Commemorazione di Che Guevara

da Pietro Secchia, La Resistenza accusa, 1945-1973, Mazzotta Editore

Discorso tenuto da Pietro Secchia a Milano il 12 ottobre 1968, in occasione della manifestazione indetta dall’ANPI con la partecipazione di tutti i movimenti giovanili del PCI, del PSI, del PSIUP, degli universitari, in commemorazione di Ernesto Che Guevara.

Compagni ed amici, giovani ed anziani, porto a voi tutti il saluto fraterno e caloroso dell’ANPI, l’associazione che unisce gli ex partigiani delle diverse correnti antifasciste democratiche; parlando a nome di un’associazione unitaria, io vi esprimo il pensiero che corrisponde all’orientamento unitario dell’ANPI.

Vi ringrazio, giovani compagni ed amici, per la vostra calorosa manifestazione, per l’entusiasmo che vi anima e che ha fatto rivivere in me i tempi della mia gioventù quando anche noi eravamo esuberanti e talvolta intemperanti, ma soprattutto decisi nella lotta che conducevamo contro il fascismo.

Or fa un anno, cadeva vigliaccamente assassinato uno dei più fulgidi eroi dell’epoca nostra. Un vero uomo. Mancano a noi le parole per dire degnamente di lui. Ogni volta che mi sono trovato a dover scrivere o parlare di uomini come Che Guevara ho sempre sentito il pudore, quasi l’immodestia di doverlo fare.

Il compagno Che Guevara dedicò l’intera sua vita alla causa della libertà e dell’indipendenza dei popoli. Seppe abbandonare la direzione di un governo, di ministeri, di uno Stato, seppe rinuciare a tutto, alle ambizioni, agli onori, ad ogni vanità legata a qualsiasi forma di potere, per riprendere l’azione, la lotta armata, dando un sublime esempio di coraggio e di purezza morale, virtù divenute così rare ai tempi nostri.

«Ogni nostra azione», egli ha lasciato scritto, «è un grido di guerra contro l’imperialismo, è un appello vibrante all’unità dei popoli contro il grande nemico del genere umano: gli Stati Uniti d’America. In qualunque luogo ci sorprenda la morte, sia la benvenuta purché il nostro grido di guerra giunga ad un orecchio ricettivo e purché un’altra mano si tenda per impugnare le nostre armi». Sembrano parole di morte, amici e compagni, eppure sono parole di vita. Esse ci dicono che certi uomini, gli uomini veri, gli uomini eccezionali valgono immensamente da vivi, ma il loro valore si accresce ancora di più perché sono morti a quel modo.

Ha scritto un grande poeta della Resistenza: «Un’idea che s’è attestata con la morte di chi l’ha professata acquista attraverso questo sacrificio una forza di persuasione e di verità che prima non aveva, una forza di vita che il pensiero di chi si è sacrificato si trasformi misteriosamente e si centuplichi in essa».

Così è stato, così è per Che Guevara che è diventato l’idolo, il simbolo della gioventù e di tutti i combattenti per la libertà. Mai come nella vita leggendaria e nella morte eroica, sublime perché prevista, coscientemente sentita, di Che Guevara, è stata provata l’affermazione che «la verità delle idee si dimostra soltanto col sacrificio della vita, unica testimonianza valida che serve a distinguere la fede dei martiri dalla ciurmeria dei ciarlatani».

«In qualunque luogo ci sorprenda la morte sia la benvenuta purché altri continuino la nostra lotta». Sono le stesse, analoghe parole che pronunciarono i nostri partigiani, i nostri gappisti negli anni in cui attaccavano in queste strade di Milano i tedeschi, i nazifascisti, un nemico enormemente superiore per numero e per mezzi.

Era forse un illuso, un sognatore il compagno Che Guevara? No, non era un illuso, non era un sognatore come non lo erano i nostri partigiani ed i nostri gappisti quando attaccavano con un mitra e talvolta anche soltanto con una pistola o con una bottiglia molotov uno o più carri armati tedeschi. Sembrò a qualcuno una pazzia la loro, ma pazzi non erano i nostri partigiani, i nostri gappisti.

