Grande solidarietà ai lavoratori della Piaggio in lotta

È stato bello l’altro giorno – a sciopero dei lavoratori Piaggio ancora in corsa – sentire la seguente affermazione da parte di un addetto ai trasporti. Dopo aver chiesto notizie in merito al traffico anomalo riscontrato, alla nostra risposta che era in parte dovuto a una manifestazione, rispose: “Erano i lavoratori della Piaggio? Allora non mi dispiace aver fatto tutta questa coda, perché hanno tutte le ragioni del mondo per essere arrabbiati”. Questa bella manifestazione di solidarietà fra lavoratori ci ha rincuorato ed è forse da qui che si potrà partire per ricostruire la coscienza di classe nel nostro Paese.

Noi vogliamo parlare altrettanto chiaramente. Da qui dobbiamo ripartire. Dai lavoratori, se necessario parlando con loro uno per uno, con un modo di fare politica vecchio, se vogliamo, ma concreto. Non si possono ridurre quelli che sono drammi personali ad astratte categorie concettuali. I lavoratori hanno un nome, una storia, un progetto di vita; sono persone, non numeri.

La Piaggio è azienda con un vissuto di eccellenza, un vero e proprio fiore all’occhiello dell’industria italiana, non solo di quella genovese. Prodotti riconosciuti e apprezzati in tutte le parti del mondo, personale altamente qualificato, mercato di riferimento in trend positivo da anni. E allora, perché questo continuo alternarsi di crisi e salvataggi?

La risposta non può essere che una sola, sempre la stessa: cattiva gestione, incapacità di governo da parte delle istituzioni preposte, scelte errate, mancanza di una qualsiasi politica industriale da parte dei governi che si sono succeduti negli ultimi venticinque anni, e così via. La solita tiritera che caratterizza il mondo delle imprese italiane, possedute da una delle peggiori classi imprenditoriali del mondo.

Non stiamo a ripercorrere tutta la storia, lo faremo a parte, ma iniziamo la nostra ricostruzione, grazie anche ai suggerimenti di chi in Piaggio lavora, dal fatidico anno 2014. Fino ad allora la Piaggio aveva due stabilimenti: uno, quello storico, a Sestri Ponente nei pressi dell’aeroporto, l’altro a Finale Ligure sul mare. I lavoratori a Finale avevano firmato un accordo per il trasferimento della produzione a Villanova d’Albenga (sede del secondo aeroporto della Liguria), mentre i “genovesi” avevano ricevuto dalla Regione, in primis dall’ex presidente Burlando, che la produzione sarebbe rimasta a Sestri. Ma gli operai, che sono i più profondi conoscitori della loro azienda e del mercato in cui opera, avevano cercato di mettere sull’avviso tutte le forze politiche del fatto che si trattava di una manovra esclusivamente finanziaria – e non industriale – volta a liberare le aree di Finale e portare la Piaggio a una nuova crisi. Nonostante ciò, a Sestri la produzione chiude e rimangono in attività i soli reparti della Linea Volo, la verniciatura, l’interiors e il service, per un totale di circa 230 addetti; intanto, all’inaugurazione dello stabilimento di Villanova erano presenti il presidente del Consiglio dei ministri, Renzi, la ministra della Difesa, Roberta Pinotti, e il cardinale Bagnasco…

Oggi, 2019, dopo cinque anni, la previsione che gli operai avevano fatto si avvera: l’azienda è con le casse vuote e oltre 1000 posti di lavoro sono a rischio.

Allo sfacelo di un’azienda che, va ribadito, rappresentava una eccellenza a livello mondiale, con una produzione di altissima qualità abbinata allo stile italiano, hanno contribuito diversi fattori:

  • in primo luogo, l’acquisizione del 100% del pacchetto azionario da parte di un fondo sovrano (Mubadala) di Abu Dhabi;
  • l’incompetenza di una dirigenza scelta non per meriti e capacità, ma per appartenenza politica. Costoro sono riusciti a portare la produzione in stallo e a cumulare debiti su debiti, fino al punto di rendere la situazione insostenibile.

Naturalmente, a farne le spese sono gli operai e le loro famiglie.

Lo stabilimento di Genova aveva un accesso diretto al Cristoforo Colombo e uno scalo portuale a due passi. Poteva avvalersi della vicinanza del polo tecnologico degli Erzelli. Poteva crescere, svilupparsi, se solo lo si fosse voluto. Con il trasferimento a Villanova, gran parte di questi vantaggi (competitivi, in un mondo in cui la competitività e la produttività paiono essere tutto!) si sono persi. L’unica ragione plausibile dell’apertura e dello spostamento della produzione a Villanova è quella di fare un favore a Scajola, che di quell’aeroporto è una sorta di mentore (non lo diciamo noi, lo dice il giornale dei vescovi!)

A rimetterci sono stati i lavoratori, lo ripetiamo. Quelli in cassa integrazione che non sanno cosa sarà di loro a giugno, ma anche tutti gli altri che da ogni parte della provincia di Genova ogni giorno devono fare 200 km di viaggio in pullman per recarsi in uno stabilimento “finto”.

La Federazione di Genova del PCI è vicina alle lotte dei lavoratori, così come dovrebbero esserlo tutti i cittadini. La chiusura di un’azienda non è un problema solo di chi ci lavora, ma è la sconfitta del nostro modello di società e ci impoverisce tutti.

E la colpa dei disagi, peraltro facilmente sopportabili, causati da una manifestazione non è dei lavoratori, ma di chi li costringe – perché avvelenato dalla ideologia perversa di un capitalismo feroce che privilegia i risultati finanziari di breve periodo rispetto a una visione strategica volta a beneficio di tutto il sistema-Paese – a scendere in piazza per gridare la propria rabbia e il proprio sconforto e lottare per affermare il diritto a un lavoro dignitoso, sicuro, onesto.

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