Lenin: Per il quarto anniversario della Rivoluzione d’Ottobre

*Lenin, Opere Complete, vol. 33, Editori Riuniti, Roma, 1967, pp.. 37-45

Si avvicina il quarto anniversario del 25 ottobre (7 novembre).

Quanto più ci allontaniamo da questo grande giorno, tanto più chiaro diviene il significato della rivoluzione proletaria in Russia e tanto più profondamente riflettiamo anche sull’esperienza pratica del nostro lavoro, considerato nel suo complesso.

In un abbozzo brevissimo — e lungi, naturalmente, dall’esser completo e preciso — questo significato e questa esperienza potrebbero essere tratteggiati nel modo seguente.

Il compito più diretto e immediato della rivoluzione in Russia era un compito democratico-borghese: eliminare i residui del medioevo, spazzarli via completamente, epurare la Russia da questa barbarie, da questa vergogna, da questo ostacolo grandissimo a ogni cultura e a ogni progresso del nostro paese.

E noi abbiamo il diritto d’esser fieri di aver compiuto questa epurazione molto più recisamente, rapidamente, arditamente, vittoriosamente, ampiamente e profondamente, dal punto di vista delle ripercussioni sulle masse del popolo, sulle folle, di quanto non avesse fatto la grande rivoluzione francese più di centoventicinque anni fa.

Gli anarchici e i democratici piccolo-borghesi (cioè i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari, rappresentanti russi di questo tipo sociale internazionale) hanno detto e dicono innumerevoli sciocchezze sulla questione dei rapporti fra la rivoluzione democratico-borghese e la rivoluzione socialista (cioè proletaria). La giustezza della nostra concezione del marxismo su questo punto e il conto che facciamo dell’esperienza delle rivoluzioni precedenti son stati pienamente confermati durante quattro armi. Noi abbiamo condotto la rivoluzione democratico-borghese sino alla fine, come nessun altro. Noi procediamo con piena coscienza, fermezza ed inflessibilità verso la rivoluzione socialista, sapendo che essa non è separata da una muraglia cinese dalla rivoluzione democratico-borghese, sapendo che soltanto la lotta deciderà in quale misura (in fin dei conti) riusciremo ad avanzare, quale parte del compito incomparabilmente elevato noi adempiremo, quale parte delle nostre vittorie consolideremo. Chi vivrà vedrà. Ma noi vediamo fin d’ora che si è fatto un lavoro enorme, gigantesco — in un paese devastato, esaurito, arretrato — per la causa della trasformazione socialista della società.

Concludiamo, tuttavia, sul contenuto democratico-borghese della nostra rivoluzione. I marxisti devono comprendere che cosa significa questo. Prendiamo, a chiarimento, degli esempi evidenti.

Dire che la rivoluzione ha un contenuto democratico-borghese significa che i rapporti sociali (il regime, le istituzioni) del paese si sono epurati da tutto ciò che è medioevale, dalla servitù della gleba, dal feudalesimo.

Quali erano nel 1917, in Russia, le principali manifestazioni, le principali sopravvivenze, i principali residui della servitù della gleba? La monarchia, la divisione in caste, la proprietà fondiaria, il godimento della terra, la condizione della donna, la religione, l’oppressione nazionale. Prendete una qualunque di queste. «stalle di Augia », — che, tra parentesi, sono state lasciate in condizioni di notevole sporcizia in tutti gli Stati più progrediti dopo il compimento della loro rivoluzione democratico-borghese centoventicinque, duecentocinquanta e più anni fa (1649 in Inghilterra), — prendete una qualunque di queste stalle di Augia e vedrete che noi le abbiamo ripulite completamente. In poco più di dieci settimane, — dal 25 ottobre (7 novembre) 1917, allo scioglimento dell’Assemblea costituente (5 gennaio 1918) — abbiamo fatto in questo campo mille volte più dei democratici e liberali borghesi (cadetti) e dei democratici piccolo-borghesi (menscevichi e socialisti-rivoluzionari) negli otto mesi del loro potere.

