sul futuro del lavoro. Da questo studio-ricerca (che, da quanto pubblicato nel bilancio 2016 del gruppo parlamentare del M5S, ha comportato una spesa per importo complessivo di 56.771 euro) deriva il libro sopra citato. Ebbene, la soluzione proposta dall’illustre sociologo è semplice “per dare lavoro ai disoccupati basterebbe ridurre di poco l’orario di lavoro degli occupati”. Fin qui tutto bene. Ma De Masi, in un’intervista, spiega: “Serve che i lavoratori occupati e pagati cedano un po’ di lavoro. Siccome non amo la violenza, ho proposto che i disoccupati mettano la loro forza lavoro sul mercato gratuitamente. In questo modo il mercato si spacca, si altera. E gli occupati, arrivati alle strette, cederanno una parte del lavoro”.

Si presti attenzione al “messaggio” (ma questa è l’ideologia del padrone): la piena occupazione si ottiene a costo zero con il conflitto tra lavoratori occupati (che, come si evince dalle parole di De Masi, sono in qualche maniera egoisti e privilegiati) e disoccupati che regalano il loro lavoro al padrone. Padrone che sta a guardare i miserabili che si scannano. Lui non tira fuori niente, continua a guadagnare. Anzi guadagna di più dal momento che è facile pensare che il risultato di questa geniale trovata sia soprattutto l’abbattimento delle retribuzioni percepite da chi lavora. Una guerra tra poveri che diventeranno sempre più poveri. Una forma di sfruttamento ignobile, una schiavitù subdola perché appare volontaria. Una proposta perfettamente in linea con il sistema capitalista che si regge sullo sfruttamento di chi lavora da parte di una esigua minoranza che possiede la ricchezza.

Se si aveva qualche dubbio sulla linea politica “anti-sistema” del M5S, questa posizione chiarisce molto. Le posizioni “antagoniste” del M5S si fermano all’apparenza, all’aspetto superficiale del sistema, alle cose che è permesso possano essere cambiate. La sostanza resta sempre la stessa: il modello capitalistico non deve essere messo in discussione. Resta inattaccabile. Chi è contro deve essere azzerato in qualsiasi maniera (a chi è realmente per il cambiamento radicale del sistema non viene dato alcuno spazio mediatico e informativo … così non esiste).

Secondo le stime ISTAT diffuse in questi giorni, la povertà assoluta, in Italia, è cresciuta costantemente. Nella tabella seguente si deve tenere conto che le stime ISTAT fino al 2013 si basavano sui consumi. Dal 2014 le stime si basano sulla spesa delle famiglie.

Nella tabella seguente i dati sono espressi in milioni di unità

2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015 2016
Povertà assoluta 1,66 1,78 2,1 2,3 2,47 2,65 3,5 4,4 4,1 4,6 4,74
Diff. Anno prec. 0,12 0,32 0,2 0,17 0,18 0,85 0,9 -0,3 0,5 0,14

Come si può osservare l’aumento della povertà assoluta nel nostro paese è simile alla progressione della disoccupazione. Inoltre, tenendo conto che, nel Report “La povertà in Italia”, l’Istat scrive che “l’incidenza di povertà assoluta diminuisce all’aumentare dell’età della persona di riferimento. Questa relazione inversa (registrata per la prima volta nel 2012) si rafforza nel 2016: si passa infatti dal 10,4% tra le famiglie con persona di riferimento di 18-34 anni al 3,9% tra quelle con persona di riferimento ultrasessantaquattrenne”, risulta chiaro che non può essere un caso se l’aumento della povertà colpisce proprio le fasce di età più giovani, quelle che vivono maggiormente il dramma della mancanza di lavoro e di una precarietà crescente e devastante.

Altri studi confermano la disparità tra chi è molto ricco e chi sopravvive nella miseria. Qualche giorno fa sono stati diffusi, dal Boston Consulting Group nel report “Global Wealth 2017: Transforming the Client Experience”, i dati sulla ricchezza finanziaria in Italia. Ebbene l’1,2% delle famiglie italiane (circa 307.000) possiedono il 20,9% di questa ricchezza stimata in 4.500 miliardi di dollari. In pratica, una esigua minoranza possiede una ricchezza pari a oltre 940 miliardi di dollari.

