Crisi del Mediterraneo: cinque proposte del PCI

In occasione del convegno sul Mediterraneo tenutosi a Catania il 17 giugno, il Dipartimento Esteri del PCI ha elaborato cinque punti programmatici che verranno sottoposti all’attenzione delle forze comuniste e di sinistra dei Paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente.

Catania, 17 giugno 2017.

Il compagno Luca Cangemi

Quelli che seguono sono 5 punti che il PCI pone alla discussione collettiva, insieme ai compagni italiani ed agli ospiti stranieri che partecipano al seminario, per costruire una politica alternativa sul tema del Mediterraneo, nella consapevolezza che l’indirizzo del nostro paese va profondamente cambiato. Il nostro è un piccolo contributo in questa direzione.

Il convegno è dedicato alla memoria di Maurizio Musolino, comunista appassionato del mondo e conoscitore dei paesi arabi e del Mediterraneo, alla cui conoscenza, alla cui solidarietà verso i popoli che in quelle terre vi abitano ed alla cui empatica fratellanza con le organizzazioni comuniste e di sinistra, laiche ed islamiche di quel mondo, ha dedicato la sua intera vita. La sua prematura scomparsa ha lasciato questi compagni ed amici, e noi con loro, tutti un po’ più soli.

1) Recupero della sovranità politica

La Carta Costituzionale del 1948 basa la Repubblica, già nel suo primo articolo, sulla centralità della sovranità popolare e ne consente alcune limitazioni al solo fine di assicurare “la pace e la giustizia fra le Nazioni” e solo “in condizioni di parità con gli altri Stati” (art. 11). Eppure la carta fondamentale della Repubblica, recentemente oggetto di un attacco eversivo per mano di una riforma costituzionale che solo la volontà popolare espressa con il Referendum ha saputo sventare, è stata nel corso degli anni disattesa (quando non apertamente contraddetta) su diversi punti. Primo fra tutti quello della centralità della sovranità popolare e del recupero di una dimensione di parità tra stati sovrani, che deve pertanto tornare ad essere al centro delle battaglie dei comunisti, per la piena attuazione della Costituzione e per la costruzione di una politica estera alternativa del Paese. È dalla fine della guerra fredda che l’Italia impiega le proprie truppe in azioni militari che hanno destabilizzato “l’estero vicino” del paese (Balcani, Africa del Nord) e ci hanno poi costretto ad assorbire e gestire l’ondata di flussi migratori che quelle guerre generavano. Tutto questo per apparire come alleati affidabili agli occhi degli Stati Uniti, che nel corso di tutta la guerra fredda ha trasformato l’Italia in un semi-protettorato dal punto di vista geopolitico.

In quegli anni, grazie alla presenza di un forte partito comunista ed un altrettanto forte movimento sindacale, ad un quadro internazionale caratterizzato da straordinari processi di emancipazione e decolonizzazione di quello che veniva chiamato il Terzo mondo, gli interessi e le scelte strategiche di grosse compagnie di stato (in primis dell’Eni), la politica italiana verso il Medio Oriente ed il Mediterraneo è stata caratterizzata anche da tratti di autonoma costruzione di una politica spesso confliggente con quella delle grandi potenze ex-coloniali della regione (Francia e Gran Bretagna in primis), ma anche rispetto agli Usa. La fine della guerra fredda, con i cambiamenti geopolitici conseguenti e con il cambio di classe dirigente italiana (a seguito di Mani Pulite) ha determinato un’inversione drastica e radicale della politica estera del paese rispetto alla regione mediterranea ed ai paesi mediorientali. Questo, unito all’integrazione nell’Ue, ha accentuato la perdita di sovranità ed indipendenza nazionale ed ha permesso al grande capitale straniero (o al capitele nazionale a scapito dell’interesse pubblico) di controllare molti dei settori strategici del paese e condizionarne le linee guida della sua politica estera.

Per questo i comunisti considerano centrale il dibattito sul recupero della sovranità ed indipendenza nazionale, così come delineati dalla Costituzione nata dalla Resistenza antifascista, perché la sua difesa assume in questo preciso momento storico un innegabile carattere di classe e di difesa degli interessi del popolo e della classe operaia.

