“Genova che osa”, l’assemblea di Rete a Sinistra

Domani mattina, sabato 28 gennaio, si svolgerà l’assemblea di Rete a Sinistra, convocata alla Commenda di Pré. Si tratta di un importante punto di avvicinamento alle elezioni amministrative che vedranno Genova chiamata al rinnovamento del Consiglio e della Giunta comunale e dell’occasione per presentare alcuni punti qualificanti di un programma elettorale che si sta definendo con un metodo il più possibile partecipativo (qui potete scaricare il documento introduttivo che affronta cinque temi: spazi, università, reddito minimo d’autonomia, economia della condivisione, mobilità).

Per il Partito Comunista si tratta di un momento di confronto importante, per raffrontarsi con le altre forze politiche della sinistra e per ribadire la propria indisponibilità a qualsiasi forma di collaborazione con il Partito Democratico, punto che per noi non è negoziabile.

Conosciamo già le possibili obiezioni, ovvero che una coalizione a livello amministrativo è cosa altra rispetto a un accordo su scala nazionale, ma è un assunto che va cambiato. La politica nazionale condiziona, e pesantemente, l’attività amministrativa a livello locale. Il completo fallimento del governo Renzi (non lo diciamo noi, lo dicono i fatti: riforma costituzionale bocciata dagli elettori, riforma della legge elettorale bocciata dalla Corte Costituzionale, inutilità della riforme sul lavoro, privatizzazioni, dissesto nelle scuole, crisi economica sempre più spinta, incapacità di dare una svolta in Europa, oltre a molto altro) va stigmatizzato e il suo partito non va aiutato a uscire dalle peste in cui lui stesso si è messo. Lo stesso PD, alle regionali, aveva attuato una strategia volta ad annientare la sinistra; non ci è riuscito. Se il PD guarda a destra, con politiche di destra, con accordi con esponenti politici di destra, continui a farlo, ma senza di noi.

Altri potranno dire che la nostra è una posizione troppo radicale e che con questo nostro rivendicare una identità e una collocazione ben precisa non facciamo altro che fare il gioco del Movimento 5 Stelle, contribuendo alla sconfitta del PD. Ma noi dobbiamo pensare soprattutto a noi stessi, non a fare il gioco di altri. Pensare a noi stessi, se vogliamo essere un partito che rappresenta gli interessi dei lavoratori, significa favorire politiche volte a tutelare i diritti del lavoro, la sanità pubblica di qualità, la scuola per tutti ai massimi livelli possibili di insegnamento e in ogni ordine e grado. Come possiamo pensare di allearci con chi del massacro del lavoro, della scuola e della sanità ha fatto bandiera? Poi, se proprio volessimo ragionare in termini di voti, chi lo dice che il nostro elettorato potenziale ci seguirebbe in una ipotetica alleanza con i democratici?

Lasciateci ancora dire qualcosa a proposito del populismo. Questo nasce se la politica “tradizionale” non dà risposte efficaci ai bisogni delle persone, non è un fenomeno che sorge spontaneamente dal nulla. Se il populismo è una minaccia, allora per combatterlo bisogna ripartire dalla costruzione di una proposta politica dal basso, fra la gente; potremmo dire – con frase che suona obsoleta, ma che noi troviamo bellissima – che occorre guardare al popolo, non ai modelli astratti, rispondere ai bisogni della gente, non appellarsi a formule istituzionali ed economicismi.

Infine, noi abbiamo una fortuna: non dobbiamo rendere conto a nessuno, tranne che ai nostri principi, con i quali non abbiamo alcuna intenzione di scendere a compromessi. Non siamo in lizza per poltrone prestigiose o cariche pubbliche; siamo in lizza per affermare un progetto politico alternativo che guarda al futuro, al bene di questo paese. Rispetto agli altri abbiamo una forza immensa, perché noi possiamo aspettare, fare opposizione nelle istituzioni se avremo l’opportunità di entrarvi o nelle piazze, sui luoghi di lavoro e nei luoghi di aggregazione.

Per il momento abbiamo gettato un seme, la pianta crescerà sana e robusta se avremo la capacità di concimare il terreno con coerenza e costanza.

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