Il “processone” contro i comunisti

Il Tribunale speciale per la difesa dello Stato

Erano al confino o in carcere i dirigenti comunisti contro i quali il giudice istruttore Enrico Macis spiccò tre successivi mandati di cattura il 14/1, il 12/2 e il 20/5 del 1927, l’ultimo dei quali parlava esplicitamente di guerra civile, saccheggio, devastazione e strage. La linea adottata dagli imputati fu quella di confermare l’appartenenza al Partito comunista ma di negare qualsiasi ruolo dirigente. Nel caso di contestazione di fatti specifici, bisognava scaricarli sulle spalle di compagni che, essendo espatriati, potevano ritenersi in salvo. La fase istruttoria viene dichiarata ultimata dal giudice istruttore militare Enrico Macis e dal regio avvocato militare Gaetano Tei il 16 luglio del 1927. Solitamente gli incartamenti relativi alla fase istruttoria vengono accompagnati dalle considerazioni e dalle conclusioni del giudice istruttore; in questo caso, soltanto due note burocraticamente d’ufficio accompagnano il materiale che viene trasferito al Tribunale speciale di Roma. Nonostante la lunga durata dell’istruttoria, alla fine, non era stato possibile rinvenire una prova che fosse una dei reati per i quali i comunisti venivano rinviati a giudizio.

Anteo Zamboni, anarchico quindicenne, in una fotografia e dopo il linciaggio subito

Val la pena ricordare la genesi del Tribunale speciale e la sua attività. A seguito dell’attentato contro Mussolini messo in atto da Anteo Zamboni (anche se a dubitare, nel caso specifico, non si compie un delitto di lesa verità) a Bologna il 31 ottobre del 1926, furono assunti una serie di provvedimenti contro gli antifascisti fra cui l’emanazione di una legge per la difesa dello Stato (n. 2008 del 25 novembre 1926) che stabiliva la pena di morte per chi attentava alla vita dei monarchi e del capo del governo, il divieto di ricostituire associazioni già sciolte, la confisca dei beni e la perdita della cittadinanza per coloro che all’estero si impegnassero in propaganda contraria al regime. La legge, per giudicare i reati da essa previsti, istituiva il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, entrato in funzione il 4 gennaio del 1927. Previsto per un quinquennio, fu prorogato ad ogni scadenza fino al luglio del 1943, quando fu soppresso, per essere ripristinato nel gennaio del 1944 nel territorio della Rsi. Composto da giudici della Milizia fascista, comminò 42 condanne a morte (31 eseguite), giudicò 5.619 imputati, condannandone 4.596 per 27.735 anni di carcere. Furono sottoposti al giudizio del Tribunale speciale, in una serie di processi, e condannati a diversi anni di carcere anche aderenti a Giustizia e libertà (il gruppo fondato da Carlo Rosselli, l’unico in grado, con i comunisti, di svolgere un’attività veramente nociva per il regime), nonché i clandestini del Partito guelfo di Piero Malvestiti (gruppo che si ispirava al cattolicesimo democratico) e di Alleanza nazionale di Mario Vinciguerra (gruppo liberal-conservatore monarchico). Fra le condanne a morte eseguite vanno ricordate almeno quelle relative a Michele Schirru (fucilato il 29 maggio del 1931), Angelo Sbardellotto e Domenico Bovone (fucilati entrambi il 7 giugno del 1932) con l’accusa di terrorismo e di intenzione di attentare alla vita di Mussolini. Resta il fatto che una delle stragi più sanguinose conosciute dall’Italia fascista (20 morti e 40 feriti per una bomba a Milano al passaggio del corteo reale il 12 aprile del 1928) rimase impunita; i contrasti fra corona e regime, in quel momento, fecero pensare ad attentatori appartenenti al fascismo antimonarchico; per cui le indagini furono abbandonate. Un’anticipazione della strategia della tensione nell’Italia repubblicana degli anni sessanta-settanta?

