Democrazia operaia

Questo articolo viene pubblicato sul n. 7 dell’Ordine Nuovo (21 giugno 1919). Ci troviamo in un periodo di grande fermento nelle fabbriche e, nel mese di luglio, è previsto uno sciopero generale. Gramsci ha l’intuizione che per la nuova rivista sia vitale orientarsi a questo movimento in formazione. 

Lo scritto non si rivolge soltanto agli operai, ma rappresenta una proposta di lavoro per tutti i militanti del Partito Socialista Italiano, del quale Gramsci fa ancora parte. In questa fase della loro storia politica, Gramsci e i suoi compagni ordinovisti sono ancora dell’avviso che il PSI possa essere il partito della rivoluzione in Italia. L’obiettivo di questo gruppo è lavorare perché le commissioni interne, istituite qualche mese prima nelle fabbriche, possano diventare elementi di democrazia operaia. Queste commissioni, nate da un accordo fra Fiom e Amma (l’associazione padronale metalmeccanica), rappresentano il primo organismo di rappresentanza operaia nei luoghi di lavoro. Si tratta di una concessione con la quale la borghesia cerca di impedire la nascita di organismi simili ai Soviet nel nostro paese. 

Su Internet è possibile trovare la copia in PDF della collezione completa dell’Ordine Nuovo (sito del Centro Gramsci di Educazione), facilmente raggiungibili da questa pagina.

Democrazia Operaia

Antonio Gramsci

Un problema si impone oggi assillante a ogni socialista che senta vivo il senso della responsabilità storica che incombe sulla classe lavoratrice e sul Partito che della missione di questa classe rappresenta la consapevolezza critica e operante. Come dominare le immense forze sociali che la guerra ha scatenato? Come disciplinarle e dar loro una forma politica che contenga in sé la virtù di svilupparsi normalmente, di integrarsi continuamente, fino a diventare l’ossatura dello Stato socialista nel quale si incarnerà la dittatura del proletariato? Come saldare il presente all’avvenire, soddisfacendo le urgenti necessità del presente e utilmente lavorando per creare e “anticipare” l’avvenire?

Questo scritto vuole essere uno stimolo a pensare e ad operare; vuole essere un invito ai migliori e più consapevoli operai perché riflettano e, ognuno nella sfera della propria competenza e della propria azione, collaborino alla soluzione del problema, facendo convergere sui termini di esso l’attenzione dei compagni e delle associazioni. Solo da un lavoro comune e solidale di rischiaramento, di persuasione e di educazione reciproca nascerà l’azione concreta di costruzione.

Lo Stato socialista esiste già potenzialmente negli istituti di vita sociale caratteristici della classe lavoratrice sfruttata. Collegare tra di loro questi istituti, coordinarli e subordinarli in una gerarchia di competenze e di poteri, accentrarli fortemente, pur rispettando le necessarie autonomie e articolazioni, significa creare già fin d’ora una vera e propria democrazia operaia, in contrapposizione efficiente ed attiva con lo Stato borghese, preparata già fin d’ora a sostituire lo Stato borghese in tutte le sue funzioni essenziali di gestione e di dominio del patrimonio nazionale.

Il movimento operaio è oggi diretto dal Partito socialista e dalla Confederazione del Lavoro; ma l’esercizio del potere sociale del Partito e della Confederazione si attua, per la grande massa lavoratrice, indirettamente, per forza di prestigio e d’entusiasmo, per pressione autoritaria, per inerzia persino.

La sfera di prestigio del Partito si amplia quotidianamente, attinge strati popolari finora inesplorati, suscita consenso e desiderio di lavorare proficuamente per l’avvento del comunismo in gruppi e individui finora assenti dalla lotta politica. È necessario dare una forma politica e una disciplina permanente a queste energie disordinate e caotiche, assorbirle, comporle e potenziarle, fare della classe proletaria e semiproletaria una società organizzata che si educhi, che si faccia una esperienza, che acquisti una consapevolezza responsabile dei doveri che incombono alle classi arrivate al potere dello Stato.

Il Partito socialista e i sindacati professionali non possono assorbire tutta la classe lavoratrice, che attraverso un lavorio di anni e di decine di anni. Essi non si identificheranno immediatamente con lo Stato proletario; nelle Repubbliche comuniste infatti essi continuano a sussistere indipendentemente dallo Stato, come istituti di propulsione (il Partito) o di controllo e di realizzazione parziale (i sindacati).

Il Partito deve continuare ad essere l’organo di educazione comunista, il focolare della fede, il depositario della dottrina, il potere supremo che armonizza e conduce alla meta le forze organizzate e disciplinate della classe operaia e contadina. Appunto per svolgere rigidamente questo suo ufficio, il Partito non può spalancare le porte all’invasione di nuovi aderenti, non abituati all’esercizio della responsabilità e della disciplina.