Così il compagno Che Guevara non era un illuso, un sognatore, ma un vero uomo, un uomo intero: pensiero e azione, una coscienza morale adamantina le cui parole corrispondevano ai fatti.

Si dice giustamente che gli uomini, come i partiti, si giudicano non dalle parole, ma dai fatti, non dalla faccia, dal volto, ma da ciò che vi sta dentro. Ebbene, il compagno Che Guevara era uno di quegli uomini che si potevano giudicare dal volto e dalle parole perché il suo volto esprimeva la verità ed alle parole fece sempre seguire i fatti.

No, non era un illuso, ma un vero rivoluzionario e non soltanto uno straordinario uomo d’azione, ma un uomo politico Più di uno ha detto: «Sì, era un grande, un meraviglioso combattente, ma non un politico». Non condivido questa opinione, poiché Che Guevara fu anche uomo politico di eccezione, dotato di una grande intelligenza, un politico lungimirante che seppe persino prevedere che la sua tragica morte non avrebbe segnato la fine, ma un nuovo punto di partenza, una più forte spinta allo svilupparsi, sulla base di una nuova esperienza e di una più maturata coscienza, dei movimenti rivoluzionari per l’indipendenza dei popoli e in America Latina ed in altri paesi del mondo.

Certo che se per un uomo politico qualcuno intende i maestri e i cuochi della bassa cucina parlamentare, Che Guevara non era uno di quei trafficanti che s’incontrano, specie in Parlamento, pronti a tutti i baratti, a tutti i compromessi, a tutte le transazioni, a tutti i trasformismi.

Egli era uno di quegli uomini, che spezzando certi vecchi schemi ed interpretazioni meccaniche, dogmaticghe, valorizzò al massimo l’elemento dell’azione portando un soffio nuovo, vitale, là dove il burocratismo e il dogmatismo avevano generato l’inerzia.

Senza dubbio alcuni interrogativi critici s’impongono, direi che fu egli stesso, il compagno Che Guevara, a portli con la sua vita e con la sua morte eroica. Egli aveva posto come principio basilare della guerriglia nell’America Latina il collegamento permanente tra avanguardia e masse popolari, tra lotta armata e lotta politica. Orbene, questo collegamento tra le due forme di lotta, quella politica e quella militare, che egli stesso aveva indicato come necessario, è venuto a mancare nelle sue ultime battaglie, e annche questo è un insegnamento, un problema che egli ci ha lasciato da esplorare, da approfondire, insieme alla ricca esperienza positiva.

Egli è stato uno di quegli uomini che per la coerenza morale, l’audacia nell’azione, la piena dedizione, per la forma delle loro idee, della loro fede e dell’esempio, suscitano nei popoli quelle correnti rinnovatrici che sole creano la storia e spingono il mondo al progresso, alla libertà, al socialismo.

Fa un anno da quando il compagno Che Guevara è caduto ed è stato un anno di lotte dei popoli oppressi, non soltanto in America Latina, ma possiamo ben dire in tutti i continenti, è stato un anno di lotte soprattutto della gioventù studiosa che vuole e deve collegarsi con la gioventù delle officine e delle campagne.

Il tempo non ci permette di ricordare queste lotte, mi limiterò ad accennare all’ultima.

In queste stesse ore, mentre noi siamo qui riuniti, si sono aperte a Città del Messico le Olompiadi che sono una tradizionale festa della gioventù sportiva di tutto il mondo. Ma quest’anno le Olompiadi sono state funestate da uno dei più barbari e tragici massacri che ha avuto come vittime proprio dei giovani. C’è qualcosa di molto rivoltante in questo vergognoso cinismo del governo messicano che ha voluto organizzare contemporaneamente una festa internazionale ed un massacro nazionale della gioventù. E c’è qualcosa di molto rivoltante anche nella insensibilità dimostrata dai governanti, da uomini politici e da dirigenti delle organizzazioni sportive internazionali, nell’indifferenza dimostrata per i morti, per le loro famiglie e per tutti i vivi che, in tanti paesi del mondo, si battono per la grande causa della libertà, contro l’imperialismo e per l’emancipazione sociale.

