Come Lenin studiava Marx

Nadezda Krupskaia

Lenin conosceva a fondo gli scritti di Marx e di Engels. Nel 1893, quando venne a Pietroburgo, ci sorprese tutti per l’estensione delle sue conoscenze in merito.

I primi circoli marxisti, che si formavano allora, attendevano principalmente allo studio del primo volume del Capitale che era possibile procurarsi sia pure con molte difficoltà. Ma per le altre opere di Marx le cose andavano male. La maggioranza degli affiliati ai circoli non avevamo letto nemmeno il Manifesto. Io, ad esempio, lo lessi solo nel 1898, e in tedesco, quando ero già deportata.

Marx ed Engels erano proibiti nel modo più rigoroso. Basti ricordare che Lenin, nel suo scritto Per la definizione del romanticismo economico, scritto nel 1897 per la rivista Novoie Slovo, non poté far uso delle parole «Marx» e «marxismo». Per evitare noie alla rivista doveva farsi capire tra le righe.

Lenin conosceva il tedesco e il francese e faceva il possibile per procurarsi gli scritti di Marx e di Engels in queste lingue. Sua sorella Anna racconta come egli leggeva, assieme all’altra sorella Olga, la Miseria della Filosofia in francese. Traduceva in russo, per conto suo, i passi che lo interessavano di più.

Nadezda Krupskaia

Il saggio di Lenin Che cosa sono gli amici del popolo, pubblicato nel 1894, contiene accenni al Manifesto dei comunisti, alla Miseria della Filosofia, alla Ideologia tedesca, alla lettera di Marx a Ruge del 1843, all’Anti-Dühring di Engels e all’Origine della famiglia, della proprietà e dello Stato.

Nel successivo lavoro di Lenin, Il contenuto economico del populismo e la sua critica nel libro di Pietro Struve, troviamo già accenni al 18 Brumaio, alla Guerra civile in Francia, alla Critica del programma di Gotha, come pure al 2° e al 3° volume del Capitale.

La vita nell’emigrazione offrì poi a Lenin la possibilità di conoscere tutte le opere di Marx e di Engels di studiarle a fondo.

La biografia di Marx, scritta da Lenin nel 1914 per la Enciclopedia Granat, è la dimostrazione migliore di una profonda conoscenza delle opere di Marx.

Altre prove sono gli innumerevoli estratti che Lenin faceva leggendo Marx. L’Istituto Lenin è in possesso di molti quaderni di Lenin con estratti di Marx.

Nel suo lavoro, Lenin utilizzava questi estratti, li rileggeva di continuo, li commentava con note in margine. E Lenin non conosceva soltanto Marx, ma ne aveva profondamente meditato l’insegnamento. Nel 1920, al III Congresso della Gioventù comunista Sovietica, egli esortava i giovani a rivedere dal punto di vista comunista le loro conoscenze in tutti i campi dell’umano sapere, in modo che il comunismo non sia per noi, una cosa da imparare a memoria, ma sia profondamente meditato da noi stessi, una conclusione inevitabile dal punto di vista della cultura moderna.

Un comunista – scrive Lenin – che pensasse di impadronirsi del comunismo basandosi su conclusioni bell’e pronte ottenute senza svolgere un grande, serio e difficile lavoro preparatorio, senza analizzare i fatti che è necessario considerare criticamente, sarebbe un ben povero comunista1.

Lenin non studiava soltanto gli scritti di Marx, ma anche ciò che di Marx e della sua dottrina scrivevano gli avversari borghesi e piccoli borghesi e polemizzava con essi.

«Dall’urto delle opinioni sgorga la verità», ripeteva volentieri. Nelle questioni fondamentali del movimento operaio egli si atteneva sempre alla esposizione e alla contrapposizione dei diversi punti di vista di classe.

Un esempio di questo modo di procedere ci è offerto dal XIX dei suoi quaderni di appunti che contiene estratti, riassunti, ecc. concernenti la questione agraria prima del 1917.

