Immigrazione? Parliamone, ma facciamolo seriamente

Quando si parla di immigrazione, la prima cosa da fare, secondo noi, è cercare di capire perché uomini, donne, famiglie, a un certo punto della loro vita decidono di abbandonare le proprie case e affrontare un viaggio di migliaia di chilometri in condizioni tremende dal punto di vista della mera sopravvivenza. Se non ci sforziamo di fare questo piccolo passo, allora è facile cadere nella rete dei facili slogan e nella trappola di una comunicazione mediatica a senso unico.

Cominciamo con un esempio, tanto per rendere meglio l’idea di quello che succede nel nostro mondo, ogni giorno, anche oggi, e per farlo andiamo in una nostra ex colonia, un paese nel quale, oltre a una certa responsabilità storica, continuiamo a intrattenere proficui accordi economici: l’Etiopia. In quel paese del Corno d’Africa, la situazione presente è drammatica a causa dell’ennesima siccità che ha colpito la zona e che ha portato la FAO a stimare in 17 milioni le persone a in condizione di crisi e insicurezza alimentare (gli stati colpiti da questo problema sono Gibuti, Eritrea, Etiopia, Somalia, Kenya, Sudan, Sud Sudan e Uganda) e questo è il contesto drammatico nel quale si svolgono vicende ancora più drammatiche. Maggiori informazioni: Corno d’Africa, milioni di persone fuggono per non affrontare la carenza di cibo (Repubblica, 2 febbraio 2017)

La diga Gibe III

Nella valle dell’Omo, il fiume scoperto dall’esploratore italiano Vittorio Bottego nel 1986, patrimonio UNESCO, è in corso un conflitto silenzioso, di una brutalità inaudita, un vero e proprio genocidio a causa delle proteste della popolazione locale contraria alla costruzione della diga Gibe III. Gli abitanti del posto sono colpevoli di voler difendere la loro terra che verrà sommersa dal lago artificiale prodotto dalla diga. Secondo Luca Iacoponi (Etiopia, massacro dei contadini contro la diga delle multinazionali italiane, Frontierenews) «si tratta di una guerra indetta e gestita dal “progresso”, se così è lecito chiamarlo». Nel 2006, infatti, la EEPC (Ethiopian Electric Power Corporation) affida alla Salini Costruttori – poi Salini Impregilo – la realizzazione della terza diga che porta il nome di GIBE. Si tratta di un appalto concesso senza bando di gara – nonostante la legislazione etiope sia chiara su questo punto – che prevede la costruzione di una struttura colossale in grado di produrre 6.500 GWh/anno. Ovviamente, si tratta di una produzione di energia elettrica che non verrà utilizzata per lo sviluppo del paese (poiché la produzione attuale è più che sufficiente a coprire il fabbisogno annuale), ma verrà rivenduta a caro prezzo al vicino Kenya. La diga, la più alta del mondo, è stata completata sul finire dello scorso anno.

L’ordinamento giuridico etiope prevede che, preliminarmente all’approvazione del progetto debbano essere espletati alcuni passaggi procedurali. In primis, avrebbe dovuto essere effettuata una valutazione sull’impatto ambientale e sociale. In questo caso si è proceduto in maniera alquanto difforme: Salimi Costruzioni è stata autorizzata dal governo di Addis Abeba a deporre la prima pietra e soltanto dopo, nel 2008, l’EPA (Ethiopian Environmental Protection Autority) dà ufficialmente il via ai lavori dopo aver ricevuto dall’agenzia milanese CESI un dossier nel quale l’impatto ambientale legato al progetto viene definito “trascurabile” o addirittura “positivo”. Lo studio – sempre secondo Luca Iacoponi – è fortemente lacunoso, perché trascura l’uso delle terre limitrofe alla diga da parte dei contadini, non c’è chiarezza su come funzioneranno i piani di regolazione delle piene e delle irrigazioni artificiali e, soprattutto, non viene minimamente affrontato il tema della futura situazione del Lago Turkana, in Kenya, che riceve dall’Omo oltre il 90% delle sue acque.

Studi indipendenti dicono esattamente l’opposto. Su Survival.it, citato nell’articolo di Frontierenews, leggiamo che «la diga altererà in modo drammatico i flussi stagionali dell’Omo e avrà un enorme impatto sui delicati ecosistemi della regione e sulle comunità indigene che abitano lungo le sponde del fiume fino al suo delta, al confine con il Kenya. La portata dell’Omo subirà una drastica riduzione. Il fenomeno interromperà il ciclo naturale delle esondazioni che periodicamente riversano acqua e humus nella valle alimentando le foreste e rendendo possibile l’agricoltura e la pastorizia nei terreni rivivificati dalla acque. Tutte le economie di sussistenza legate direttamente e indirettamente al fiume collasseranno compromettendo la sicurezza alimentare di almeno 100.000 persone» (secondo altre valutazioni le persone coinvolte potrebbero essere almeno 200.000).

Su questo tema esiste una copiosa documentazione, di istituti di ricerca, università e organizzazioni non governative, liberamente scaricabile da Internet. Il problema è che, al di fuori degli addetti ai lavori o di chi, come noi, ha fatto questa ricerca per cercare di comprendere meglio fenomeni come quelli migratori di cui conosciamo soltanto la punta dell’iceberg, nessuno ne parla. In calce a questo articolo riportiamo i link ad alcuni documenti.