I giovani che lottano per il loro avvenire nelle scuole, nelle officine, nelle campagne e tutti gli uomini che hanno conservato il senso della vita e dell’umanità non possono che considerare come un atroce insulto il fatto che i giochi olimpici si svolgano proprio là dove la violenza e la strage dei difensori della società dell’oppressione e dell’ingiustizia, hanno fatto scorrere il sangue di tanti uomini semplici e stroncato col piombo tante giovani vite.

È un ben macabro spettacolo quello di queste Olimpiadi che dovrebbero essere una grande festa di gioia e si svolgono invece in una cornice di sangue e di violenza. Dovrebbero essere le Olimpiadi una grande festa della gioventù, poiché lo sport è una manifestazione essenziale della vita delle masse. Esso è festa, forza, salute ed una promessa rivoluzionaria. Tutto ciò che è manifestazione di salute, di forza delle masse lavoratrici oggi sfruttate e oppresse, ma sicure trionfatrici di domani è altamente rivoluzionario.

Anche le Olimpiadi dei tempi nostri, dei tempi in cui la guerra fa ancora strage del popolo vietnamita, dei tempi in cui la guerra si fa sempre più minacciosa anche in altri settori, le Olimpiadi sono la prova concreta che giovani e anziani, uomini e donne di tutto il mondo, di razza, di lingua, di costumi diversi possono incontrarsi ed intendersi per pacifiche competizioni. Le Olimpiadi sono una manifestazione di gioia e di pace e, in certo senso, una manifestazione contro la guerra. Ma proprio per questo le Olimpiadi non avrebbero dovuto svolgersi là dove è stata scatenata la violenza e si è sparato come in guerra contro la gioventù. Una giornalista italiana, Oriana Fallaci, rimasta ferita nella sparatoria ed alla quale inviamo i nostri migliori auguri, ha affermato: «Sembrava la strage di Sant’Anna in Versilia quando, nel 1944, sono entrate le SS in chiesa ed hanno ammazzato tutti quelli che vi hanno trovato». Queste parole ricordano a tutti gli uomini della Resistenza gli anni della barbarie nazista scatenata, gli anni in cui parve che certi uomini ed un intero popolo, un tempo civile, forssero ripiombati nelle più oscure notti nibelungiche. C’era in quella bestialità trionfante delle SS qualche cosa che sembrava non appartenere più alla società umana.

Ma nel fascismo di allora come nei bombardamenti sterminatori dell’imperialismo USA nel Vietnam e nei mitragliamenti dei granaderos del Messico vi è la rinnovata dimostrazione di che cosa può accadere nel mondo quando l’imperialismo e la reazione si scatenano per mantenere i popoli in servitù. Gli universitari, gli studenti mitragliati dalla polizia sono una grande forza che lotta nel Messico contro i pericoli della dittatura golpista e contro i grandi monopoli americani che saccheggiano il loro paese.

I giovani studenti del Messico non lottano soltanto per l’autonomia universitaria, ma per la libertà dei prigionieri politici, contro i sindacati corrotti, contro la stampa prezzolata, contro l’autoritarismo e per una società nuova. I giovani studenti universitari messicani sono scesi in lotta unendosi al grande movimento di contestazione e di rinnovamento già esploso in altri paesi dell’America e dell’Europa, in Italia, in Francia, in Germania, ed in altri paesi ove è sempre più evidente la contraddizione di fondo tra la spinta all’istruzione, ad una reale cultura e la discriminazione classista che è il marchio caratteristico della società capitalistica.