Il quaderno contiene, in estratti accurati, le espressioni più caratteristiche e rilevanti delle opinioni dei «critici», e, contrapposte ad esse le formulazioni di Marx. Attraverso un’analisi accurata delle opinioni dei «critici» Lenin ne mette a nudo il contenuto di classe, e formula i problemi maggiori e fondamentali in modo plastico.

Nella prefazione alla traduzione russa del carteggio con Sorge, Lenin scriveva a proposito di alcuni consigli di Marx al movimento operaio anglo-americano:

Credere che questi consigli di Marx ed Engels al movimento operaio anglo-americano possano senz’altro essere applicati alla situazione russa significa servirsi del marxismo non per spiegarne il metodo, non per studiare le particolarità concrete storiche del movimento operaio nei singoli paesi, ma per una meschina lite intellettualistica di frazione2.

Ecco dunque come Lenin lavorava e pensava che si debba lavorare su Marx: bisogna comprendere qual’è il metodo di Marx, imparare da lui a indagare quali sono le condizioni del movimento operaio nei singoli paesi. Lenin faceva questo. L’insegnamento di Marx era per lui una guida nell’azione. Diceva: «Chi vuole prendere consiglio da Marx…». Sempre, egli «prendeva consiglio da Marx». Nei momenti più difficili, nei momenti di svolta della rivoluzione ricorreva sempre nuovamente a Marx. Spesso, mentre tutto era in grande fermento, lo si trovava nella sua camera di lavoro, chino su Marx. Solo a fatica se ne staccava. Ricorreva a Marx non per calmare i nervi, non per attingervi nuova fede nelle forze, nella vittoria della classe operaia – non era certo questa fede che gli mancava -, ma per «prendere consiglio» da Marx, per trovare in Marx una risposta alle questioni attuali del movimento operaio.

Nel suo scritto Franz Mehring e la seconda Duma, Lenin scrive:

L’argomentazione di questa gente si fonda su una cattiva scelta di citazioni: essi prendono delle tesi generali circa l’appoggio da darsi alla grande borghesia contro la piccola borghesia reazionaria e le applicano senza critica ai cadetti russi, alla rivoluzione russa, Mehring impartisce a questa gente una buona lezione. Chi vuol consultarsi con Marx sui compiti del proletariato nella rivoluzione borghese, deve prendere in considerazione precisamente le parole di Marx che si riferiscono al periodo della rivoluzione borghese tedesca3.

L’analisi accurata degli scritti di Marx in cui si studiano situazioni analoghe a quella in cui si opera, l’esame delle somiglianze e delle diversità: questo era il metodo di Lenin. L’applicazione di questo metodo alle rivoluzioni del 1905 e del 1917 mostra nel modo migliore come Lenin se ne servisse.

La lotta rivoluzionaria del 1905 diede nuova importanza alla funzione internazionale del proletariato russo. L’abbattimento della monarchia zarista nel 1917 avrebbe poi fatto del proletariato russo l’avanguardia del proletariato rivoluzionario internazionale.

Nel 1905, dopo il sanguinoso massacro del 9 gennaio davanti al Palazzo d’inverno, l’ondata rivoluzionaria comincia a salire e il partito si trova bruscamente davanti al problema dell’obbiettivo verso il quale condurre le masse, della tattica da seguire. Lenin si rivolge allora per consiglio a Marx. Egli studia con particolare attenzione gli scritti di Marx sulle rivoluzioni democratiche-borghesi francese e tedesca del 1848: Le lotte di classe in Francia e il 3° volume delle Opere di Marx e di Engels (pubblicate da Mehring) sulla rivoluzione tedesca.

