Il PCI alla commemorazione dei Fratelli Meldi

I fratelli Meldi

Questa mattina, una delegazione del PCI di Genova sarà presente alla commemorazione dei fratelli Alfredo e Luigi Celso Meldi, vittime della barbarie nazifascista, trucidati insieme ad altri venti la notte fra il 2 e il 3 dicembre 1944 a Portofino. Andiamo lì – così come parteciperemo ad altre manifestazioni – non solo per testimoniare la nostra ammirazione e riconoscenza verso coloro che diedero la vita per salvare il nostro paese, ma anche e soprattutto per manifestare la nostra profonda avversione verso ogni forma di fascismo, razzismo e xenofobia. Il tema è purtroppo attuale come i fatti di cronaca ci dimostrano ormai tutti i giorni. Crediamo inoltre che le bandiere del Partito Comunista Italiano debbano riprendere a sventolare alle manifestazioni partigiane, visto il ruolo che i comunisti ebbero, sia come combattenti che come dirigenti e organizzatori, nel corso della guerra di liberazione.

Ripercorriamo brevemente i fatti,

Nella zona di Portofino si trovava un contingente della marina tedesca con funzione di avvistamento e difesa costiera, comandato dal tenente Ernst Reimers. Reimers aveva stabilito il proprio comando nel castello di San Giorgio, sulla punta orientale del capo, e ne aveva trasformato una parte in prigione.

A fine novembre 1944, in diverse zone del Ponente di Genova, le SAP (Squadre di Azione Patriottiche) uccidono nove fascisti. Immediatamente il comando tedesco decreta il coprifuoco dalle 19.00 alle 5.00 nelle zone teatro degli attentati: Cornigliano, Sestri Ponente, Pegli, Prà, Voltri, Bollzaneto, San Quirico, Pontedecimo e Campomorone.

Nella notte fra il 2 e il 3 dicembre 21 prigionieri politici e un detenuto comune vengono prelevati dal carcere di Marassi e messi a disposizione delle SS. Dopo la fucilazione all’Oliveta, i loro corpi, appesantiti con pesanti pietre e legati fra loro con filo di ferro, vennero gettati in mare. Si chiamavano: Abramo Bassignani, Domenico Camera, Agostino Carniglia, Emanuele Causa, Otello Centanelli, Cafiero Cipriani, Luigi Costa, Carlo Dellacasa, Domenico De Palo, Carlo Faverzani, Antonio Ferrari, Marcello Goffi, Giuseppe Golisano, Bartolomeo Maffei, Onelio Matterozzi, Alfredo Meldi, Luigi Celso Meldi, Tullio Molteni, Giovanni Odicini, Emanuele Sciutto, Cipriano Turco, Diofebo Vecchi.

La responsabilità della scelta dei condannati a morti fu del comandante dell’Aussenkommando Sipo-SD di Genova, il famigerato tenente colonnello Engel (1909-2006, condannato all’ergastolo in contumacia per le stragi della Benedicta, del Turchino, di Cravasco e di Campomorone, oltre che per quella di Portofino), con la collaborazione dell’altrettanto famigerato torturatore fascista Vito Spiotta, segretario del fascio di Chiavari e vice comandante della brigata nera “Silvio Parodi”.

Secondo Giorgio Gimelli (autore fra l’altro del monumentale Cronache militari della Resistenza in Liguria), la ragione dell’eccidio va posta in relazione alla cosiddetta “giornata della spia” del 30 novembre, quando vennero giustiziate, su iniziativa del Comando generale delle brigate Garibaldi, alcune spie fasciste, anche se i tedeschi non spiegarono mai le ragioni di questa strage.

Giovanni Battista Canepa (nel libro La Repubblica di Torriglia) così racconta i fatti di quel giorno:

Del massacro dell’Oliveta, a Portofino, si venne a sapere soltanto dopo la Liberazione quando, catturato lo Spiotta ch’era uno di più spietati fascisti, gli venne chiesto dove fossero andati a finire i ventuno antifascisti che il 2 dicembre del ’44 avevano prelevato dal carcere di Marassi. Ebbene egli dapprima giurò e spergiurò di non saperne nulla; ma poi finì con l’ammettere di aver sentito dire dai tedeschi che li avevano portati a Portofino; di quel ch’era successo dopo avrei dovuto chiederlo a Falloppa (un altro aguzzino che però era riuscito a riparare in Spagna).