Questi vili, questi chiacchieroni, questi Narcisi innamorati di se stessi, queste figure amletiche, minacciavano con spade di cartone e non hanno neppure distrutto la monarchia! Noi abbiamo spazzato via tutto il luridume monarchico come nessun altro aveva mai fatto. Noi non abbiamo lasciato pietra su pietra, mattone su mattone dell’edificio secolare delle caste (i paesi più avanzati come l’Inghilterra, la Francia, la Germania non si sono ancora sbarazzati fino ad oggi dei resti del regime di casta!). Le radici più profonde del regime di casta, e precisamente i residui di feudalesimo e di servaggio nella proprietà fondiaria, sono state divelte completamente da noi. «Si può discutere» (vi sono all’estero abbastanza letterati, cadetti, menscevichi e socialisti-rivoluzionari che s’interessano a queste discussioni) su che cosa, «in fin dei conti», verrà fuori dalle trasformazioni agrarie della grande rivoluzione d’ottobre. Per il momento non abbiamo nessun desiderio di sprecare il tempo in queste discussioni, giacché noi decidiamo le controversie e tutte le relative polemiche con la lotta. Ma non si può contestare il fatto che, per otto mesi, i democratici piccolo-borghesi «si sono conciliati» con i grandi proprietari fondiari, i quali conservavano le tradizioni della servitù della gleba, e che noi, in qualche settimana, abbiamo completamente cancellato dalla faccia della terra russa questi grandi proprietari fondiari e tutte le loro tradizioni.

Prendete la religione o le condizioni della donna, priva di ogni diritto, oppure l’oppressione e l’ineguaglianza giuridica delle nazioni non russe. Questi sono tutti problemi della rivoluzione democratico-borghese. Gli zoticoni della democrazia piccolo-borghese ne hanno chiacchierato per otto mesi. In neppure uno dei paesi più avanzati del mondo questi problemi sono stati risolti interamente in senso democratico-borghese. Da noi sono risolti completamente dalla legislazione della rivoluzione d’ottobre. Noi abbiamo lottato e lottiamo seriamente contro la religione. Noi abbiamo dato a tutte le nazionalità non russe le loro proprie repubbliche o regioni autonome. Da noi, in Russia, non esiste quell’ignominia, quell’obbrobrio, quella viltà che è la negazione totale o parziale dei diritti alle donne, indegna sopravvivenza della servitù della gleba e del medioevo, rinvigorita dalla cupida borghesia e dalla piccola borghesia imbecille e timorosa in tutti, senza eccezione, i paesi del globo terrestre.

Tutto ciò è il contenuto della rivoluzione democratico-borghese. Centocinquanta o duecentocinquant’anni fa, i capi più avanzati di tale rivoluzione (di tali rivoluzioni, se si vuoi parlare di ogni forma nazionale di un unico tipo generale) hanno promesso ai popoli di liberare l’umanità dai privilegi medioevali, dall’ineguaglianza della donna, dai vantaggi concessi dallo Stato a questa o a quella religione (o all’«idea religiosa», alla «religiosità» in generale), dall’ineguaglianza delle nazioni. Hanno promesso, ma non hanno mantenuto. Non hanno potuto mantenere perché sono stati ostacolati dal «rispetto» per la «sacra proprietà privata». Nella nostra rivoluzione proletaria questo maledetto «rispetto» per questo medioevo tre volte maledetto e per questa «sacra proprietà privata» non c’è stato.

Ma, al fine di consolidare per i popoli della Russia le conquiste della rivoluzione democratica borghese, noi dovevamo spingerci oltre e ci siamo spinti oltre. Abbiamo risolto i problemi della rivoluzione democratica borghese cammin facendo, come un «prodotto accessorio» del nostro lavoro vero ed essenziale, del nostro lavoro proletario-rivoluzionario, socialista. Le riforme — abbiamo sempre detto — sono un prodotto accessorio della lotta rivoluzionaria di classe. Le trasformazioni democratiche borghesi — abbiamo detto e dimostrato con i fatti — sono un prodotto accessorio della rivoluzione proletaria, cioè socialista. D’altronde, tutti i Kautsky, Hilferding, Martov, Cernov, Hillquit, Longuet, MacDonald, Turati e gli altri eroi del marxismo «due e mezzo» non hanno saputo comprendere tale nesso tra rivoluzione democratica borghese e rivoluzione proletaria socialista. La prima si trasforma nella seconda. La seconda risolve cammin facendo i problemi della prima. La seconda consolida l’opera della prima. La lotta e soltanto la lotta decide sino a qual punto la seconda riesce nel suo sviluppo a superare la prima.

Il regime sovietico è appunto una delle conferme o manifestazioni evidenti di questa trasformazione di una rivoluzione nell’altra. Il regime sovietico significa massima democrazia per gli operai e i contadini e, al tempo stesso, rottura con la democrazia borghese e comparsa di un nuovo tipo di democrazia di importanza storica mondiale, e precisamente della democrazia proletaria o dittatura del proletariato.

