Fidel, una vita nella storia

Fidel Castro all’atto della presa del potere

Esattamente due mesi fa, Fidel Castro si arrendeva alla malattia e all’età. L’ultima grande figura di rivoluzionario del Novecento già da tempo aveva lasciato gli incarichi di governo al fratello Raúl, ma di tanto in tanto interveniva con alcune considerazioni sulla situazione internazionale che ne rimarcavano la lucidità e la profondità del pensiero. Per leggerle basta visitare il sito Granma, organo ufficiale del Comitato centrale del Partito Comunista Cubano.

In questa sede presentiamo un contributo di Alessandro Hobel, intellettuale comunista e dirigente del nostro partito, che rimarca l’importanza storica di Fidel Castro e il vuoto che lascia nella politica internazionale.

La morte di Fidel Castro, capo rivoluzionario, leader comunista, statista di primo livello e punto di riferimento essenziale delle forze che lottano per l’emancipazione sociale e politica, è un grande dolore per tutti coloro i quali hanno a cuore l’idea del cambiamento dello stato di cose presente. Ma la vita di Fidel è già da tempo nella storia: nella storia del Novecento, nella storia dell’America Latina e dei movimenti di liberazione dal colonialismo e dall’imperialismo che hanno caratterizzato il secolo, nella storia del socialismo e del comunismo.

Fidel Castro

“Condannatemi. Non importa. La storia mi assolverà”: queste furono le parole che pronunciò il 16 ottobre 1953 durante il processo a cui fu sottoposto dopo l’assalto fallito alla caserma Moncada, primo tentativo di quella rivoluzione cubana che giungerà alla vittoria pochi anni dopo, il 1° gennaio 1959, allorché – mentre il dittatore filo-Usa Batista si dava alla fuga – Fidel, il “Che”, Raul, Camilo Cienfuegos e gli altri capi del movimento “26 Luglio”, liberata Santa Clara, fecero il loro ingresso a L’Avana.

Fidel era stato decisivo già in tutta la fase precedente, quella di preparazione del progetto rivoluzionario. Era stato lui a convincere Ernesto Guevara ad aderirvi, lui a trovare gli uomini e i finanziamenti necessari, lui a definire il profilo politico dell’impresa. Un profilo che cambierà e si evolverà nel tempo, come in ogni processo rivoluzionario autentico. Da un indipendentismo antimperialista e fortemente progressista come quello che caratterizzava il movimento “26 Luglio”, Fidel impresse alla rivoluzione cubana un orientamento sempre più coerentemente socialista.

Già nell’agosto del 1960 il nuovo governo decise di nazionalizzare le proprietà straniere sull’isola, cosa a cui gli Stati Uniti risposero imponendo quel criminale embargo che tanti problemi causerà all’economa cubana. Nello stesso anno, grazie anche alle risorse incamerate e messe a disposizione della collettività, Fidel lanciò una grande campagna contro l’analfabetismo. La campagna mobilitò quasi 270.000 insegnanti; nel 1961 il tasso di analfabetismo era sceso dal 20% al 3,9%. Nel 1961-62 il Movimento 26 Luglio si fuse con le altre forze rivoluzionarie dando vita al Partito unico della rivoluzione socialista di Cuba, dal 1965 Partito comunista cubano, con Fidel primo segretario. In mezzo c’erano stati l’avvicinamento di Cuba all’Unione Sovietica, la tentata invasione statunitense alla Baia dei Porci, la crisi dei missili del 1962: tutte vicende in cui Fidel Castro mostrò in modo chiaro le sue grandi capacità di leader politico e di statista.

Quelle stesse capacità il Líder máximo manifesterà negli anni successivi, continuando a guidare Cuba socialista e il Partito comunista cubano, ad allargare, consolidare e difendere le conquiste della Rivoluzione, coltivando al tempo stesso quella attitudine internazionalista che ha fatto di Cuba un punto di riferimento per le forze di emancipazione dell’America Latina, dell’Africa e del mondo intero.

All’indomani del crollo del blocco sovietico, che fece venire meno il principale mercato e i maggiori partner economici di Cuba, il Paese dovette affrontare una fase difficile. Vi furono l’apertura all’uso del dollaro in alcuni circuiti e il varo di diverse riforme volte a superare le difficoltà del periodo especial. Fidel mostrò ancora una volta duttilità tattica e saldezza dei principi, sintesi fondamentale per ogni rivoluzionario.

Chi scrive ebbe la fortuna di partecipare al Festival mondiale della gioventù, nell’estate del 1995, a Cuba. A parte la fortissima spinta ideale che si respirava, l’organizzazione impeccabile e la straordinaria generosità dei cubani che ci ospitarono, ciò che non si può dimenticare sono i due discorsi di Fidel che tutti noi, giovani di ogni parte del mondo, avemmo il privilegio di ascoltare. Il primo al teatro Karl Marx dell’Avana, dove Fidel spiegò pazientemente i motivi e i caratteri delle riforme in corso: si potevano accettare alcuni elementi di mercato, ci si poteva aprire anche a collaborazioni estere, ma a una precisa condizione, e cioè che questi atti fossero funzionali a salvaguardare Cuba, a garantirne la sopravvivenza, lo sviluppo e soprattutto l’indipendenza: alcune riforme sì, furono le sue parole ben scandite, “pero nunca depender!”; mai Cuba avrebbe rinunciato alla sua autonomia e sovranità.