Il recupero della sovranità politica e della difesa degli interessi nazionali (e di classe) è un punto centrale della lotta dei comunisti. Ciò significa costruire un vasto e forte movimento per l’uscita dell’Italia dalla Nato, per un’Italia libera dalla presenza delle basi militari statunitensi e di ogni altra base straniera (e libera da armamenti nucleari), per un’Italia sovrana e neutrale, per una politica estera basata sull’Articolo 11 della Costituzione e improntata alla pace, al rispetto reciproco, alla giustizia economica e sociale.

2) Sovranità alimentare ed energetica

Accanto alla ripresa di una piena sovranità politica, i comunisti si battono per:

La sovranità alimentare

Contro le politiche di sviluppo perseguite dalle agenzie internazionali che nei decenni hanno fatto del cibo una merce con un alto valore di scambio, adottiamo le pratiche e le politiche dei movimenti di lotta contadini di tutto il mondo che si riconoscono nella coalizione di Via Campesina, che ha teorizzato e diffuso la sovranità alimentare quale buona pratica per assicurare il diritto al cibo a tutte le latitudini.

Lottiamo per abolire gli accordi commerciali di libero scambio (voluti dal FMI, BM e OMC) che avvantaggiano le grandi multinazionali private che influenzano i governi dei paesi più poveri ed arretrati, pregiudicando il benessere dei popoli.

La cooperazione euro-mediterranea non può inoltre prescindere da una critica alla politica dell’aiuto alimentare ai paesi più svantaggiati, perché questa non è altro che una forma mascherata di aiuto all’export dei paesi più ricchi. Del resto, dopo il raggiungimento del picco del petrolio (massima produzione possibile) non è più economicamente sostenibile dipendere dal trasporto del cibo a grande distanza. Si impone quindi per la regione euro-mediterranea (accomunata da condizioni climatiche e colture simili) il tema di una politica di cooperazione tecnologica che abbia come obiettivo il raggiungimento della piena sovranità alimentare di ciascun paese.

La sovranità energetica

Pur non essendo affatto un paese produttore, l’Italia occupa un ruolo di rilievo a livello mondiale grazie alle competenze per la tecnologia estrattiva e di trasformazione ed agli accordi coi paesi produttori di idrocarburi. Tutto questo è stato possibile grazie alla politica lungimirante di Enrico Mattei che ha permesso all’Italia di esprimere una politica energetica che ne ha rafforzato lo status internazionale. L’Eni-Agip di Mattei ha improntato la politica commerciale sulla base della parità, della cogestione, della formazione di un élite tecnologica che permettesse anche ai paesi produttori uno sviluppo ed un controllo sulle risorse. Si tratta dei principi fondamentali della politica di cooperazione tra stati e di mutuo vantaggio e beneficio commerciale e tecnologico che sono possibili solo mantenendo un controllo pubblico delle aziende coinvolte. I comunisti si battono contro la progressiva perdita di influenza del settore pubblico nell’Eni, come di tutte le aziende strategiche coinvolte. I gravi danni ambientali, il cambiamento climatico ed il diritto alla salute dei cittadini ci devono spingere ad abbandonare una parte del consumo di combustibili fossili. Non è una transizione che può avvenire improvvisamente, ma è un percorso necessario che richiede investimenti e lungimiranza, che pare mancare al governo del nostro paese. La rivoluzione tecnologica nelle fonti energetiche alternative impone di riscrivere accordi e regole tra paesi, in grado di superare quelle basate sui combustibili fossili. Attualizzare la lezione di Mattei significa immaginare oggi un grande Piano Energetico, tecnologicamente avanzato e rispettoso dell’ambiente, che coinvolga i paesi del mediterraneo che, su un piano di parità, sviluppino politiche che puntino a conseguire la sovranità energetica di ciascun paese. L’alternativa, è l’aumento dei conflitti e delle guerre imperialiste per il controllo delle materie prime, la perdita del controllo pubblico su un grande asset strategico e l’asservimento energetico dei popoli alle grandi corporation private internazionali.