Nel giugno-luglio del 1905 Lenin scrive l’opuscolo Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica, dove contrappone alla tattica dei menscevichi, che si orientano verso il compromesso con la borghesia liberale, la tattica dei bolscevichi, che chiamano la classe operaia alla lotta decisa, intransigente contro l’assolutismo fino alla rivolta armata. Nell’opuscolo Due tattiche Lenin scrive:

La conferenza [dei neo-iskristi menscevichi] ha egualmente dimenticato che da una «decisione» di rappresentanti, chiunque essi siano, all’applicazione di questa decisione il cammino è lungo. La conferenza ha egualmente dimenticato che fino a quando il potere rimane nelle mani dello zar tutte le decisioni di rappresentanti, chiunque essi siano, resteranno chiacchiere misere e vuote, quali furono le «decisioni» del Parlamento di Francoforte, ben noto nella storia della rivoluzione tedesca del 1848… Marx nella sua Nuova Gazzetta Renana sferzava con acerbi sarcasmi… i liberali di Francoforte, appunto perché pronunciavano delle belle parole, adottavano ogni sorta di «risoluzioni» democratiche, «istituivano» ogni sorta di libertà, ma di fatto lasciavano il potere nelle mani del re, non organizzavano la lotta armata contro le forze militari di cui quest’ultimo disponeva. E mentre gli osvobodients4 di Francoforte chiacchieravano, il re attendeva il momento propizio, consolidava le sue forze militari; e la controrivoluzione, appoggiata su una forza reale, sconfisse definitivamente i democratici con tutte le loro belle «decisioni»5.

I menscevichi dicevano che la loro tattica consisteva nel «rimanere il partito dell’estrema opposizione rivoluzionaria», il che non escludeva parziali ed episodiche prese di potere né la formazione di comuni rivoluzionarie in questa o quella città. Lenin si chiede che cosa significano le parole «comuni rivoluzionarie» e risponde:

La loro concezione rivoluzionaria confusa li porta, come spesso, accade, alla fraseologia rivoluzionaria. Si, l’uso del termine «comune rivoluzionaria» in una risoluzione di rappresentanti della socialdemocrazia è una frase rivoluzionaria e nulla più. Marx ha più di una volta criticato frasi di tal genere, in cui i termini «seducenti» appartenenti ad un passato che non si ripeterà mascherano i compiti dell’avvenire. Il fascino di un termine che ha avuto la sua funzione storica diventa in simili casi, un orpello vuoto e nocivo, un gingillo. Dobbiamo far comprendere, in modo chiaro e non ambiguo, agli operai e a tutto il popolo perchévogliamo instaurare un governo rivoluzionario provvisorio, quali sono precisamente le trasformazioni che realizzeremo sin dal domani se l’insurrezione popolare già iniziata sarà vittoriosa, se eserciteremo sul potere un’influenza decisiva. Ecco le questioni che si pongono ai dirigenti politici6.

Questi volgarizzatori del marxismo non hanno mai meditato sulle parole di Marx circa la necessità di sostituire all’arma della critica la critica delle armi. Invocando invano il nome di Marx, in realtà essi redigono delle risoluzioni tattiche assolutamente nello spirito dei chiacchieroni borghesi di Francoforte, i quali criticavano liberamente l’assolutismo, approfondivano la coscienza democratica, senza capire che il tempo della rivoluzione è quello dell’azione, dell’azione che si svolge e dall’alto e dal basso7.

Analizzando le espressioni di Marx nella Nuova Gazzetta Renana Lenin pone in chiaro quale è la natura della dittatura democratica del proletariato e dei contadini. Mentre studia l’analogia egli pone però anche il problema delle differenze che corrono tra la nostra rivoluzione democratica borghese e la rivoluzione democratica borghese tedesca del 1848. E scrive:

Così, soltanto nell’aprile 1849, quasi un anno dopo l’inizio della pubblicazione del giornale rivoluzionario (la Nuova Gazzetta Renana cominciò le sue pubblicazioni il 10 giugno 1848) Marx ed Engels si pronunziarono per una organizzazione operaia distinta. Sino a quel momento si erano limitati a dirigere un «organo della democrazia», che non aveva nessun legame organizzativo con il partito operaio indipendente. Questo fatto, mostruoso e inconcepibile secondo il nostro attuale modo di vedere, ci dimostra all’evidenza la grandissima differenza esistente tra il partito tedesco di quell’epoca e il Partito operaio socialdemocratico di Russia dei nostri giorni. Questo fatto ci dimostra come i tratti proletari del movimento, la corrente proletaria, si fecero sentire molto più debolmente nella rivoluzione democratica tedesca causa l’arretratezza della Germania nel 1848 tanto dal punto di vista economico quanto da quello politico (lo spezzettamento dello Stato)8 (8).

