La grande disuguaglianza

Il rapporto Oxfam (Un’economia per il 99%), uscito di recente alla vigilia del World Economic Forum di Davos, illustra alcuni dati agghiaccianti. Gli otto uomini più ricchi del mondo, da soli, detengono una ricchezza di 426 miliardi di dollari, pari alla ricchezza di metà degli abitanti del nostro pianeta (ovvero circa 3,6 miliardi di persone). Non dovremmo stupircene, perché si tratta di una tendenza che si va rafforzando da almeno trent’anni, in concomitanza con l’ascesa al potere dei nefasti Ronald Reagan e Margareth Thatcher, tanto che nel 2015 è stato registrato che l’1% più ricco possiede più del restante 99% della popolazione mondiale. L’Italia va un po’ meglio, perché da noi l’1% più ricco detiene “solo” il 25% della ricchezza totale del nostro paese, ma non dobbiamo gioirne perché anche in questo caso la situazione è andata, di anno in anno, peggiorando.

Multinazionali e super ricchi continuano ad alimentare la disuguaglianza, drenando risorse che potrebbero essere spese per garantire una migliore condizione di vita alle fasce più povere della popolazione e usano il loro potere economico per influenzare il processo di decisione politica, agevolati, in questo, da un quadro normativo a dir poco di parte. Ogni giorno escono pubblicazioni che illustrano il meccanismo della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite. Un meccanismo che porta i ricchi a poter sbagliare impunemente e ad essere per giunta rimborsati dai più poveri per i danni che loro stessi hanno arrecato.

Nel mondo, una persona su dieci vive (sarebbe meglio dire sopravvive!) con meno di 2 dollari al giorno, mentre otto uomini si spartiscono metà della torta disponibile: Bill Gates, Amancio Ortega, Warren Buffet, Carlos Slim, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Larry Ellison, Michael Bloomberg (sei sono americani), tanto per non fare nomi. Ognuno di questi dispone di un patrimonio personale che può tranquillamente essere comparato al prodotto interno lordo di diversi paesi africani.

Eppure un forte segnale d’allarme è stato lanciato, dallo stesso Forum Mondiale di Davos, già quattro anni fa, quando nella crescente disuguaglianza economica venne identificata la peggiore minaccia alla stabilità sociale. E sappiamo bene come la disuguaglianza economica porti con sé quella politica, perché i poveri hanno sempre meno rappresentanza democratica, visto che non riescono a far eleggere nei vari parlamenti chi può parlare in loro nome. Tanto per fare un esempio, un amministratore delegato che lavora in una delle 100 società più capitalizzate dell’indice azionario FTSE “guadagna in un anno tanto quanto diecimila lavoratori delle fabbriche di abbigliamento in Bangladesh” (citazione tratta dal rapporto Oxfam), ma l’amministratore delegato viene intervistato da giornali e televisioni, l’operaio bengalese altro non è se non un numero, uno schiavo del terzo Millennio.

Questa situazione non è casuale, ma è il frutto di scelte ben precise e di nefaste teorie economiche. Da una parte, anche con il concreto, entusiasta e fattivo aiuto delle istituzioni pubbliche, si massimizzano i profitti; dall’altra si riscontrano, quando va bene, salari stagnanti o inadeguati. Chi è al vertice della piramide viene “premiato” con bonus stratosferici, chi è alla base deve lottare giorno per giorno per garantirsi la sopravvivenza quotidiana. E nulla importa se le decisioni di pochi influenti uomini d’affari hanno causato il disastro economico che stiamo attraversando in questi anni di crisi. Continua incessante la richiesta di tagli fiscali, di ridurre gli sprechi derivanti dal welfare state, di privatizzare servizi pubblici essenziali onde metterli sul mercato a produrre profitti. Il tutto secondo la teoria indimostrabile che l’arricchimento dei pochi garantirebbe, mediante un effetto a cascata, l’arricchimento di tutti. Una favoletta, buona per chi crede all’esistenza di Babbo Natale o della Befana. E attenzione, la ricerca del profitto è inarrestabile, non si ferma di fronte a nulla: viene massacrato l’ambiente, e con questo la salute dei viventi e la speranza di vita dei futuri abitanti del pianeta, si mettono muri per chiudere fuori tutto ciò che può dare fastidio, si impedisce lo sviluppo del senso critico e la circolazione della cultura e delle idee.

Svegliamoci, prima che sia troppo tardi e riprendiamo in mano il nostro destino fino a che siamo ancora in tempo.

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