3) Pace

La fine dell’equilibrio di potenza della Guerra Fredda ha portato anche alla recrudescenza delle aggressioni imperialistiche in vaste aree del mondo ed ha avuto nella regione medio orientale e mediterranea una sfortunata palestra della volontà di potenza dell’aggressione statunitense: prima guerra all’Iraq (1991), seconda guerra all’Iraq (2003), sostegno alla così detta “primavera araba” con l’aggressione imperialista alla Libia (2011) ed alla Siria, tutt’ora in corso, sono tasselli di un progetto neocoloniale per un “nuovo medio oriente”. Sotto la bandiera dell’“esportazione della democrazia” e della “civiltà occidentale”, si punta a cancellare tutte quelle conquiste (a partire dalla stessa autodeterminazione dei vari popoli) del processo di decolonizzazione e si è permessa la nascita e la diffusione del terrorismo dell’Isis, combattuto strenuamente dall’esercito siriano e dai suoi alleati, a partire dalla Russia e dall’Iran. Come già per la Jugoslavia, l’Iraq e la Libia, anche per la Siria le potenze imperialiste e le “monarchie del petrolio” operano per la caduta del presidente Assad e per la divisione del Paese sulla base di confini etnici o religiosi.

Ma la guerra è su tutti i fronti: da quello mediorientale al cuore dell’Europa (con l’aggressione della Repubblica Federale di Jugoslavia prima ed il colpo di stato in Ucraina poi), dall’Asia Centrale (con la guerra in Afghanistan) ai colpi di stato o i tentativi di “rivoluzione colorata” in America Latina, all’obiettivo strategico di contenere e bloccare lo sviluppo cinese.

Sui temi dell’imperialismo e dei pericoli di guerra, del terrorismo e delle sue cause, come comunisti siamo impegnati in un’instancabile campagna di contro-informazione e mobilitazione assieme alle altre forze antimperialiste e democratiche. Ribadiamo l’inviolabilità del principio di autodeterminazione dei popoli, del rispetto della sovranità ed integrità territoriale dei paesi e del principio di non ingerenza negli affari interni dei singoli paesi. Chiediamo che la politica estera italiana si basi su questi principi e sulla rigorosa applicazione dell’art. 11 della Costituzione e chiediamo l’uscita dalla Nato (ed un disimpegno immediato da tutte le sue missioni) e l’allontanamento di truppe, basi ed armi (anche nucleari) stranieri presenti sul nostro territorio.

Abbiamo scelto di tenere questo seminario in Sicilia, che è nel cuore del Mar Mediterraneo a breve distanza dalle coste del Nord Africa, terra di approdo dei tanti migranti che sfuggono dalle guerre che l’imperialismo europeo ha condotto, anche perché parlare di lotta alla guerra e ripresa della sovranità politica, in questa terra, ha una valenza particolare.

Da sempre la Sicilia è considerata una sorta di piattaforma logistica al servizio degli interessi geostrategici della Nato e degli Stati Uniti, rendendolo un territorio a sovranità limitata.

Da qui decollano i droni impiegati in azioni di combattimento in Nord Africa ed in Medio Oriente (aerei senza pilota con licenza di uccidere i cui ordini vengono impartiti dagli Usa), che vengono stoccati negli hangar dello scalo militare di Sigonella, in provincia di Catania. Qui ha sede la base della VI Flotta della Marina Usa, in stanza al porto di Augusta e le stazioni aeree di Birgi, usate dai velivoli Usaf con copertura Nato. Decine sono le stazioni radar e i depositi di munizioni collocati nei punti strategici dell’arcipelago siciliano, da Lampedusa alle Eolie, ed in tutte le province. E, soprattutto, in questa terra è stato collocato il Muos, sistema satellitare militare ad alta frequenza con le antenne radar puntate sui confini mediorientali e nordafricani, che servirà per tenere in costante collegamento i centri di comando e controllo delle Forze armate Usa, i centri logistici e gli oltre 18 mila terminali militari radio, i gruppi operativi in combattimento, i missili Cruise e i Global Hawk (Uav-velivoli senza pilota). Ma l’importanza della Sicilia non è solo nella guerra convenzionale, questa regione rappresenta un nodo strategico di straordinaria importanza nella guerra dell’informazione e dell’intelligence, perché tra Palermo e Catania è custodito un Internet exchange point che raccoglie il traffico dati dell’Internet di mezzo pianeta, dato che da qui passano i cavi sottomarini del traffico dati generato in Africa, Medio Oriente e Asia.