Sono da ricordare alcuni scritti di Lenin, pubblicati nel 1907, sul carteggio e sulla attività di Carlo Marx: la Prefazione alla traduzione russa delle lettere di Carlo Marx a L. Kugelmann, l’articolo Franz Mehring e la seconda Duma e la Prefazione al carteggio con A. Sorge. Particolarmente interessante è l’ultimo scritto, che risale a un periodo di tempo in cui Lenin, impegnato in una polemica con Bodganov, riprendeva in esame le questioni della filosofia e della dialettica marxista.

Lenin imparò da Marx come il metodo del materialismo dialettico dev’essere applicato allo studio della evoluzione storica.

Nella Prefazione al carteggio con A. Sorge, egli scrive:

Il confronto tra ciò che Marx ed Engels dicevano sui problemi del movimento operaio anglo-americano e su quelli del movimento operaio tedesco è straordinariamente istruttivo. Se si tiene presente che la Germania da una parte, l’Inghilterra e l’America dall’altra rappresentano fasi diverse dello sviluppo capitalistico, forme diverse del dominio della borghesia come classe in tutta la vita politica di questi paesi, il confronto sopra indicato assume una importanza particolarmente grande. Dal punto di vista scientifico abbiamo qui un modello di dialettica materialistica, della capacità di mettere in primo piano e di dare rilievo ai vari punti, ai diversi aspetti di una questione riferita alle particolarità concrete dell’una o dell’altra situazione, politica ed economica. Dal punto di vista della politica pratica e della tattica del partito operaio abbiamo qui un esempio del modo come i creatori del Manifesto comunista determinavano i compiti del proletariato in lotta a seconda delle diverse tappe del movimento operaio nazionale dei diversi paesi9.

La rivoluzione del 1905 mise all’ordine del giorno tutta una serie di nuove questioni, per risolvere le quali Lenin meditò ancora più, profondamente le opere di Marx. In questo modo venne creato nel fuoco della rivoluzione il metodo leninista di studio delle opere di Marx, metodo che è profondamente marxista.

Questo metodo fornì a Lenin molte armi per lottare contro le falsificazioni del marxismo, contro i tentativi di svuotarlo del suo contenuto rivoluzionario. Sappiamo quale parte eminente ebbe nell’organizzazione della rivoluzione di Ottobre e del potere dei Soviet il libro di Lenin Stato e Rivoluzione, frutto di uno studio profondo della dottrina marxista dello Stato. Eccone la prima pagina:

Capita oggi alla dottrina di Marx quel che è spesso capitato nella storia alle dottrine dei pensatori rivoluzionari e dei capi del movimento di liberazione delle classi oppresse. Le classi dominanti hanno sempre perseguitato, in vita i grandi rivoluzionari, la loro dottrina è sempre stata oggetto dell’odio più selvaggio e delle più furibonde campagne di menzogne e di diffamazione. Ma, dopo morti si cerca di trasformarli in icone inoffensive, di canonizzarli, per cosi dire, di cingere di un’aureola di gloria il loro nome, a consolazione, mistificazione delle classi oppresse, mentre si svuota la sostanza del loro insegnamento rivoluzionario, se ne smussa la punta rivoluzionaria, lo si avvilisce. A questo «trattamento» del marxismo collaborano ora la borghesia e gli opportunisti del movimento operaio. Si dimentica, si attenua, si snatura il lato rivoluzionario della dottrina, la sua anima rivoluzionaria. Si mette in primo spiano e si esalta ciò che è, o sembra, accettabile per la borghesia. Tutti i socialsciovinisti (non ridete!) sono oggi marxisti. E gli eruditi borghesi di Germania, specializzati, sino a ieri, nella confutazione del marxismo, parlano sempre più di un Marx «nazionaltedesco» che avrebbe, a sentirli, educato i sindacati operai così magnificamente organizzati in previsione di una guerra di brigantaggio10.