I cani e i porci della borghesia moribonda e della democrazia piccolo-borghese, che si trascinano al suo seguito, ci coprano pure di un cumulo di maledizioni, di ingiurie, di beffe per i nostri insuccessi ed i nostri errori nell’organizzazione del nostro regime sovietico. Noi non dimentichiamo, neanche per un minuto, che abbiamo effettivamente subito e subiamo molti scacchi, abbiamo commesso e commettiamo tuttora molti errori. Come se si potessero evitare gli scacchi e gli errori in un’impresa nuova, nuova per tutta la storia del mondo, qual è la creazione di un tipo di struttura statale che non ha esempi! Noi lotteremo inflessibilmente per rimediare ai nostri scacchi e ai nostri errori, per migliorare l’applicazione, ancora ben lontana dall’essere perfetta, dei principi sovietici. Ma abbiamo il diritto di esser fieri — e siamo fieri — che ci sia toccata la fortuna d’incominciare la costruzione dello Stato sovietico, d’iniziare perciò una nuova epoca della storia mondiale, l’epoca del dominio di una nuova classe, oppressa in tutti i paesi capitalistici e che dappertutto marcia verso una vita nuova, verso la vittoria sulla borghesia, verso la dittatura del proletariato, verso la liberazione dell’umanità dal giogo del capitale, dalle guerre imperialiste.

Il problema delle guerre imperialiste, di quella politica internazionale del capitale finanziario che oggi predomina in tutto il mondo, che fa nascere inevitabilmente nuove guerre imperialiste e che genera inevitabilmente una intensificazione inaudita dell’oppressione nazionale, del saccheggio, del brigantaggio, del soffocamento delle piccole nazioni deboli e arretrate ad opera di un pugno di potenze «più avanzate», questo problema è stato, fin dal 1914, il problema fondamentale di tutta la politica di tutti i paesi del mondo. È questa una questione di vita o di morte per decine di milioni di uomini. La questione sta in questi termini: nella prossima guerra imperialista — che la borghesia prepara sotto i nostri occhi, che sorge dal capitalismo sotto i nostri occhi — si massacreranno 20 milioni di uomini (invece di 10 milioni uccisi nella guerra del 1914-1918 e nelle «piccole» guerre complementari, non ancora finite); saranno mutilati — in questa prossima guerra, inevitabile (se si manterrà il capitalismo) — 60 milioni di uomini (invece di 30 milioni di mutilati nel 1914-1918). Anche in questa questione, la nostra rivoluzione d’ottobre ha iniziato una nuova epoca nella storia mondiale. I servitori della borghesia e i loro portavoce (i socialisti-rivoluzionari, i menscevichi e tutta la democrazia piccolo-borghese, sedicente «socialista», di tutto il mondo) schernivano la parola d’ordine della «trasformazione della guerra imperialista in guerra civile». Ma questa parola d’ordine è risultata l’unica verità, sgradevole, brutale, nuda, crudele — questo è giusto — ma una verità fra le miriadi degli inganni sciovinisti e pacifisti più raffinati. Questi inganni si dissipano. La pace di Brest è smascherata. Ogni giorno, inesorabilmente, si smascherano sempre più la portata e le conseguenze della pace di Versailles, peggiore ancora di quella di Brest. E sempre più chiara, sempre più precisa, sempre più ineluttabile, davanti a milioni e milioni di uomini che meditano sulle cause della guerra di ieri e della incombente guerra futura, sorge la terribile verità: non ci si può liberare dalla guerra imperialista e dalla pace (se avessimo ancora la vecchia ortografia, scriverei qui due volte la parola mir nei suoi due significati)1 imperialista che inevitabilmente la genera, non ci si può strappare a quest’inferno se non con la lotta bolscevica e la rivoluzione bolscevica.

La borghesia e i pacifisti, i generali e i piccoli borghesi, i capitalisti e i filistei, tutti i cristiani credenti e tutti i paladini della II Internazionale e della Internazionale due e mezzo insultino pure furiosamente questa rivoluzione. Con tutto il loro torrente di malvagità, di calunnie e di menzogne essi non oscureranno il fatto, d’importanza storica mondiale, che, per la prima volta dopo centinaia e migliaia di anni, gli schiavi hanno risposto alla guerra tra i padroni di schiavi con l’aperta proclamazione della parola d’ordine: trasformiamo questa guerra tra schiavisti per la ripartizione del bottino in una guerra degli schiavi di tutte le nazioni contro gli schiavisti di tutte le nazioni!