Prima parlavamo di una vera e propria guerra nascosta e la situazione è la seguente: il governo etiope ha previsto la “villaggizzazione” (il trasferimento forzato di intere tribù come i Mursi, i Bodi e i Kwengu in campi di reinsediamento). Si tratta di un vero e proprio rastrellamento condotto mediante violenze fisiche e morali, che si aggravano in caso di proteste o di rifiuto al trasferimento. Un servizio della americana CNN ha mostrato «adulti legati agli alberi e fucilati, bambini e bestie gettati nei fiumi, cadaveri dati in pasto alle iene e un villaggio Suri raso al suolo. Dei 154 abitanti solo sette i sopravvissuti» (sempre secondo Luca Iacoponi).

Potremmo citare decine di casi simili di gravi violazioni dei diritti umani in atto, dagli yanomami in Amazzonia, agli aborigeni australiani, ai boscimani in Botswana, ma restiamo al nostro esempio, perché ci sembra emblematico di quelle che sono le soluzioni prospettate dall’Occidente capitalista per dare una risposta ai bisogni dell’Africa e delle altre aree cosiddette sottosviluppate del mondo. L’unica soluzione che sembra praticabile per le nostre élite politiche ed economiche è quella di trasferire denaro per realizzare opere pubbliche faraoniche, senza tenere in conto quelle che sono le implicazioni sulla vita di popolazioni che, nel corso di millenni, hanno sviluppato un adattamento all’ambiente che li ha resi perfettamente autosufficienti e in simbiosi con il loro territorio. A questo proposito è molto istruttivo leggere la risposta di Survival all’Ambasciata etiope in Italia che aveva scritto alle ONG sottoscrittrici della petizione contro la diga Gibe III (L’Ambasciata etiope scrive alle Ong italiane per confutare Survival), perché il governo etiope adduce la solita motivazione di voler costringere le popolazioni locali a vivere in condizioni di povertà e arretratezza perpetua e proprio questa è la logica sottostante alle affermazioni di Salvini e Renzi, quando dicono «Aiutiamoli a casa loro»: esportiamo il nostro modello economico, creiamo i presupposti per uno sviluppo capitalistico dell’ex Terzo Mondo e risolveremo il problema dei flussi migratori. Fra l’altro – ci si passi lo spunto polemico – non riusciamo a capire perché la stessa ricetta, se proposta da Salvini, è “populista”, mentre, se viene proposta da Renzi, no.

Il progetto della diga è stato finanziato in parte dal governo italiano e hanno partecipato, fra gli altri, la Banca Europea per gli Investimenti e la Banca Africana di Sviluppo e sussistono forti perplessità sulla opportunità di questi contributi, dato che l’OCSE, interpellata dalle ONG, sta valutando la questione. Nel frattempo si stanno mettendo le basi per la costruzione delle nuove dighe Gibe IV e V.

È facile intuire quali potranno essere le conseguenze di questa situazione. Buona parte delle duecentomila persone che attualmente vivono lungo il bacino del basso Omo dovrà trovare una soluzione per sopravvivere, soluzione che ben difficilmente potrà trovare in Etiopia, vista la siccità che colpisce il Corno d’Africa. E quindi farà quello che ognuno di noi, al suo posto farebbe: cercherebbe un modo per restare in vita. In assenza di altre possibilità, si metterà in marcia, unendosi a una parte di quei diciassette milioni a rischio di fame di cui abbiamo parlato precedentemente, ed entrando in quella che ormai è una vera e propria catena del valore dello sfruttamento da parte di organizzazioni criminali che si sono specializzate nella tratta di uomini.

Per quanto riguarda il loro paese, prevedere quello che potrà succedere è piuttosto semplice. L’energia elettrica che queste dighe produrrano verrà venduta ai paesei confinanti, in particolare, come abbiamo visto, al Kenya. Questa ricchezza verrà spartita fra pochi, perché non ci sono segnali di programmi di sviluppo industriale dell’Etiopia e, quantanche vi fossero, si tratterebbe dell’ennesimo caso di manodopera sfruttata dalle multinazionali occidentali. Nel frattempo l’ambiente verrà devastato, i cicli stagionali del fiume stravolti (perché l’Omo, così come il Nilo, esonda una volta all’anno fertilizzando il terreno e consentendo lo sviluppo dell’agricoltura), il Lago Turkana tenderà a prosciugarsi e tutto il fragile equilibrio di un ecosistema unico al mondo verrà gravemente compromesso. L’industria turistica kenyota, almeno quella che gravita intorno a questo lago, vedrà un calo delle presenze, e così via in una lunghissima serie di conseguenze che tutte derivano da scelte che si potevano evitare. Non si può neppure escludere che, presto o tardi, scoppi una guerra per il controllo delle risorse idriche.

Con sfumature e protagonisti diversi tutto questo è già accaduto in diverse parti del mondo e il risultato è sempre stato il medesimo, ovvero l’aggravamento della situazione preesistente. È successo in Africa, in Sudamerica, in Asia, ovunque il capitalismo ha deciso che poteva esserci una qualche forma di estrazione di profitto, incurante delle conseguenze per persone, amibiente, cultura, ecc. Ed è successo perché troppo spesso a questo istinto predatorio la politica non ha saputo opporsi, perché complice o inerte o incapace, fingendo di agire ma, in realtà, subendo il corso degli eventi. Ma, a volte, la storia ci riserva delle sorprese perché in determinate situazioni i popoli, anche i più inaspettati, rialzano la testa, come ci ha dimostrato una trentina di anni fa la vicenda del Burkina Faso e di Thomas Sankara, purtroppo precocemente assassinato dai lacchè dell’imperialismo occidentale.


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