Nei Principi del leninismo, il compagno Stalin scrive:

Soltanto nel periodo successivo, periodo di azioni aperte del proletariato, periodo della rivoluzione proletaria, quando il problema del rovesciamento della borghesia diventò un problema pratico immediato, quando la questione delle riserve del proletariato (strategia) diventò una delle questioni più palpitanti, quando tutte le forme di lotta e d’organizzazione – parlamentari ed extraparlamentari (tattica) – si manifestarono nel modo più netto, soltanto in questo periodo poterono essere elaborate una strategia completa e una tattica approfondita della lotta del proletariato. Le idee geniali di Marx e di Engels sulla tattica e sulla strategia, che gli opportunisti della II Internazionale avevano sotterrato, furono riportate alla luce del sole da Lenin proprio in questo periodo. Ma Lenin non si limitò a restaurare le singole tesi tattiche di Marx e di Engels. Egli le sviluppò e le completò con idee e tesi nuove raccogliendo il tutto in un sistema di regole e di principi direttivi atti a guidare la lotta di classe del proletariato. Degli scritti di Lenin come Che fare?, Due tattiche, L’Imperialismo, Stato e Rivoluzione, La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautski, La malattia infantile, costituiscono incontestabilmente un apporto preziosissimo al tesoro del marxismo, al suo arsenale rivoluzionario11.

Marx ed Engels dicevano che la loro dottrina non è un dogma, ma una guida per l’azione. Lenin non si stancava di ripetere queste parole e il suo metodo col quale studiava Marx ed Engels, unito alla pratica rivoluzionaria nel periodo delle rivoluzioni proletarie, lo aiutò a fare della dottrina rivoluzionaria di Marx una vera guida per l’azione.

Vorrei accennare ancora a una questione, la cui importanza è decisiva.

La rivoluzione d’Ottobre, l’instaurazione della dittatura del proletariato, modificarono profondamente tutte le condizioni di lotta, ma Lenin, che non era legato alla lettera degli scritti di Marx e di Engels, e ne aveva invece fatto suo il contenuto rivoluzionario, poté applicare il marxismo alla costruzione socialista nel periodo della dittatura proletaria.

È necessario fare, in questo campo del metodo di studio, un grande lavoro. Occorre ricercare tutto ciò che Lenin ha preso da Marx, stabilire in che modo se ne è impossessato, in quali periodi e in relazione a quali compiti del movimento rivoluzionario. Più di una volta ho fatto questa ricerca per problemi importanti come la questione nazionale, l’imperialismo, ecc. L’edizione delle opere complete di Lenin e dei suoi quaderni di studio facilitano questo lavoro. La via che Lenin ha seguito nello studio di Marx in tutte le tappe della lotta rivoluzionaria, dal principio alla fine, ci porterà a una migliore, a una più profonda comprensione non solo della dottrina di Marx, ma della dottrina stessa di Lenin, del suo metodo di servirsi della dottrina di Marx come guida per l’azione.

Si aggiunga che Lenin non studiava soltanto gli scritti di Marx e di Engels e dei loro «critici» ma anche la via seguita da Marx nell’elaborazione del suo pensiero, le opere, gli scritti che avevano stimolato Marx e lo avevano spinto in una certa direzione. Egli studiava, se cosi si può dire, le fonti della concezione marxista, tentava di stabilire che cosa Marx ed Engels avevano preso da altri scrittori, e quando. Soprattutto egli si sforzava di penetrare a fondo il metodo della dialettica marxista.

In un articolo sulla Importanza del materialismo militante, Lenin scriveva nel 1922 che i collaboratori della rivista Sotto la bandiera del marxismo avrebbero dovuto organizzare uno studio sistematico della dialettica di Hegel dal punto di vista materialistico. Egli pensava che senza un serio fondamento filosofico non si può respingere l’attacco delle ideologie borghesi, né lottare vittoriosamente contro la restaurazione della concezione borghese del mondo. Forte della propria esperienza, Lenin indicava come dev’essere organizzato lo studio della dialettica di Hegel da un punto di vista materialistico:

Dobbiamo capire che senza un solido fondamento filosofico, nessuna scienza naturale, nessun materialismo può sostenere la lotta contro la pressione delle idee borghesi e la restaurazione della filosofia borghese. Per sostenere questa lotta e condurla fino in fondo con pieno successo, lo studioso di scienze naturali deve essere un materialista moderno, un consapevole seguace del materialismo dialettico… A tal fine i collaboratori della rivista Sotto la bandiera del marxismo devono organizzare uno stadio sistematico della dialettica di Hegel da un punto di vista materialistico, cioè lo studio di quella dialettica che Marx ha applicato praticamente nel suo Capitale, nei suoi lavori politici e storici.