La realtà delle classi dominanti è ovunque la stessa. È la scelta della coercizione non soltanto ideologica, ma della repressione violenta quando il movimento studentesco ed operaio guardano oltre la scuola e oltre l’officina e investono le arcaiche strutture classiste che impediscono il progresso della società moderna.

Il movimento giovanile che ci sta di fronte e che è esploso con grande forza in questi ultimi anni è il più grande movimento rivoluzionario che si sia registrato negli ultimi trent’anni, direi dalla Resistenza in poi.

Anche la Resistenza in Italia ed in Europa è stata un grande movimento di giovani, ma con caratteristiche diverse. La Resistenza, anche se furono i giovani ad apportarvi il più grande numero di combattenti, non si caratterizzava come un movimento giovanile. Oggi, al fondo del grande movimento della gioventù universitaria, studentesca ed operaia d’Europa e degli altri continenti, sta la lotta per un nuovo potere, sta la lotta per il rinnovamento della società, sta la lotta per l’avvenire non solo dei giovani, ma della stessa società umana, sta la lotta per la pace e contro l’imperialismo.

La libertà, come la pace, è indivisibile. Siamo e ci battiamo per la libertà e l’indipendenza reali effettive, in casa nostra e pertanto siamo coerentemente per il diritto alla effettiva libertà ed indipendenza di ogni popolo.

Ecco perché la nostra manifestazione di questa sera non ha voluto ricordare soltanto un grande partigiano caduto e con lui gli altri caduti per la pace e la libertà da Martin Luther King a Mulele, alle decine e decine di giovani bruciati nel fiore della vita dal fuoco delle mitraglie, ma la nostra ha voluto essere una manfiestazione di solidarietà internazionale verso tutti i giovani e gli anziani, verso tutti i popoli che lottano contro l’imperialismo e per il loro avvenire. La nostra manifestazione vuol essere soprattutto un impegno a portare avanti nel nostro paese la lotta contro l’imperialismo che ha qui, in casa nostra, le sue basi militari, contro la NATO, contro l’imperialismo che estende sempre più i suoi tentacoli sull’economia, sulle industrie del nostro paese per soggiogarlo e dominarlo. Dobbiamo portare avanti la lotta per il profondo rinnovamento della società italiana.

Si tratta di una lotta che esige la più larga unità di tutte le forze della Resistenza di ieri e di oggi, dei giovani e degli anziani, del mondo della culura e del lavoro, delle forze laiche e cattoliche. Ma la base dell’unità dev’essere l’azione. Poiché l’unità senza azione non servirebbe, tutto si ridurrebbe a chiacchiere ed a perditempo. Anche a questo proposito il compagno Che Guevara ci ha lasciato un grande insegnamento: «È l’ora di moderare», egli ha detto, «le nostre divergenze per lottare uniti contro il nemico comune; che grandi controversie agitino il mondo che combatte per la libertà, lo sappiamo molto bene e non possiamo nasconderlo. Che queste divergenze abbiano raggiunto un carattere ed una asprezza tali che il dialogo e la conciliazione sembrano estremamente difficili, lo sappiamo anche questo. Ma il nemico è là, colpisce tutti i giorni e ci minaccia con nuovi colpi e questi colpi ci uniranno oggi, domani, dopodomani. Coloro che per primi capiranno questa esigenza e si prepareranno a questa unione necessaria avranno il riconoscimento dei popoli».

Ascoltiamo il consiglio, amiamoci, compagni e amici, giovani e anziani, contro il nemico comune che in Grecia, in Portogallo e altrove si chiama fascismo, che nella Germania di Bonn si chiama nazismo e militarismo revanscista, che nel Vietnam, nell’America Latina e ovunque opera con la violenza e il terrorismo americano, tentando di tenere ancora in soggezione i popoli, si chiama imperialismo.

In nome dei nostri morti e per l’avvenire delle nuove generazioni, uniamoci, alziamoci in piedi ed andiamo avanti, con la stessa bandiera di sempre, la bandiera della Resistenza. Evviva la Resistenza europea ed internazionale!