La ragazza dei GAP

Resistenza a Roma

Alessandro Portelli, Il Manifesto, 29 settembre 2015

Lucia Ottobrini

Lucia Otto­brini era stata una pro­ta­go­ni­sta della Resi­stenza armata, ma non aveva voglia di par­larne. Io pas­savo lun­ghe ore a casa sua inter­vi­stando suo marito Mario Fio­ren­tini, come lei com­bat­tente nei Gap, e lei si aggi­rava silen­ziosa e gen­tile, offrendo ora un caffè, ora un bic­chiere d’acqua, sor­ve­gliando e mode­rando il flusso nar­ra­tivo inar­re­sta­bile di Mario con le parole («Mario, dai, smet­tila. Sì, è neces­sa­rio, biso­gna dire le cose, però…») e soprat­tutto con lo sguardo – una comu­ni­ca­zione iro­nica e amo­rosa come solo settant’anni di matri­mo­nio e di amore immu­tato dal primo giorno pos­sono ren­dere pos­si­bile. Per­ché la Resi­stenza è stata anche que­sto, anche sto­rie d’amore.

Solo una volta si lasciò andare. Era entrata col caffè sulla guan­tiera, Mario le chiese di ricor­dar­gli un nome, e da lì partì una con­ver­sa­zione che durò quasi un’ora, lei sem­pre in piedi col vas­soio, come per dire che non si stava real­mente lasciando inter­vi­stare, io affa­sci­nato con la taz­zina che mi si raf­fred­dava in mano. Come un con­tro­canto al rac­conto elo­quente, epico e sacro­san­ta­mente orgo­glioso di suo marito, le parole di Lucia furono una pro­fonda lezione sui dilemmi e le sof­fe­renze della mora­lità nella Resi­stenza. Rac­con­tata – per dirla con Carla Cap­poni – con cuore di donna, e di donna intrisa di una pro­fonda, auten­tica, libera spiritualità.

«La guerra è guerra, c’è poco da fare. Ricordo sulla via Empo­li­tana i camion pieni di ragaz­zini che tor­na­vano a casa e can­ta­vano ‘in die Hei­mat, in die Hei­mat, es wird bes­ser gehen’, a casa, a casa andrà tutto meglio». Lei quei camion li ha attac­cati con le armi in mano e li ha fatti sal­tare in aria. «Sono cose che non pas­sano mai. Io li ricordo sem­pre, per tutta la vita. È un dolore, una cosa tre­menda, ter­ri­bile, glielo posso dire. Per me anche un nemico era un uomo. E mi dispiace infi­ni­ta­mente, tanto. E sono cose molto amare e pro­ba­bil­mente a me mi ha pro­prio un po’ bol­lato. Intanto mi ha fatto matu­rare molto, non mi sento inno­cente, nes­suno è inno­cente e nes­suno può darsi a colpevole».

Ricordo il par­ti­giano ter­nano Dante Bar­to­lini, uno dei can­tori epici e spie­tati delle glo­rie com­bat­tenti della Resi­stenza, che pure quando rac­conta dei camion e dei blin­dati tede­schi incen­diati ricorda anche che «ci stava la povera gente là den­tro che non poteva uscire». Anche il nemico è un uomo, anche le vit­time nemi­che sono povera gente. In que­sti appa­renti scarti nar­ra­tivi sta la gran­dezza morale della Resi­stenza: nella capa­cità di non dimen­ti­care l’umanità del nemico, di ren­dersi conto non solo delle sof­fe­renza patite ma anche di quelle inflitte, e di sof­frire anche per que­sto. Forse il sacri­fi­cio più grande che hanno offerto tanti par­ti­giani è stato quello di fare vio­lenza per neces­sità alla loro stessa natura, di sospen­dere per la nostra libertà una parte della pro­pria stessa uma­nità lot­tando al tempo stesso per non dimen­ti­carla e non tra­sfor­marsi nell’anima (come diceva l’altra gap­pi­sta romana Marisa Musu) in «por­ta­tori di morte». Que­sta è una delle cose che li ren­dono diversi dai loro avver­sari, che invece della morte ave­vano il culto.

Forse il momento più alto di tutti rac­conti par­ti­giani che ho sen­tito sta in que­sto scam­bio con Lucia:

Lucia Otto­brini. Durante la Resi­stenza io pen­savo: è come se tra­sgre­dissi, mi ver­go­gnavo di rivol­germi a Lui. È stato un periodo diverso.
Por­telli. Sen­tiva di fare una cosa che andava fatta ma Cri­sto non l’avrebbe approvata.
Lucia. Dopo, nella mise­ria, in tutte quelle tri­bo­la­zioni, nella morte, nella guerra io il Cri­sto l’ho ritro­vato in pieno, sem­pre rimu­gi­nando, ripen­sando: io di que­ste cose a chi ne parlo? Quando leggo tutte que­ste testi­mo­nianze, o io sono un po’ matta o io sento in maniera diversa, a me non mi va di rac­con­tarle que­ste storie.

«Io di que­ste cose con chi ne parlo?» Per tutta la vita, Lucia ha pre­gato, dice suo marito Mario, che quella fede non con­di­vide ma la ammira. C’era pena nel ricordo e nel rac­conto, che non per caso sgorga incon­trol­lato nei momenti di sof­fe­renza più intensa, evo­cando sot­ter­ra­nee asso­cia­zioni con altre espe­rienze di morte. «Io ebbi un momento – non di depres­sione, qual­cosa di peg­gio, quando mi è morto il figlio», ucciso da una mac­china vicino casa. «Cer­ca­vano di con­so­larmi e io ho comin­ciato a par­lare, par­lare, par­lare – avrò par­lato per due ore e, caso strano, par­lavo della Resi­stenza. Non so come sono andata a par­lare di que­sto, è stata una mia debo­lezza, per­ché pen­savo a mio figlio: per­ché sei morto? Me l’hanno ammaz­zato per strada – e io dico: come è possibile?».

Il para­dosso è che la nor­ma­lità in cui è pos­si­bile tor­nare a rivol­gersi a Cri­sto è rista­bi­lita pro­prio gra­zie alle azioni com­piute nella Resi­stenza, in quel «periodo diverso», tra­sgres­sivo, inno­mi­na­bile e tut­ta­via incan­cel­la­bile, negato e riven­di­cato, pro­ble­ma­tico e glo­rioso. Per­ciò: anche in Lucia, sof­fe­renza, ma nes­sun pen­ti­mento. Sem­mai, un intrec­cio di pena e orgo­glio che lei con­di­vi­deva, sia pure in gradi e forme diverse da una per­sona all’altra, con tanti altri (e soprat­tutto altre) pro­ta­go­ni­sti e pro­ta­go­ni­ste della Resi­stenza. «Venni deco­rata con la meda­glia d’argento da Taviani, allora mini­stro della Difesa. Stavo insieme a due uffi­ciali dell’aviazione. Mi prese per la vedova di un com­bat­tente e mi disse gen­til­mente, ‘lei, signora, è la moglie?’ Pen­sava che fossi la vedova del deco­rato, che quello fosse morto. Gli feci, ‘guardi, la deco­rata sono io’».

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