Pochi giorni dopo, a conclusione del Festival, partecipammo a una oceanica manifestazione contro il bloqueo, sotto una pioggia battente che per fortuna non durò tanto; nella parte finale del percorso, avvicinandosi allo slargo dove Fidel avrebbe tenuto il suo comizio, potemmo vederlo sfilare pochi metri davanti a noi, con le sue guardie del corpo ma senza nessun’altra protezione particolare. Quello che gli ottusi e ipocriti media occidentali definiscono “dittatore” e che in quanto tale dovrebbe essere inviso al suo popolo e costantemente in pericolo, era lì, che sfilava tranquillamente, in mezzo ai manifestanti.

Naturalmente Fidel in pericolo lo è stato in tutti questi anni. Si contano 638 tentativi di ucciderlo da parte dei democratici Stati Uniti (di cui 192 durante l’amministrazione Reagan), ma l’efficienza del Partito e dello Stato cubano e la fortissima “connessione sentimentale” col suo popolo – al quale nel periodo especial costantemente egli spiegava in TV motivi e caratteri delle riforme in corso, preoccupandosi che di quei passaggi difficili ci fosse una consapevolezza diffusa – hanno consentito sempre di sventarli.

Accennavo prima all’internazionalismo. Non è un caso se ci sia Fidel Castro, assieme al presidente venezuelano Hugo Chavez, alla base di quell’Alba, l’Alleanza bolivariana per le Americhe varata nel 2004, che delineando una vasta cooperazione tra i paesi di America del Sud e Caribe, ha rilanciato in grande stile l’ideale bolivariano dell’unità del continente latinoamericano, consentendo tra l’altro a Cuba di usufruire del petrolio venezuelano fornendo in cambio personale ed esperienza nella lotta contro le malattie, la malnutrizione, l’analfabetismo. È stato questo uno dei principali momenti del rilancio non solo di Cuba socialista, ma anche dell’internazionalismo e della cooperazione tra i popoli.

C’è infine un ultimo aspetto al quale vorrei accennare in queste ore di commozione per la sua scomparsa. Si tratta della capacità di Fidel di porsi al livello dei problemi globali, dei problemi che l’umanità deve affrontare in questo momento così difficile della sua storia. Sono i temi dell’ambiente, dei cambiamenti climatici, dello sviluppo, delle risorse alimentari, delle biotecnologie. Basti pensare al suo Messaggio alla Conferenza delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo. Rio de Janeiro, giugno 1992, pubblicato in Italia dalle edizioni napoletane Laboratorio politico, in cui con grande lucidità Fidel individuava una delle battaglie prioritarie che l’umanità avrebbe dovuto affrontare, facendo anche una serie di proposte concrete in questo campo.

Ora Fidel non c’è più. Un uomo degno, interamente umano in questo mondo in cui si moltiplicano i pupazzi e gli automi, se n’è andato. I nostri squallidi telegiornali riportano le immagini degli osceni festeggiamenti a Miami e si ostinano a parlare di lui come di un “dittatore”. Non parlano invece dei risultati e delle conquiste ottenute dalla rivoluzione cubana sotto la guida di Fidel, che sono noti perfino a Wikipedia, ossia al fatto che contrariamente a quanto accade in altri paesi latino-americani, nessun bambino cubano vive per la strada, che il tasso di mortalità infantile cubano è il secondo più basso delle Americhe dopo il Canada, che la sanità pubblica, l’istruzione, la ricerca sono più che avanzate.

Fidel ha tenuto in piedi e vivificato in questi anni gli ideali del socialismo e del comunismo, contribuendo in misura decisiva a dar loro quella concretezza e a tempo stesso quell’ampiezza di prospettiva che, sole, possono tornare a renderli credibili agli occhi delle masse. In questo senso, il suo contributo alla vicenda del movimento comunista, alla sua esperienza, al suo “processo di apprendimento”, si pone al livello di quello dei maggiori leader rivoluzionari del XX e XXI secolo.

Nello scorso aprile, al congresso del Partito comunista cubano, Fidel affermò: “Verrà il tempo per tutti noi, ma le idee dei comunisti cubani rimarranno come prova che su questo pianeta, se si lavora con fervore e dignità, si possono produrre materiali e beni culturali di cui gli esseri umani hanno bisogno. È necessario combattere senza mai rinunciare”.

Anche questa è una sua eredità, un lascito per le nuove generazioni; è l’indicazione di una direttrice di marcia per tutti i popoli in lotta per la giustizia e l’indipendenza, per i comunisti e gli antimperialisti di tutto il mondo, per l’intera umanità progressiva.

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