ILVA, il disastro annunciato

Tutti i quotidiani, oggi, presentano la tabellina degli esuberi previsti negli stabilimenti che una volta erano dell’Italsider e poi dell’ILVA.

Am Investco, ovvero Arcelor Mittal (il colosso mondiale dell’acciaio con sede in Lussemburgo) e Marcegaglia, ha inviato alle organizzazioni dei lavoratori e ai ministeri del Lavoro e dello Sviluppo economico una lettera che rappresenta la bozza di lavoro per la trattativa che inizierà lunedì 9 ottobre. Nero su bianco sono specificate le intenzioni dell’azienda, con i dettagli sulla produzione che si intende realizzare, gli organici, la tipologia di contratto che si intende applicare ai lavoratori che, dulcis in fundo, l’azienda intende “selezionare”. Testualmente: “I dipendenti saranno selezionati da Am Investco […] come segue” e quindi viene presentato uno schema che prevede un organico di 9.885 tra quadri, impiegati e operai:

  • Taranto 7.600, invece dei 10.500 attuali (2.900 esuberi);
  • Genova 900, invece dei 1.499 attuali (599 esuberi);
  • Novi Ligure 700, con 54 esuberi;
  • altri 330 esuberi negli altri stabilimenti del gruppo (Milano, Racconigi, Marghera).

A Genova, la realtà che conosciamo meglio, il dato è sconfortante. Si tratta di quasi il 40% dei lavoratori che perderanno la loro occupazione. In totale, se consideriamo anche i lavoratori francesi delle società Socova e Tillet che rientrano nel perimetro del gruppo, perderanno il posto circa 4200 lavoratori. Secondo il piano dell’azienda, questi dovrebbero conservare il loro stipendio perché destinati alle attività di ambientalizzazione dell’area di Taranto, la cui conclusione è però prevista per il 2023. Le risorse da destinare all’ambientalizzazione provengono dal patteggiamento di Adriano Riva (un miliardo di euro) e costituiscono una minima parte di quelli che sono i costi stimati per la messa in sicurezza dell’area tarantina. Questo senza considerare il fatto che i lavoratori potrebbero avere famiglia a Genova (o a Novi, o altrove), figli che vanno a scuola, parenti anziani da accudire. Ovvero, senza considerare il fatto che i lavoratori potrebbero avere una propria vita, radici, amicizie, aspirazioni che li differenziano da un qualsiasi macchinario che può essere spostato dove si vuole.

Inoltre – e questo è un fatto, a nostro avviso altrettanto grave – l’azienda non riconoscerà i contratti di lavoro in essere, ma applicherà il Jobs Act, con conseguente perdita dell’integrativo e dell’anzianità. È facile intuire come ciò comporterà un taglio salariale consistente e inaccettabile. Oltre alle conseguenze per l’immediato, questa soluzione prospetta uno scenario futuro inquietante, in vista dei previsti ulteriori 1000 esuberi e del pericoloso precedente che si verrebbe a creare.

Lunedì 9 ottobre, alle 5 del mattino, i lavoratori si sono dati appuntamento ai cancelli di Cornigliano, con l’intenzione di occupare la fabbrica e noi ci auguriamo che la risposta di Genova sia chiara e decisa. A fine 2005 venne siglato un accordo di programma che prevedeva precise misure per la riqualificazione dell’area urbana interessata dalla presenza dello stabilimento siderurgico e per il mantenimento dei posti di lavoro in essere, accordo che finora è stato rispettato solo in parte, ma che ora sembra destinato al cestino della carta straccia.

La federazione di Genova del PCI osserverà con attenzione lo sviluppo della situazione, che già da ora si configura come l’ennesimo ricatto occupazionale nei confronti dei lavoratori, dei cittadini e delle istituzioni.

Una soluzione per la crisi dell’Ilva era sul terreno ed era facilmente percorribile: riportarla in mano pubblica nazionalizzandola. Invece si è voluto continuare a percorrere la strada delle privatizzazioni dopo che queste hanno dimostrato la loro inutilità dal punto di vista dello sviluppo economico del Paese e la loro pericolosità dal punto di vista sociale.

In merito alla questione, la FIOM ha diramato il seguente comunicato, a firma di Francesca Re David, segretaria generale Fiom, e Rosario Rappa, segretario nazionale Fiom, responsabile siderurgia:

Ilva, Arcelor Mittal inaffidabile e arrogante

Quanto acquisito la scorsa settimana dalla riunione di Parigi di IndustriAll global union riguardo la totale inaffidabilità, arroganza e non rispetto degli impegni assunti da parte della multinazionale Arcelor Mittal viene confermato dalla comunicazione di avvio della procedura ex art. 47 legge 428/1990 in cui si dichiara che assumerà ex novo 10mila lavoratori che selezionerà previa accettazione delle condizioni imposte dall’azienda, con sottoscrizione di verbale di conciliazione tombale.

Si parla quindi di 4.000 esuberi, distribuiti in tutti i siti; per gli assunti ci sarà un nuovo contratto di lavoro, rinunciando quindi all’anzianità di servizio e all’integrativo aziendale e determinando in tal modo un taglio salariale consistente e inaccettabile. Inoltre, l’azienda arriva ad ipotizzare anche l’assunzione in aziende esternalizzate controllate. Se questo è l’atteggiamento di Mittal nei confronti dei lavoratori diretti il rischio è il massacro sociale dei lavoratori dell’indotto.

Per la Fiom, sulla base di quanto formalizzato da Arcelor Mittal, non ci sono le condizioni di aprire un tavolo negoziale. L’unica risposta possibile a tale provocazione è una forte azione conflittuale di tutte le lavoratrici e i lavoratori.

Lunedì prossimo ci presenteremo all’incontro convocato al ministero dello Sviluppo economico unicamente per conoscere cosa vorrà fare il governo di fronte a questa inaccettabile posizione assunta da Arcelor Mittal.

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