Ma la vita sociale della classe lavoratrice è ricca di istituti, si articola in molteplici attività. Questi istituti e queste attività bisogna appunto sviluppare, organizzare complessivamente, collegare in un sistema vasto e agilmente articolato che assorba e disciplini l’intera la classe lavoratrice. L’officina con le sue commissioni interne, i circoli socialisti, le comunità contadine, sono i centri di vita proletaria nei quali occorre direttamente lavorare. Le commissioni interne sono organi di democrazia operaia che occorre liberare dalle limitazioni imposte dagli imprenditori, e ai quali occorre infondere vita nuova ed energia.

Oggi le commissioni interne limitano il potere del capitalista nella fabbrica e svolgono funzioni di arbitrato e di disciplina. Sviluppate ed arricchite, dovranno essere domani gli organi di potere proletario che sostituisce il capitalista in tutte le sue funzioni utili di direzione e di amministrazione. Già fin d’ora gli operai dovrebbero procedere alla elezione di vaste assemblee di delegati, scelti fra i migliori e più consapevoli compagni, sulla parola d’ordine: “Tutto il potere dell’officina ai comitati d’officina”, coordinata all’altra: “Tutto il potere dello Stato ai Consigli operai e contadini”. Un vasta campo di propaganda concreta rivoluzionaria si aprirebbe per i comunisti organizzati nel Partito e nei circoli rionali.

I circoli, d’accordo con le sezioni urbane, dovrebbero fare un censimento delle forze operaie della zona, e diventare la sede del consiglio rionale dei delegati dell’officina, il ganglio che annoda e accentra tutte le energie proletarie del rione. I sistemi elettorali potrebbero variare a seconda della vastità delle officine: si dovrebbe cercare però di far eleggere un delegato ogni 15 operai divisi per categoria (come si fa nelle officine inglesi), arrivando, per elezioni graduali, a un comitato di delegati di fabbrica che comprenda rappresentanti di tutto il complesso del lavoro (operai, impiegati, tecnici).

Nel comitato rionale dovrebbe tendersi a incorporare delegati anche delle altre categorie di lavoratori abitanti nel rione: camerieri, vetturini, tranvieri, ferrovieri, spazzini, impiegati, privati, commessi, ecc. Il comitato rionale dovrebbe essere emanazione di tutta la classe lavoratrice abitante nel rione, emanazione e legittima e autorevole, capace di far rispettare una disciplina, investita del potere, spontaneamente delegato, ed ordinare la cessazione immediata e integrale di ogni lavoro in tutto il rione. I comitati rionali si ingrandirebbero in commissariati urbani, controllati e disciplinati dal Partito socialista e dalle federazioni di mestiere.

Un tale sistema di democrazia operaia (integrato con organizzazioni equivalenti di contadini) darebbe una forma e una disciplina alle masse, sarebbe una magnifica scuola di esperienza politica e amministrativa, inquadrerebbe le masse fino all’ultimo uomo, abituandole alla tenacia e alla perseveranza, abituandole a considerarsi come un esercito in campo che ha bisogno di una ferma coesione se non vuole essere distrutto e ridotto in schiavitù. Ogni fabbrica costruirebbe uno o più reggimenti di questo esercito, coi suoi caporali, coi suoi servizi di collegamento, con la sua ufficialità, col suo stato maggiore, poteri delegati per libera elezione, non imposti autoritariamente. Attraverso i comizi, tenuti all’interno dell’officina, con l’opera incessante di propaganda e di persuasione sviluppata dagli elementi più consapevoli, si otterrebbe una trasformazione radicale della psicologia operaia, si renderebbe la massa meglio preparata e capace all’esercizio del potere, si diffonderebbe una coscienza dei doveri e dei diritti del compagno e del lavoratore, concreta ed efficiente perché generata spontaneamente dall’esperienza viva e storica.

Abbiamo già detto: questi rapidi appunti si propongono solo di stimolare il pensiero e all’azione. Ogni aspetto del problema meriterebbe una vasta e profonda trattazione, delucidazioni, integrazioni sussidiarie e coordinate. Ma la soluzione concreta e integrale dei problemi di vita socialista può essere data solo dalla pratica comunista: la discussione in comune, che modifica simpaticamente le coscienze unificandole e colmandole di entusiasmo operoso. Dire la verità, arrivare insieme alla verità, è compiere azione comunista e rivoluzionaria.

La formula “dittatura del proletariato” deve finire di essere solo una formula, un’occasione per sfoggiare fraseologia rivoluzionaria. Chi vuole il fine, deve volere anche i mezzi. La dittatura del proletariato è l’instaurazione di un nuovo Stato, tipicamente proletario, nel quale confluiscono le esperienze istituzionali della classe oppressa, nel quale la vita sociale della classe operaia e contadina diventa sistema diffuso e fortemente organizzato.

Questo Stato non si improvvisa: i comunisti bolscevichi russi per otto mesi lavorano a diffondere e far diventare concreta la parola d’ordine: tutto il potere ai Soviet, ed i Soviet erano noti agli operai russi fin dal 1905. I comunisti devono far tesoro dell’esperienza russa ed economizzare tempo e lavoro: l’opera di ricostruzione domanderà per sé tanto tempo e tanto lavoro, che ogni giorno e ogni atto dovrebbe poterle essere destinato.

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