Come comunisti siamo impegnati a dare a questa regione un futuro migliore, e a raccogliere il testimone di Pio Latorre nella lotta contro la presenza statunitense nell’isola e per trasformare questa terra nell’hub della pace e dei popoli del Mediterraneo.

4) Migrazioni

La Sicilia è anche terra di sbarchi ed approdo dei migranti: dei 180.000 immigrati giunti in Italia nel 2016, il 70% è arrivato qui. Le ragioni delle dimensioni di questo fenomeno vanno ricercate nelle guerre e negli interventi scatenati da Stati Uniti, Nato e Ue in tutta la regione del Medio Oriente, del Mediterraneo orientale e del Nord Africa. I migranti sono le vittime di guerre e regimi reazionari ed hanno il diritto di cercare una vita più dignitosa in altri paesi. L’Italia è stretta da un flusso continuo che viene dal nord Africa e dal flusso di ritorno di coloro che vorrebbero raggiungere i paesi del nord Europa, ma vengono bloccati alle frontiere, rimanendo intrappolati in Italia contro la loro volontà. Le politiche degli stati dell’Unione Europea sono scandalose: da un lato sostengono e fomentano le guerre, causa dei processi migratori, e dall’altro applicano le politiche di respingimento e fomentano le campagne di razzismo ed odio.

L’accordo che la Germania ha chiuso con la Turchia e che ha imposto agli altri paesi europei ha di fatto chiuso il corridoio balcanico per la migrazione verso l’Europa centrale, con la conseguenza che l’80% dei migranti che transitano dal Mediterraneo arrivino in Italia. Contemporaneamente la decisione di Francia, Svizzera ed Austria di chiudere le frontiere con l’Italia impedisce il deflusso verso nord.

La doppia contraddizione paesi del nord –paesi del sud è evidente. Da un lato assistiamo quindi al ritorno della politica neocoloniale da parte del nord ricco (i paesi dell’Ue) contro i paesi del sud povero (Nord Africa, del Medio Oriente e dei Balcani) per disegnare nuovi equilibri politici ed impedire ai popoli di questi paesi di scegliere e decidere del proprio futuro. Dall’altro lato assistiamo allo scontro che vede i paesi del nord Europa cogliere i frutti di questa politica di rapina e scaricare sui paesi del sud il costo della gestione dei migranti, imponendo l’applicazione di leggi e regolamenti capestro. Per queste ragioni i comunisti sono per l’abolizione del Regolamento di Dublino, di Schengen, Frontex e tutti i meccanismi repressivi dell’Ue. Siamo contro nuove misure comunitarie basate sui meccanismi repressivi e chiediamo che il governo italiano revochi la concessione all’utilizzo delle proprie infrastrutture, basi, zone marittime e spazio aereo alle forze militari Nato ed Usa presenti nel Mediterraneo.

Riteniamo che si debba rispettare la Convenzione di Ginevra e del diritto internazionale in materia di rifugiati, condannando le misure repressive di polizia contro i rifugiati alle frontiere, abolendo il tetto alle domande di asilo e permettendo che questi raggiungano l’effettivo paese di identificazione, oggi impossibile in virtù dell’accordo di Dublino. Il rispetto dei diritti che derivano dallo status di rifugiato va rispettato e l’accoglienza deve essere gestita in strutture degne e pubbliche, evitando che diventi un lucroso business privato. A tale fine, e per ridurre al minimo i problemi di integrazione con la popolazione autoctona, possono essere utilizzate le caserme militari inattive.