Se teniamo presente come Marx applicava la concezione materialistica della dialettica di Hegel, possiamo e dobbiamo rielaborare questa dialettica in tutti i suoi aspetti, pubblicare nella rivista passi delle principali opere di Hegel, interpretarli materialisticamente, commentarli con esempi di applicazione della dialettica in Marx, e con gli esempi di dialettica nel campo economico e politico forniti in grande copia dalla storia più recente, e in particolare dalla guerra imperialistica e dalla rivoluzione. Il gruppo dei redattori e collaboratori della rivista Sotto la bandiera del marxismo dovrebbe essere, secondo me, una specie di «società degli amici materialisti della dialettica hegeliana». I moderni studiosi di scienze naturali (se sapranno cercare e se noi impareremo ad aiutarli) troveranno nell’interpretazione materialistica della dialettica di Hegel una serie di risposte alle questioni filosofiche che portano la rivoluzione nelle scienze e a causa delle quali gli intellettuali che seguono la moda borghese incappano nella reazione12.

Per concludere, alcune parole sul lavoro svolto da Lenin per popolarizzare la dottrina di Marx.

Un esempio caratteristico di popolarizzazione leninista è il seguente brano di un suo intervento nella discussione sui sindacati svoltasi nel 1921.

Per conoscere veramente un oggetto, bisogna studiare e comprendere tutti i suoi aspetti, in tutti i nessi e le «mediazioni». Non raggiungeremo mai completamente questo risultato, ma l’esigenza di una ricerca che abbracci tutti gli aspetti ci aiuterà a evitare errori e schematismi. Questo in primo luogo. In secondo luogo la logica dialettica esige che si consideri l’oggetto nel suo svolgimento, nel «movimento di sé stesso» (come diceva Hegel). In terzo luogo tutta la prassi umana deve entrare nella «determinazione» dell’oggetto, sia come criterio di verità, sia come momento pratico che determina il rapporto dell’oggetto con ciò di cui l’uomo ha bisogno. In quarto luogo la logica dialettica insegna che «non c’è verità astratta, che la verità è sempre concreta», come soleva dire, con Hegel, il defunto Plekhanov13.

Il modo come Lenin ha studiato Marx ci insegna come noi stessi dobbiamo studiare l’opera di Lenin. La sua dottrina è unita in modo indissolubile alla dottrina di Marx, essa è marxismo in azione, è il marxismo dell’epoca dell’imperialismo e della rivoluzione proletaria.

Note

  1. LENIN, Opere Complete, 3ª ediz. Russa, vol. XXV, p. 388.
  2. Ibid., vol. XI, pp. 174-175.
  3. Ibid., vol. XI, p. 76.
  4. Simili cioè ai liberali russi il cui organo di stampa era l’Osvobosdeme (La liberazione).
  5. LENIN, Opere scelte in due volumi (in italiano), Edizioni in lingue estere, Mosca 1946, pp. 346-347.
  6. Ibid., p. 382.
  7. Ibid., p. 393.
  8. Ibid., pp. 421-422.
  9. LENIN, Opere Complete, 3ª ediz. Russa, vol. XI, p. 166.
  10. Ibid., vol. XXI, p. 371.
  11. STALIN, Questioni del Leninismo, traduzione di P. Togliatti, Casa Editrice «L’Unità», Roma 1945, p. 70.
  12. LENIN, Opere Complete, 3ª ediz. Russa, vol. XXVII, pp. 187-188.
  13. Ibid., vol. XXVI, pp. 134-135.

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