[…] già stavo per andarmene quando mi imbattei in un certo Silicani Giuseppe, che conoscevo da prima della guerra, quando lavorava nei cantieri di Riva Trigoso; poi era andato in pensione e si era trasferito a Portofino. Riporto testualmente quel che mi disse:

«I tedeschi mi avevano ingaggiato per fare il turno di notte al compressore. Ebbene quella notte non m’ero accorto di nulla perché il compressore faceva un rumore d’inferno. A un tratto mi si avvicinò un fascista che mi ordinò di fare bene attenzione che il motore non s’arrestasse. Fu allora che m’accordi del cellulare che s’era fermato sulla piazzetta, e dei tedeschi che facevano scendere quei poveretti e li mettevano in fila, schierati davanti al muro antisbarco. Contai ventidue ragazzi, ne ricordo esattamente il numero; e molti di loro s’erano messi a piangere, mentre uno si stava raccomandando a questo, a quel tedesco dicendo ch’era un grosso sbaglio, che lui non c’entrava, non era mai stato partigiano, aveva fatto soltanto il ladro e per questo non potevano ammazzarlo».

S’arrestò per indicarmi una finestra al primo piano della casa che fa angolo sulla strada del Faro: «Lì – mi disse – abitava un’amico mio ch’era falegname. Si chiamava Pirè, ed ora è morto: s’affacciò alla finestra, il poveruomo e gridò: “vieni a prenderti il caffè, Beppe…”. Il fascista s’era allontanato e vicino a me era rimasto il tedesco che conoscevo un poco: gli dissi che andavo su dal Pirè a prendere un caffè e sarei subito ritornato, e lui mi lasciò andare. Restammo lassù, dietro quelle persiane, carichi di paura… Quando i tedeschi ebbero finito di frugare quei poveri ragazzi e gli ebbero tolto tutto quel che avevano indosso – qualche capotto, dei maglioni – il comandante li incolonnò, incatenati l’uno all’altro come bestie che si portano al macello… Proprio così…».

Dopo una pausa, si asciugò la fronte, eppoi riprese: «Stemmo un’ora e forse più, non si sentiva che il rumore di quel compressore. A un certo punto il Pirè parve di sentire delle raffiche di mitra che provenivano dall’Oliveta, ma io dicevo di no, che era il compressore che ogni tanto perdeva colpi; “Vedrai” gli dicevo, “che li hanno portati in torre per interrogarli eppoi li riportano qui…”. Sulla piazzetta c’erano tre o quattro fascisti che stavano chiacchierando col conducente del cellulare: finalmente dalla stradetta del Faro sbucarono di gran corsa tedeschi e fascisti, e uno di loro, forse il comandante, si rivolse al conducente: “Su, partiamo svelti, che la frittata ormai è fatta…”. Proprio queste parole disse: e tutti, in gran confusione, s’imbarcarono e il cellulare se ne partì. Allora scesi a fermare il compressore e per terra trovai un fazzoletto con 37 lire e quel mattino stesso lo consegnai al parroco della chiesa di S. Giorgio…».

Concluse: «Tanto orribile è stato questo massacro che a Portofino nessuno vuole sentirne parlare… come se fosse una vergogna per il paese… Gli scogli dell’Oliveta imbrattati di sangue… le reti sul molo scomparse, e così i rottami di ferro… Tutti lo sanno…».

***

Di ritorno a Genova mi recai subito al carcere di Marassi e così venni a sapere che quando portarono fuori dalle celle i 21 antifascisti, dissero loro ch’erano destinati ad uno scambio con dei tedeschi prigionieri dei partigiani, e allora tutti si fecero allegri e contenti, e la voce si sparse per tutto il carcere. Quando lo seppe lo Scopino, ch’era un ladruncolo che faceva le pulizie in quel reparto, e di cui è rimasto ignoto pure il nome1, s’intrufolò nel gruppo sperando di poter acquistare in quel modo la libertà.

Invece era destinato anche lui a diventare un martire: uno dei martiri dell’Oliveta…

Note

  1. Il libro di Canepa venne scritto subito dopo la guerra. Soltanto succerrisve ricerche furono in grado di inserire fra i nomi dei martiri quello di Luigi Costa. Per avor di verità, bisogna aggiungere che forse venne fucilato per essere il fratello di un combattente partigiano.

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