Bankitalia rivede al rialzo le stime del PIL per il 2017. Prevede, infatti, che si assesti a un 1,4%. A prescindere dal fatto che ci si dovrebbe chiedere se queste previsioni e stime sono state fatte con la stessa accuratezza e attenzione che Bankitalia ha avuto nel valutare le azioni della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, l’altro dato (questo certo e quindi non opinabile) che viene diffuso è quello del debito pubblico che, a maggio 2017, ammonta a 2.278,9 miliardi di euro con un aumento, da aprile, di 8,2 miliardi di euro. È il livello più alto mai raggiunto nella storia della nostra repubblica. Ma possiamo stare tutti tranquilli e sereni dal momento che il ministro Pier Carlo Padoan “prevede” che il debito scenderà in maniera significativa grazie all’aumento (una previsione anche questa crescita) del PIL.

Alcune domande sarebbero però da porre.

Non è, forse, plausibile pensare che aver privatizzato tutto, in maniera selvaggia e per nulla favorevole alla collettività (ricordiamo i disastri compiuti dai privati, i soldi pubblici ottenuti in cambio di delocalizzazioni, chiusure di stabilimenti, licenziamenti… gli esempi sono concretamente davanti agli occhi di tutti, dall’ILVA alla Lanerossi, dall’Alitalia alle autostrade alle banche …); avere tolto allo Stato il ruolo di produttore e protagonista dello sviluppo industriale del paese (e avergli così impedito di socializzare i ricavi delle attività produttive di proprietà pubblica); averlo relegato a un umiliante ruolo di amministratore (e di antipatico esattore), di “ente” che deve ripianane i debiti e i buchi di bilancio dei privati (si pensi, come esempio, alla questione delle “sofferenze” delle banche), siano cause determinanti nella disastrosa situazione del debito pubblico?

Non è altrettanto plausibile pensare che lo Stato dovrebbe riappropriarsi del proprio ruolo e rientrare in economia e ridiventare protagonista delle scelte e dello sviluppo industriale del paese?

E non sarebbe normale che, quando lo Stato impegna miliardi per salvare le banche e altre aziende private queste debbano diventare di proprietà collettiva?

Bisogna a questo punto chiedersi dove devono essere cercate (e trovate) le risorse per “mettere a posto” i conti del nostro Paese. Da più parti si continua a proporre una tasse uguale per tutti (in una recente intervista Briatore propone una tassa del 28% per tutti i contribuenti) e si fa credere che la proporzionalità sia un fattore democratico. Non è così.

La giustizia sociale e contributiva esiste solo nel concetto della progressività delle imposte (chi ha di più deve contribuire in maniera maggiore). Questo è stabilito dalla Costituzione della Repubblica e deve rimanere un cardine della nostra democrazia. Su questo, e per questo, si deve lottare ogni giorno. La diminuzione delle tasse non è un “bene assoluto”. Le tasse vanno sì diminuite per i redditi più bassi, ma vanno alzate per quelli più alti e vanno introdotte per i grandi patrimoni. Una patrimoniale sulle grandi ricchezze non è una “bestemmia”, è una misura di giustizia sociale, di maggiore equità. Non è ammissibile che la crisi venga pagata dalla povertà della maggioranza. Deve essere pagata dalla ricchezza di una minoranza che ha sempre lucrato sullo sfruttamento e la miseria altrui. Con queste affermazioni si va contro il pensiero unico? Si tenta, con essi, di scardinare il capitalismo trionfante? Ebbene, lo si faccia! Senza timore di andare controcorrente.

E sono queste, forse, proposte “da comunisti”? Ebbene si. E si abbia il coraggio e l’orgoglio di farle ancora oggi e di lottare perché diventino, domani, realtà.

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