Da ultimo, ma non certo per importanza, «i comunisti hanno il dovere di affrontare di petto i problemi posti dal ruolo che viene spesso ad assumere la popolazione immigrata come manodopera di riserva per le economie occidentali, assillate da una forte crisi competitiva e dunque alla ricerca di un abbassamento del costo del lavoro e di una forza-lavoro con potere contrattuale praticamente nullo. Come comunisti siamo chiamati al difficile compito di ricomporre gli interessi di classe oggi strumentalmente divisi su due fronti contrapposti, quello del proletariato “indigeno” e quello degli immigrati, contrastando la cosiddetta “guerra tra poveri” e superando le insufficienze di impostazioni esclusivamente improntate ad una concezione di tipo solidaristico-assistenziale, propria ad esempio del mondo cattolico. La sfida è quella di trasformare gli effetti nefasti della globalizzazione liberista nell’occasione di un rilancio della solidarietà di classe e di un nuovo internazionalismo, in vista di una società socialista».

5) Soluzione della questione palestinese

Da decenni il conflitto israelo-palestinese occupa un posto centrale in tutte le analisi relative al Medio Oriente ed al Mediterraneo. Non per caso. Lungo tutti questi decenni, la mancata soluzione del conflitto e l’impossibilità per i palestinesi di avere un proprio stato, anima un sentimento di frustrazione e ribellione in tutti i popoli della regione, accresciuto dal fatto che la popolazione palestinese vede ampliare, giorno per giorno, l’occupazione illegale delle proprie terre. Nonostante il seggio di osservatore permanente all’Onu (novembre 2012) ed il riconoscimento da parte della maggioranza delle nazioni del mondo, lo Stato di Palestina è tuttora privo di un’organizzazione statuale, col territorio occupato da Israele su gran parte della Cisgiordania e con la Striscia di Gaza sotto blocco navale, terrestre e aereo. Uno stato senza un esercito regolare, col territorio in larga parte illegalmente occupato e la popolazione che deve far fronte ad una quotidianità fatta da checkpoint, muro della separazione, demolizione delle case e violazione continua dei diritti fondamentali ad opera delle forze armate israeliane.

Sono decine le risoluzioni Onu violate da Israele: dal tema del diritto al ritorno (1947) fino alla condanna delle colonie ebraiche della Cisgiordania e di Gerusalemme Est (2016). Anche l’Unesco ha approvato una risoluzione di condanna (2017) sulla politica israeliana a Gerusalemme est, a cui l’Italia ha vergognosamente votato contro.

Ciò mostra molto chiaramente come sia cambiata la politica estera del nostro paese nel corso degli anni e di come questa si sia spostata unilateralmente dalla parte di Israele. E questo, nonostante lo stato ebraico violi sistematicamente il diritto internazionale e punti a rendere irrealistica la prospettiva dei due stati, obbiettivo storico dell’Autorità Nazionale Palestinese, che chiede la costituzione dello stato di Palestina dentro i confini del 1967.

La continuità territoriale palestinese viene resa impossibile non solo tra la Striscia e la West Bank, ma anche all’interno della stessa Cisgiordania, ormai trasformatasi in tanti “bantustan” circondati da 800 km di muro di separazione, oltre 600 posti di blocco israeliani e colonie sioniste in continua espansione (più di 370 mila coloni che si aggiungono ai 200 mila di Gerusalemme Est) che ormai sono arrivati a cingere Ramallah, capitale amministrativa dell’Anp. La logica, alla base di tutto questo, è quella di annettere allo Stato di Israele, nel silenzio e nell’indifferenza dei paesi occidentali, quanto più terreno possibile, con quanti meno palestinesi possibile. Ciò per mantenere intangibile il carattere ebraico dello Stato. A ciò si aggiunge il tema dei rifugiati, a cui la risoluzione 194 dell’Assemblea Generale dell’Onu (1948) garantiva loro il diritto al ritorno. Tutto questo rende evidente come il ciclo politico aperto con gli accordi di Oslo sia completamente chiuso e sono in tanti, soprattutto nel mondo accademico e tra gli attivisti, a cominciare a ritenere che solo uno Stato unitario (democratico e laico, per ebrei e palestinesi) può offrire una soluzione equa e duratura al conflitto.

