Lavorare meno, lavorare tutti

Recentemente, il compagno Piergiovanni Alleva, responsabile delle politiche per il lavoro del PCI e consigliere regionale, ha lanciato presso l’assemblea dell’Emilia Romagna una proposta: quella di ridurre la settimana lavorativa a 32 ore suddivise ripartite in quattro anziché cinque giornate. L’obiettivo dichiarato è quello di creare nuova occupazione.

La CGIL di Bologna ha aperto alla proposta e, per bocca del suo segretario Maurizio Lunghi, fa sapere: che “sostiene da tempo che bisognerebbe usare molto di più i contratti di solidarietà, non quelli difensivi, ma quelli attivi”. Per questo sono “sensibili al ragionamento di Alleva: là dove ci sono le condizioni, questa soluzione andrebbe sperimentata.

L’incognita rimane, naturalmente, quella di capire quali siano le intenzioni della controparte imprenditoriale, sapere cioè se verranno vinte le resistenze soprattutto da parte delle imprese che non hanno risentito della crisi economica.

La battaglia per la riduzione dell’orario di lavoro è una battaglia antica, iniziata nel corso del XIX secolo. Non è certo questa la sede per fare una disamina approfondita della questione, per cui basti ricordare che due dei più grandi economisti della storia, Karl Marx e John Maynard Keynes, predissero nelle loro opere che il tempo necessario alla produzione sarebbe stato destinato a tendere verso il basso grazie all’evoluzione tecnologica. Addirittura, negli anni Trenta del secolo scorso, l’economista britannico arrivò ad affermare che la settimana lavorativa nel 2000 sarebbe stata di quindici ore.

Oltre al vantaggio abbastanza intuibile di liberare spazio per nuove assunzioni, lo sviluppo occupazionale avrebbe anche ulteriori vantaggi per l’economia nazionale: l’aumento nel numero dei lavoratori (si intende stabili, non precari) contribuisce all’incremento della domanda aggregata (in particolar modo quella di beni durevoli) e, non ultimo, contribuisce all’accrescimento della base imponibile e quindi delle entrate dello Stato.

Per noi, naturalmente, la parità di salario va garantita e gli spazi per farlo ci sono visto che l’adeguamento salariale nel corso degli anni è stato minimo e sicuramente non legato all’incremento di produttività.

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