Riprendiamo il filo del processo ai dirigenti comunisti. Il materiale processuale giunge a Roma e il 20/2/1928 la commissione istruttoria del Tribunale speciale deposita la sentenza di rinvio a giudizio. A rileggere oggi la sentenza non si può che avere la stessa impressione manifestata da Grieco (l’autore della famigerata lettera ricevuta da Gramsci nel marzo del 1928 e che tanto turbamento generò allora, ma anche dopo, nell’animo del detenuto e sulla quale valgono le analisi di Spriano, Fiori e Pistillo) che, presentando il documento in un opuscolo diffuso illegalmente dal Partito comunista nel maggio del 1928, la definisce “una apologia”, il modo migliore di descrivere “un partito serio, un partito fatto per la rivoluzione”. Inoltre, il 3 aprile del 1928, ossia subito dopo la deposizione della sentenza, Gramsci invia al Presidente del Tribunale speciale una memoria nella quale fa presente l’attività provocatoria messa in atto nei suoi confronti, sia durante il trasferimento da Ustica a Milano, sia durante la detenzione a San Vittore, da due persone che cercavano di estorcergli delle confessioni. Questi erano i metodi utilizzati dai prefetti per raccogliere prove altrimenti introvabili. E Gramsci chiudeva la sua memoria scrivendo:

In una polemica con i gesuiti il filosofo francese Pascal scrisse che era più facile trovare dei frati che trovare delle buone ragioni. Si può dire, per questo processo, che è più facile trovare dei poliziotti che trovare delle prove o dei testimoni e che è ancora più facile trovare degli agenti provocatori che dei poliziotti.

Con senso della realtà, in ogni caso, il leader comunista scriveva alla madre il 30 aprile:

Non preoccuparti e non spaventarti, qualsiasi condanna mi diano: io credo sarà dai 14 ai 17 anni, ma potrebbe essere anche più grave, appunto perché contro di me non ci sono prove: cosa non posso avere commesso senza lasciare prove?

Quando il 28 maggio del 1928 si apre a Roma il processo contro il gruppo dirigente del Partito comunista, quello che Paolo Spriano ha definito “un disegno generale persecutorio, di diretta ispirazione mussoliniana” sta per realizzarsi. La scenografia è quella degli eventi speciali: militi con elmetto nero, presidente e giudici in alta uniforme; sono ammessi in aula anche alcuni corrispondenti della stampa estera. Nella gabbia dell’aula 10 ci sono 22 imputati fra i quali Gramsci, Terracini, Scoccimarro, Roveda; vengono stralciate le posizioni dei latitanti, ossia Ravera, Togliatti, Germanetto, Ravazzoli e Grieco. Presidente del Tribunale speciale è il generale Alessandro Saporiti, relatore l’avvocato Giacomo Buccafurri, giurati cinque consoli della Milizia fascista, accusatore l’avvocato Michele Isgrò.

I momenti più significativi del processo sono costituiti dall’interrogatorio di Gramsci del 30 maggio e dalla dichiarazione di Terracini il 4 giugno a nome di tutti gli imputati.

Alla domanda del Presidente che lo accusava di attività cospirativa, istigazione alla guerra civile, apologia di reato e incitamento all’odio di classe, Gramsci rispondeva nel modo seguente:

Confermo le mie dichiarazioni rese alla polizia. Sono stato arrestato nonostante fossi deputato in carica. Sono comunista e la mia attività politica è nota per averla esplicitata pubblicamente come deputato e come scrittore de L’Unità. Non ho svolto attività clandestina di sorta perché, ove avessi voluto, questo mi sarebbe stato impossibile. Già da anni ho sempre avuto vicino sei agenti, con il compito dichiarato di accompagnarmi fuori o di sostare in casa mia; non fui, così, mai lasciato solo; e, con il pretesto della protezione, fu esercitata nei miei confronti una sorveglianza che diviene oggi la mia miglior difesa. Chiedo che vengano sentiti come testi per deporre su questa circostanza il prefetto e il questore di Torino. Se d’altronde essere comunista importa responsabilità, l’accetto.