Per la prima volta dopo centinaia e migliaia di anni questa parola d’ordine si è trasformata, da confusa e impotente aspettazione, in un programma politico chiaro e preciso, in una lotta attiva di milioni di oppressi sotto la guida del proletariato, in una prima vittoria del proletariato, in una prima vittoria della causa dell’unione degli operai di tutti i paesi contro l’unione della borghesia delle diverse nazioni, di quella borghesia che fa la guerra e conclude la pace a spese degli schiavi del capitale, a spese degli operai salariati, a spese dei contadini, a spese dei lavoratori.

Questa prima vittoria non è ancora una vittoria definitiva ed è stata ottenuta dalla nostra rivoluzione d’ottobre attraverso ostacoli e difficoltà senza uguali, sofferenze inaudite, attraverso una serie di insuccessi e di errori grandissimi da parte nostra. Come se, da solo, un popolo arretrato avesse potuto vincere senza insuccessi e senza errori le guerre imperialiste dei paesi più potenti e più avanzati del mondo! Noi non abbiamo paura di riconoscere i nostri errori e li esaminiamo spassionatamente per imparare a correggerli. Ma il fatto rimane: per la prima volta, dopo centinaia e migliaia di anni, la promessa di «rispondere» alla guerra tra gli schiavisti con la rivoluzione degli schiavi contro tutti gli schiavisti è stata mantenuta fino in fondo e lo è stata malgrado tutte le difficoltà.

Noi abbiamo cominciato quest’opera. Quando, entro che termine precisamente, i proletari la condurranno a termine? Ed a quale nazione apparterranno coloro che la condurranno a termine? Non è questa la questione essenziale. È essenziale il fatto che il ghiaccio è rotto, la via è aperta, la strada è segnata.

Continuate pure le vostre ipocrisie, signori capitalisti di tutti i paesi, che «difendete la patria» giapponese contro quella americana, l’americana contro la giapponese, la francese contro l’inglese, ecc.! E voi, signori paladini della II Internazionale e della Internazionale due e mezzo, insieme con tutti i piccoli borghesi pacifisti e tutti i filistei del mondo, continuate pure a «eludere» la questione dei mezzi di lotta contro le guerre imperialiste con dei nuovi «manifesti di Basilea» (sul modello del Manifesto di Basilea del 1912)2. Alla guerra imperialista, alla pace imperialista, la prima rivoluzione bolscevica ha strappato i primi cento milioni di uomini. Le rivoluzioni successive strapperanno a simili guerre ed a simili paci l’umanità intera.

E l’ultima nostra opera — la più importante, la più difficile, la più incompiuta — è l’organizzazione economica, la costruzione di una base economica per il nuovo edificio socialista che sostituisce quello vecchio e feudale distrutto, e quello capitalista semidistrutto. In questa opera, che è la più difficile e la più importante, abbiamo, più che in ogni altra, subito insuccessi e commesso errori. Come se si potesse incominciare senza insuccessi e senza errori un’opera simile, nuova al mondo! Ma noi l’abbiamo iniziata. Noi la continuiamo. Noi correggiamo appunto ora, con la nostra «nuova politica economica», tutta una serie di errori da noi commessi, impariamo come si deve proseguire nella costruzione dell’edificio socialista, in un paese di piccoli contadini, senza cadere in questi errori.

Le difficoltà sono immense. Noi siamo abituati a lottare contro difficoltà immense. Non per nulla i nostri nemici ci hanno soprannominati uomini «granitici» e rappresentanti di una «politica che spezza le ossa». Ma noi abbiamo imparato anche, per lo meno sino a un certo punto, un’altra arte, necessaria nella rivoluzione: la flessibilità, la capacità di cambiare rapidamente e bruscamente la nostra tattica, di tenere in considerazione i mutamenti delle condizioni obiettive, di scegliere una nuova via verso il nostro scopo se quella di prima si è dimostrata inapplicabile, impossibile per un determinato periodo di tempo.