La lotta del popolo palestinese sta attraversando una fase estremamente difficile e delicata: il mondo arabo è diviso e insanguinato da guerre interne, di logoramento e da aggressioni imperialiste, che lo allontanano dall’obbiettivo centrale della soluzione della questione palestinese.

I comunisti sono al fianco del popolo palestinese nella sua lotta di liberazione nazionale e di difesa dei propri diritti. Chiediamo che il governo italiano abbandoni questa linea di unilatere appoggio ad Israele e torni nuovamente a dialogare coi popoli del mondo arabo ed a sostenere le ragioni della causa palestinese. Appoggiamo la campagna del BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) e chiediamo il blocco di tutte le commesse di armi italiane nei confronti di Israele, lo stop degli accordi commerciali con le aziende israeliane che operano nei Territori e della cooperazione tecnologica e militare con le università italiane. Il governo italiano non può restare muto di fronte all’arbitraria detenzione di migliaia di palestinesi (sono circa 6500 persone, di cui 300 bambini e diversi membri del consiglio legislativo palestinese) e deve chiedere la liberazione di Marwan Barghouti, leader della prima e della seconda intifada. Oltre a questo chiediamo che venga fatta pressione a livello internazionale affinché sia permesso alla popolazione della Striscia di Gaza di muoversi liberamente e rendere possibile che le merci (inclusi gli aiuti internazionali) giungano alla popolazione assediata.

La lotta del popolo palestinese è la lotta di tutti i popoli del mediterraneo e solo una soluzione giusta ed equa della loro causa può porre le basi per una pace duratura e la fine delle tante divisioni nel mondo arabo.

Vent’anni dopo l’avvio del Partenariato euro-mediterraneo, conosciuto come Processo di Barcellona (1995), il Mediterraneo è lontano dall’essere un’area di pace, stabilità e prosperità condivisa. Proprio le politiche dell’Unione Europea e della Nato hanno aumentato i fattori di crisi e le aggressioni imperialiste e le avventure militari stanno ancora oggi cercando di mettere in discussione la stessa legittimità degli stati nati dal processo di decolonizzazione. Come abbiamo detto, l’Italia ha modificato la sua storica politica nella regione, improntata alla “diplomazia dell’amicizia” (nata con la costituzione della Repubblica e perfezionata progressivamente nel corso degli anni), partecipando alle guerre di aggressione e rapina anche contro i propri stessi interessi (come in Iraq e Libia) e modificando sostanzialmente la propria posizione in merito al conflitto israelo-palestinese. Prova di questa metamorfosi è la redazione del Libro Bianco della Difesa (luglio 2015) che individua l’area euro-mediterranea come “ambito di azione prioritario degli interventi nazionali” (punto 50), spingendo affinché la Difesa sia “pronta ad assumersi dirette responsabilità in risposta a situazioni di crisi ed essere preparata ad interventi di pacificazione e stabilizzazione” (punto 71) anche assumendo, in taluni casi, “l’onere di guidare, in qualità di nazione leader, tali operazioni”.

Al contrario, riteniamo che la diplomazia italiana debba sviluppare con maggior decisione le potenzialità di una cooperazione politica ed economica nello scacchiere mediterraneo, abbandonando i dettami euro-atlantici e ponendo a base di una vera politica di pace e di stabilità nell’Oriente mediterraneo il costante impegno a sostegno del dialogo e della cooperazione. Il nostro paese deve ridare spazio alla diplomazia bilaterale mettendo a frutto le sue peculiarità geografiche, storiche ed economiche.

In questo cambio di paradigma siamo convinti risieda la chiave non solo di una corretta politica di cooperazione e buon vicinato con i paesi ed i popoli del Mediterraneo e del Medio Oriente, ma anche la risposta alla profonda crisi politica ed economica del nostro paese che, siamo convinti, non possa essere risolta senza affrontare il nodo di una nuova e diversa politica estera che faccia dell’apertura ai Brics e della cooperazione euro-mediterranea il suo tratto distintivo.

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