Al presidente che gli contestava il contenuto dei suoi scritti circa una possibile conquista del potere da parte del proletariato, Gramsci risponde che tutte le dittature militari, in quanto finalizzate alla guerra, sono destinate al fallimento a cui conseguirà l’assunzione da parte del proletariato della guida del Paese per risollevarne le sorti. Irritato dalle continue interruzioni del pubblico ministero, il dirigente comunista si rivolge ai giudici dicendo:

Voi condannerete l’Italia alla rovina ed a noi comunisti spetterà di salvarla

(l’autenticità dell’esclamazione gramsciana, recentemente messa in discussione da Attilio Lepre, viene confermata da Michele Pistillo che ricorda non solo la testimonianza dell’avvocato difensore di Terracini ma quella, ben più autorevole, di Scoccimarro, che era seduto con Gramsci fra gli imputati).

Il 2 giugno il pubblico ministero Isgrò tiene la sua requisitoria, durissima e violenta; indicando Gramsci, dice;

Per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare.

Il 4 giugno parla Terracini; la sua è una vera e propria arringa difensiva. Dopo aver sottolineato che l’unica prova contro gli imputati è costituita dal fatto che appartengono ad un Partito la cui semplice esistenza rischia di mettere in grave pericolo il regime, così continua:

Oh, eccolo, dunque, lo Stato forte, lo Stato difeso, lo Stato totalitario, lo Stato armatissimo! Esso si sente minacciato nella sua solidità, di più, nella sua sicurezza, solo perché di fronte a lui si leva questo piccolo partito, disprezzato, colpito e perseguitato, che ha visto i migliori fra i suoi militanti uccisi o imprigionati, obbligato a sprofondarsi nel segreto per salvare i suoi legami con la massa lavoratrice con la quale e per la quale vive e lotta. Vi è da meravigliarsi se io dichiaro di fare mie, integralmente, queste conclusioni del Pubblico Accusatore?

Le condanne sono pesantissime (Pistillo ricorda la testimonianza di Cesare Rossi, sodale di Mussolini, suo capo ufficio stampa, poi allontanatosi dal fascismo, secondo la quale “le sentenze pronunciate a conclusione del processo erano state fissate e scritte personalmente da Mussolini”): Terracini, 22 anni, 9 mesi e 5 giorni; Gramsci, Scoccimarro e Roveda, 20 anni, 4 mesi e 5 giorni; pene di varia entità per gli altri.

Terracini, dopo 10 anni di carcere, verrà inviato al confino da dove criticherà il patto russo-tedesco e sarà espulso dal Partito per esservi riammesso nel 1944. Sarà Presidente dell’Assemblea Costituente e dei senatori comunisti per diverse legislature. Muore nel 1983.

Scoccimarro sarà amnistiato nel 1937 ma trattenuto al confino. Ministro nei governi Bonomi, Parri e De Gasperi, vicepresidente del Senato, muore nel 1972.

Roveda non si associa alla domanda di grazia inoltrata dalla madre direttamente a Mussolini e rimane in carcere. Alla fine del conflitto mondiale diventa sindaco di Torino, deputato alla Costituente e senatore per due legislature; muore nel 1962.

La sorte di Gramsci è nota: le sue condizioni di salute peggioreranno in carcere e, peraltro, il detenuto mai chiederà qualcosa il cui soddisfacimento potesse sembrare un atto di clemenza del regime nei suoi confronti. Pochi giorni dopo aver ottenuto la libertà condizionale, morirà a Roma il 27 aprile del 1937.

Il Tribunale speciale continua ad accanirsi contro tutti gli oppositori del regime, ma i comunisti, pur non essendo i soli, sono sempre i primi a cadere contro la scure dei giudici. D’altronde all’epoca del proscioglimento di Serrati e di Bordiga nel 1923, l’allora presidente del consiglio ebbe modo di affermare, secondo la testimonianza di Rossi:

L’autorità giudiziaria li scarcera e io li fucilo. A ciascuno le sue funzioni.

Divenuto capo del governo e istituito il Tribunale speciale, la pena di morte viene, infatti, applicata per la prima volta contro Michele Della Maggiora, un operaio comunista rientrato dall’emigrazione in Francia, che aveva resistito alla cattura uccidendo due fascisti. È il 17 ottobre del 1928. D’ora in avanti per gli antifascisti, e non solo in Italia, sarà una continua lotta, ancora più dura di quanto fosse stato fino a quel momento, per sottrarsi ai tentacoli della piovra poliziesca e giudiziaria fascista.

Lelio La Porta, 2 maggio 2003

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