Trasportati dall’ondata dell’entusiasmo e avendo risvegliato l’entusiasmo popolare prima genericamente politico e poi militare — noi contavamo di adempiere direttamente, sulla base di questo entusiasmo, anche i compiti economici non meno grandi di quelli politici e di quelli militari. Noi contavamo — o forse, più esattamente, ci proponevamo, senza aver fatto un calcolo sufficiente — di organizzare, con ordini diretti dello Stato proletario, la produzione statale e la ripartizione statale dei prodotti su base comunista in un paese di piccoli contadini. La vita ci ha rivelato il nostro errore. Occorreva una serie di fasi transitorie: il capitalismo di Stato e il socialismo, per preparare — con un lavoro di una lunga serie d’anni — il passaggio al comunismo. Non direttamente sull’entusiasmo, ma con l’aiuto dell’entusiasmo nato dalla grande rivoluzione, basandovi sullo stimolo personale, sull’interesse personale, sul calcolo economico, prendetevi la pena di costruire dapprima un solido ponte che, in un paese di piccoli contadini, attraverso il capitalismo di Stato, conduca verso il socialismo, altrimenti voi non arriverete al comunismo, altrimenti voi non condurrete decine e decine di milioni di uomini al comunismo. Questo ci ha detto la vita. Questo ci ha detto il corso obiettivo seguito dalla rivoluzione.

E noi, che in tre o quattro anni abbiamo imparato un poco a compiere svolte repentine (quando sono necessarie), abbiamo cominciato con zelo, con attenzione, con perseveranza (benché non ancora con abbastanza zelo, attenzione e perseveranza) a studiare la nuova svolta della «nuova politica economica». Lo Stato proletario deve diventare un «padrone» cauto, scrupoloso, esperto, un commerciante all’ingrosso puntuale, perché altrimenti non potrà mettere economicamente sulla buona via un paese di piccoli contadini. Oggi, nelle condizioni attuali, accanto all’occidente capitalista (ancora capitalista per il momento), non c’è altro mezzo per passare al comunismo. Un commerciante all’ingrosso sembrerebbe un tipo economico lontano dal comunismo come il cielo dalla terra. Ma questa è appunto una delle contraddizioni che, nella vita reale, attraverso il capitalismo di Stato, conducono dalla piccola azienda contadina al socialismo. L’interesse personale eleva la produzione, e noi abbiamo bisogno dell’aumento della produzione, innanzi tutto e a qualunque costo. Il commercio all’ingrosso unisce economicamente milioni di piccoli contadini, in quanto li interessa, li spinge a gradini economici superiori, a diverse forme di collegamento e di associazione nella produzione stessa. Noi abbiamo già cominciato la necessaria riorganizzazione della nostra politica economica. In questo campo registriamo già alcuni successi, non grandi, è vero, parziali, ma indubbiamente dei successi. Noi siamo già alla fine del corso preparatorio in questo campo della nuova «scienza». Con uno studio tenace e perseverante, verificando praticamente l’esperienza di ogni nostro passo, non temendo di rifare più volte ciò che si è incominciato, correggendo i nostri errori, considerandone attentamente il significato, noi passeremo anche nelle classi successive. Noi seguiremo tutto il «corso» quantunque le circostanze della economia e della politica mondiale lo abbiano reso molto più lungo e difficile di quanto non avremmo voluto. Per quanto siano dure le sofferenze del periodo di transizione, le calamità, la fame, lo sfacelo, noi non ci perderemo d’animo e, ad ogni costo, condurremo la nostra causa a una conclusione vittoriosa.


Note:

Note

  1. In russo la parola mir significa «pace» e «mondo» (la vecchia ortografia però era scritta diversamente secondo il significato)
  2. Il manifesto di Basilea del 1912 fu un manifesto sulla guerra approvato all’unanimità dal congresso straordinario della seconda internazionale che si tenne a Basilea in Svizzera il 24-25 novembre 1912. Questo documento sottolineò gli scopi di rapina della guerra che stavano preparando gli imperialisti e invitò i socialisti di tutti i paesi a condurre una lotta energica contro tale guerra. Il manifesto di Basilea riprese le tesi della risoluzione del congresso di Stoccarda della IIa Internazionale (1907) proposta da Lenin e da Rosa Luxemburg: In caso di scoppio di una guerra imperialista i socialisti dovevano approfittare della crisi economica e politica per preparare la rivoluzione socialista.
    I capi della seconda Internazionale, Kautsky, Vandervelde, ecc. che avevano votato per questo manifesto lo dimenticarono quando nel 1914 fu dichiarata la guerra mondiale e si schierarono dalla parte dei loro governi imperialisti.

Start a Conversation

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *