Cinquant’anni fa l’assassinio del Che

Cinquant’anni fa, il 9 ottobre 1967, moriva – giustiziato dall’esercito regolare boliviano – Ernesto Guevara, también conocido como el Che (prendendo a prestito il titolo originale della bella biografia del rivoluzionario argentino scritta da Paco Ignacio Taibo II; in italiano Senza perdere la tenerezza, Il Saggiatore editore).

La federazione di Genova del Partito Comunista Italiano ricorderà la figura di Ernesto “Che” Guevara, combattente per la libertà con una iniziativa (al momento in fase di definizione) domenica 8 ottobre. Nei prossimi giorni saremo in grado di specificare meglio luogo e orari della iniziativa e ne daremo prontamente riscontro.

Sulla figura di Che Guevara, sul suo ruolo nella Rivoluzione cubana, sulla sua figura ormai mitizzata e simbolo di liberazione e riscatto per una generazione intera in tutto il mondo, sono state scritte decine di migliaia di pagine, ed è uno degli argomenti che ci ripromettiamo di approfondire nel corso del tempo. Per il momento, in occasione di questo anniversario, ci limitiamo a riportare un articolo di Luigi Ghersi tratto dalla rivista Astrolabio, che abbiamo scovato in rete sul sito del Senato della Repubblica (il link porta all’a copia del numero della rivista di domenica 26 novembre 1967. Per comodità di lettura, noi riportiamo solamente l’articolo relativo alla morte del Che).

Ci è inoltre parso interessante il riferimento alla figura di Regis Debray, filosofo e politologo francese, teorico del guevarismo, la cui opera è stata fortemente criticata da autori del calibro di Eric J. Honsbawm, altra figura della quale prima o poi dovremo parlare, non fosse altro per la sua conoscenza e ammirazione per l’opera di Antonio Gramsci.

La copertina del numero citato di Astrolabio riporta, sullo sfondo della fotografia di Che Guevara appena ucciso il titolo La morte di “Che” Guevara. La Verità. Debray ha tradito? E, sotto, Un inedito di Guevara: marxismo e guerriglia, che pubblichiamo a parte.

Ecco l’articolo; buona lettura.

All’alba la morte

Al momento della cattura “Che” Guevara era ferito soltanto alle gambe; fu ucciso dopo dai “rangers” con una raffica di mitra. Il servizio del nostro inviato a La Paz, che pubblichiamo di seguito, è una ricostruzione, punto per punto, degli avvenimenti che portarono all’assassinio dell’eroe sud-americano e del ruolo sostenuto nella vicenda dal rivoluzionario francese Regis Debray.

Camiri, 17 novembre

Arresto di Ciro Bustos e Regis Debray

Il pubblico che aspetta la lettura della sentenza all’ultima udienza del processo Debray è svagato, annoiato: i contadini indios dalle facce assenti, impenetrabili, ragazze coi vestiti estivi dai colori vivaci, giovani in mancihe di camicia che leggono giornali a fumetti; tutti, quando è il caso, si eccitano a comando per gridare «morte a Debray», povere comparse messe lì a recitare la loro parte, quella del «popolo sano» che è a favore dei generali; e la stessa gente che un paio di mesi prima aveva tentato di invadere il carcere dove si trovavano Debray e Bustos per linciarli e che poi, arrivata anche troppo facilmente a penetrare nella cella dei due detenuti, s’era fermata indecisa, senza neppure toccarli: una cosa è gridare «a morte», una cosa è uccidere. È gente mite, questa, non amano la violenza e ne hanno paura. Ora ascoltano attoniti e assenti la lettura delle cinquantadue pagine della sentenza che il segretario del tribunale sta leggendo, ascoltano senza capire il senso di quelle parole. Tutta questa vicenda tragica è passata sulle loro teste senza toccarli, hanno udito gli spari della guerriglia ma non si sono svegliati. Davanti a loro, in prima fila, gli imputati ascoltano in piedi. Quando il segretario legge il dispositivo – Debray e Bustos, riconosciuti colpevoli di ribellione, assassinio e rapina a mano armata: condannati a 30 anni di reclusione, assolti per insufficienza di prove i quattro disertori boliviani – Debray, pallidissimo, resta impassibile, Bustos ha uno scatto improvviso ma si ricompone subito: non si aspettava la condanna a trent’anni, dieci in più di quanti ne aveva richiesti il pubblico accusatore! «La severa maestà della giustizia militare boliviana» ha fatto il suo corso.

“Non tirate alla testa”

La Higueras, lunedì 9 ottobre

Il sole è già alto e fa un caldo insopportabile, Due soldati sorreggono sotto le ascelle un ferito e lo trascinano per una radura. I soldati sono giovanissimi, quasi ragazzi, hanno lineamenti da indios e una divisa mimetica a chiazze tortuose verdi e ocra, sono più piccoli di statura dell’uomo che stanno sollevando di peso e che si lascia trascinare inerte, tiene le gambe sollevate da terra, ha la testa abbandonata sul petto e respira a farica. Fanno una quindicina di metri e poi si fermano. «Ecco, qui va bene», dice uno dei due militari che camminano dietro di loro. I soldati appoggiano il ferito con le spalle contro il tronco di un albero, ma l’uomo è esausto e non può reggersi in piedi: ha una pallottola nella coscia destra in alto e un’altra nella gamba sinistra. Così lo mettono seduto, col busto eretto appoggiato al tronco. Poi ritornano sui loro passi, si fermano di nuovo dopo una decina di metri. «È una distanza giusta», dice ancora il miltare più anziano, «Non tirate alla testa».

Qualche ora dopo un cadavere crivellato di pallottole viene depositato da un elicottero davanti al comanndo militare di Vallegrande: è il cadavere di «Che» Guevara.

Due delitti: un omicidio legale – questo è il senso di una sentenza che condanna Debray e Bustos a trascorrere il resto dei loro giorni, per un reato che in sostanza è di opinione, o che al massimo si può considerare di favoreggiamento, in una prigione militare inaccessibile, nella regione desertica del Chaco, dove il clima è terribile e la media della vita umana è assai breve – e l’assassinio brutale di un prigioniero, ecco il prezzo con cui i militari boliviani credono d’aver saldato il conto con la guerriglia. Gli «stranieri» sono serviti.

Resta una pattuglia di disperati: «Inti» Peredo, «Plombo» e altri quattro, senza viveri, senza collegamenti, che forse hanno già lasciato le armi e tentano di guadagnare il confine argentino o quello paraguayano. Questo è quello che dicono i colonnelli o i generali con cui capita d’incontrarsi la notte nei night di La Paz. Questo momento di trionfo si dilata nella fantasia accesa dal whisky e dal «singáni» e sembra eterno. Durerà sempre così: ci saranno i caffè notturni coi singhiozzi ritmati delle canzoni sudamericane, ci saranno le sbornie interminabili che si prolungano per tre giorni di seguito, la città proibita dei bordelli dove a pochi chilometri da La Paz si trovano a un prezzo ragionevole le più belle donne del paese, le mercedes dei militari, luccicanti, offensive, nelle strade di una capitale miserabile, quasi inghiottita da un immenso sobborgo indio che trabocca nel centro europeo con una folla muta e variopinta; una folla di donne, con le bombette in testa, avvolte nei loro scialli a righe colorate, coi bambini sulle spalle, di uomini che calzanoo ai piedi copertoni di macchina legati con fil di ferro, fanno i lustrascarpe, al massimo i manovali, o più spesso non fanno niente e si aggirano sui marciapiedi come sonnambuli, inebetiti dalla miseria e dalla coca. È una folla inerte, assente, che dorme un sonno secolare. ma dieci anni fa i contadini dell’altipiao si svegliarono improvvisamente e si presero le terre dei bianchi massacrando i proprietari. Quanto durerà questo sonno, questa lunga morte civile? Secondo i militari di La Paz durerà in eterno: «Li abbiamo fatti fuori tutti» mi dice, euforico, un maggiore dell’aviazione boliviana, un ragazzo simpatico, che beve splendidamente e sa accompagnare alla perfezione il ritmo delle chitarre col tintinnio dei bicchieri, il miglior pilota della Bolivia, l’unico, sottolinea con orgoglio, autorizzato a volare sugli Stati Uniti – «quelli che restano si sono tagliati la barba e stanno cercando di scappare. Buon viaggio!». Un generale grassoccio coi capelli a spazzola sorride compiaciuto, autorevole anche nella sbornia. Nel fondo di un bicchiere di wisky si ferma la storia.

Ma la storia non si ferma. Risorge oggi con cento interrogativi che fanno presto a tramutarsi in capi d’accusa. Il capitolo che i militari boliviani ritenevano d’aver chiuso definitivamente con l’omicidio legale di Debray e Bustos e con l’assassino di «Che» Guevara è ancora aperto davanti alla coscienza di tutto il mondo civile.

Il caso Debray

Regis Debray

Quando fu ucciso «Che» Guevara? Fu ferito mortalmente durante lo scontro coi rangers, come sostiene la versione ufficiale, o invece fu ucciso dopo, a freddo, con un colpo al cuore o con più colpi di fucile automatico? Il cadavere fu cremato, come hanno dichiarato da ultimo i militari? O è invece sotterrato in qualche posto vicino Vallegrande, come gli stessi mlitari avevano affermato in un primo momento? E perché non fu mostrato al fratello? Qual è stato, infine, il ruolo di Regis Debray in tutta questa storia? Qualcuno, Debray o altri, ha tradito Guevara?

Sono stato quindici giorni in Bolivia e ho svolto un’indagine minuziosa, cercando di ricostruire punto per punto i fatti. Per tutte queste domande c’è una risposta precisa: Guevara fi fucilato la mattina di lunedì 9 ottobre (non fu ucciso con un colpo di pistola al cuore), dopo una notte d’interrogatorio; al momento della cattura il «Che» era ferito soltanto alle gambe: una pallottola conficcata nella coscia destra ed una nello stinco sinistro; il cadavere non fu mostrato al fratello per una ragione molto semplice: sarebbe stato impossibile fargli credere che un uomo con tutte quelle pallottole nel torace, di cui una all’altezza del cuore, era vissuto per tutta una notte e che inoltre, almeno per alcune ore, aveva potuto ragionare e parlare; il corpo del «Che» non fu cremato per la buona ragione che a Vallegrande non c’è l’attrezzatura necessaria per la cremazione: fu sotterrato di nascosto, Guevara fu tradito due volte prima della cattura, la prima volta da un disertore che consentì all’esercito di localizzare la zona in cui si muoveva il gruppo del «Che», la seconda da un contadino che i guerrigliari avevano preso come guida e che li portò in bocca ai rangers per intascare la taglia; quanto a Debray c’è da fare un discorso più complesso: Debray non è un traditore, anzi è certamente un idealista, e merita rispetto: tuttavia, oggettivamente, è servito alla CIA come filo conduttore per individuare la presenza di Guevara in Bolivia. Ma la CIA aveva altri fili conduttori per raggiungere la guerriglia. Vedremo poi quali.

Lo stillicidio delle perdite

Guerriglieri in Bolivia

«Noi siamo diciassette, sotto una luna molto piccola, e la marcia è stata pericolosa, lasciando numerose tracce»… è l’ultimo foglio del diario di «Che» Guevara, scritto all’alba dell’8 ottobre. Il giorno prima aveva scritto: «la nostra organizzazione guerrigliera è vissuta undici mesi senza complicazioni». Il «Che» era ancora ottimista, anche se i diciassette uomini che marciavano di notte per sfuggire al rastrellamento dell’esericito erano i superstiti di un gruppo guerrigliero che non aveva mai superato i novanta uomini e che aveva sin dall’inizio dovuto affrontare una situazione difficilissima. La popolazione contadina indifferente, spesso ostile, il rifornimento di viveri e di medicine assai arduo e anche pericoloso, frequenti delazioni. Già prima dello scontro del 26 marzo a Nancanuazu, al quale si fa risalire di solito la rivelazione fortuita della guerriglia, l’esercito conosceva l’esistena di fololai guerrigileri e stava cercando di individuarli: 2000 soldati erano già nella zona. Non era possibile per la guerriglia prolungare la fase di preparazione segreta, anche se sarebbe stato necessario.

«Siamo diciassette, sotto una luna molto piccola, e la marcia è stata pericolosa»… Tutti quelli che hanno visto i guerriglieri nelle ultime settimane li descrivono stanchi per le lunghe marce, alla ricerca disperata di medicinali. Per darsi coraggio cantano a bassa voce un vecchio ritornello contadino:

Las penas y las vaquitas
se van por la misma senda.

La penas son de nosotros
las vaquitas son ajenas.

[Le pene e le vacche
se ne vanno per lo stesso sentiero.
Le pene sono le nostre,
Le vacche sono degli altri.]

Sono vicini a La Higueras. È una zona maledetta: «Coco» Peredo, il capo boliviano della guerriglia, con altri due ci ha lasciato la pelle dieci giorni prima. I partigiani hanno subito perdite dure negli ultimi tempi. Il primo settembre il gruppo di Joaquin (nove uomini) era stato massacrato in un’imboscata sul Rio Grande. C’era stato anche quella volta un tradimento, un certo Honotato Rojas che aveva in precedenza collaborato con la guerriglia era passato dalla parte dell’esercito. Lui sapeva meglio di tutti che strada avrebbero preso i guerriglieri. La notte precedente s’erano fermati a casa sua, ed era stato lui stesso a suggerirgli il punto in cui avrebbero dovuto guadare il fiume. Era un tratto in cui l’acqua arrivava all’altezza della vita, i guerriglieri procedevano in fila indiana tenendo le armi in alto sulla testa per non bagnarle. Quando furono proprio in mezzo al fiume cominciò un fuoco d’inferno. I soldati nascosti sulle due rive sparavano da tutte le parti. Cadde prima Tania dagli occhi verdi, che faceva da collegamento tra i maquis e la città, poi cadde Joaquin col corpo pieno di pallottole, poi Walter, poi Toro. I guerriglieri cercavano di sparare mantenendosi al pelo dell’acqua, ma non c’era scampo. In venti minuti furono riempiti di piombo tutti e nove. Ernesto, «il medico negro» alto un metro e novanta, viene inghiottito per ultimo dalla corrente. Faceva il cardiologo a Lima ed è venuto qui a morire. Era anche lui uno «straniero».

È uno stillicidio continuo per la guerriglia: il quattro settembre c’è un altro scontro vicino al Rio Grande con cinque morti per i guerriglieri. Cinque morti e un disertore. I morti non parlano ma i disertori sì. Questo è un boliviano e dà notizie preziose sul gruppo ci «Che» Guevara. Una settimana dopo il governo di La Paz offre clamorosamente 50 mila pesos bolivianos, una cifra fortissima, per la testa di Guevara, vivo o morto. Il cerchio si stringe intorno alla guerriglia.

«Siamo diciassette… e la marcia è stata pericolosa». All’alba dell’8 ottobre i guerriglieri prendono un contadino e lo convincono a fare da guida. L’uomo conosce la zona meglio di loro e soprattutto conosce gli ultimi spostamenti dell’esercito. Ma li conduce dritti nella trappola. Sono le otto del mattino e la guida, un meticcio di 35 anni, è stanamente nervoso. Improvvisamente cerca di scappare. «Plombo», il cubano, lo fredda con un colpo di pistola alla testa. Verrà ritrovato, due giorni dopo, il cadavere d’una guida, ma la stama riporterà la notizia senza alcun commento. I morti non parlano, ma le pistole sì. Quel colpo di pistola rivela ai soldati la presenza dei guerriglieri.

Comincia l’«agganciamento» dell’esercito, che resta tuttavia incerto e fluttuante fino alle 15,30. È a quell’ora che inizia il combattimento vero e proprio. Verso le 16 i soldati vedono un’ombra che si muove nella vegetazione fittissima. Sparano in quella direzione: un uomo cade ferito alle gambe. I rangers boliviani hanno finalmente colpito il fantasma che s’aggirava per l’America latina. Ora quel fantasma è nelle loro mani, e non se lo lasceranno più sfuggire.

La battaglia continua, durerà due giorni. Sono già caduti due soldati, ne cadranno ancora altri, e dieci guerriglieri resteranno sul terreno.

Le contraddittorie verità ufficiali

Comincia intanto un’altra vicenda, una vicenda crudele tragica e infine macabra. Intorno a questa vicenda s’intrecciano molte verità, alcune «ufficiali» che si contraddicono tra loro, altre non ufficili, anche queste contraddittorie. Proviamo a fissa alcuni punti fermi, che concordano in tutte le versioni, ufficiali e no. Possiamo fermarci su tre momenti: la cattura, il trasporto al villaggio di La Higueras, la morte.

La cattura: il «Che» fu fatto prigioniero, ferito, intorno alle 16 di domenica 8 ottobre. Il ferito era «nel pieno uso delle sue facoltà mentali». È un punto decisivo, confermato dai primi comunicati militari e ribadito dall’ultima, definitiva messa a punto delle forze armate.

Il trasporto del ferito: il ferito viene trasportato a La Higueras verso le 20 di domenica, un’ora dopo la fine del combattimento. Chi ha fatto a piedi il percorso dal luogo del combattimento al villaggio sa che ci si impiega appunto poco meno di un’ora. Il ferito arriva a La Higueras «nel pieno uso delle sue facoltà mentali» e almeno per parecchie ore resta in grado di parlare, di polemizzare, di dare spiegazioni mediche. Anche su questi particolari ci sono testimonianza incontrovertibili.

La morte: Guevara muore a La Higueras, «in seguito alle ferite riportate nel combattimento» nella mattinata di lunedì. Nessuna testimonianza ufficiale precisa l’ora, ma tutte concordano sulla mattinata di lunedì. L’agonia del «Che» sarebbe durata, dunque, non meno di dieci ore e probabilmente molto di più. Il comandante dell’aviazione boliviana ha dichiarato a Madrid, il 28 ottobre, che l’agonia sarebbe durata addirittura 24 ore.

Fermiamoci, dunque, su questi tre dati acquisiti: Guevara è stato catturato ferito, ma «nel pieno uso delle sue facoltà mentali», verso le quattro del pomeriggio di domenica 8. Il combattimento finisce alle sette di sera. Viene trasportato un’ora dopo a La Higueras, dove resta, almeno per qualche ora, in grado di ragionare e di parlare. Muore a La Higueras lunedì mattina. Le versioni ufficiali o semi-ufficiali non concordano sull’ora.

Andiamo a vedere l’autopsia redatta dal direttore dell’ospedale di Vallegrande, dott. Moisés Abraham Baptista e dal dott. José Martines: il corpo del «Che», «all’esame generale, presenta le seguenti lesioni: 1) ferita di pallottola nella regione clavicolare, sinistra, con unscita nella scapola dello stesso lato. 2) Ferita di pallottola nella regione clavicolare destra, con frattura della medesima, senza uscita. 3) Ferita di pallottola nella regione costale destra, senza uscita. 4) Due ferite di pallottola nella regione costale laterale sinistra, con uscita nella regione dorsale. 5) Ferita di pallottola nella regione pettorale sinistra, tra le costole nona decima, con uscita in regione laterale del medesimo lato»… «aperta la cavità toracica si constatò che la prima ferita aveva lesionato leggermente il vertice del polmone sinistro. La seconda lesionò i vasi succlavi, incastrandosi il proiettile nel corpo della seconda vertebra dorsale. La terza attraversò il polmone destro, incastrandosi nell’articolazione costovertebrale della nona costola. Le ferite segnalate nel punto 4 lesionarono leggermente il polmone sinistro, La ferita segnalata nel punto cinque attraversò il polmone sinistro in una traiettoria tangenziale. Le cavità toraciche, soprattutto la destra, presentavano abbondante raccolta di sangue»… Fermiamoci qui.

Ho sottolineato la ferita indicata al punto due e le parti successive dell’autopsia che si riferiscono  alla ferita in questione perché si tratta di una ferita mortale, tale da determinare la morte normalmente in pochi minuti e comunque la perdita immediata della conoscenza. Nell’autopsia è espressamente indicata la «lesione dei vasi succlavi» e, successivamente, che «le cavità toracivhe, soprattutto nella regione destra (cioè in corrispondenza alla ferita in questione), presentavano abbondante raccolta di sangue». Il primo riferimento è piuttosto generico: «lesione dei vasi succlavi». Ma il secondo è perentorio: la raccolta «abbondante di sangue nella cavità toracica destra in questo caso non può che essere determinata dalla rottura dell’arteria succlavia. E un uomo con l’arteria succlavia spezzata può sopravvivere per alcuni minuti, in casi eccezionali per alcune ore, è quasi impossibile che sopravviva per 10 o 12 ore, assolutamente impossibile che sia in grado di ragionare e di parlare anche per pochi minuti. Ma per escludere che Guevara, così crivellato di colpi, abbia potuto restare in sensi e parlare per diverse ore bastano anche le altre ferite, probabilmente non mortali, ai polmoni.

Leggiamo ora le dichiarazioni dei militari:

IL CAPITANO PRADO A FRANCO PIERINI DELL’EUROPEO1:
«Come ha riconosciuto Guevara, capitano?»
«Me l’ha detto lui: Sono Guevara, vi servo più da vivo che da morto».
«Capitano, che impressione le ha fatto avere nelle sue mani il più famoso guerrigliero del mondo?»
«Subito non ho avuto molto tempo per pensarci, abbiamo combattuto fino al tramonto. Loro erano una ventina, ne abbiamo ammazzati sei e preso Guevara vivo. Nonostante tutto, una decina erano riusciti a sfuggirci. Un guerrigliero che scappa può spararti addosso un’altra volta, è questo il punto. Dopo ho parlato con Guevara, quando tutto è finito. Sapeva che eravamo dei rangersi, un’unità speciale. Mi ga domandato se avevo fatto il corso di addestramento con i marines americani. Soffriva molto, si vedeva. Ma non potevamo farci niente. Al principio ha cercato anche di camminare, ma non ce la faceva. Allora l’abbiamo calato a valle con una coperta.

IL MAGGIORE MIGUEL AYOKOA, COMANDANTE DEL BATTAGLIONE IMPEGNATO NELLO SCONTRO CON GUEVARA A FRANCO PIERINI DELL’EUROPEO:
«Quando lo hanno portato giù dalla Quebrada del Churo l’ho riconosciuto subito. Sì, gli ho parlato. Le solite cose ha detto. Parlava come Fidel Castro. Noi siamo i mercenari dell’imperialismo americano, eccetera. Le solite cose dei rossi, insomma».

IL COLONNELLO ANDRES SELNICH A FRANCO PIERINI DELL’EUROPEO
«Colonnello, è vero che Guevara parlando con lei è stato molto scortese?»
«Un vero bifolco, come sanno esserlo solo gli argentini e i cubani».

Mi sono limitato alle dichiarazioni dei tre ufficiali direttamente responsabili del prigioniero perché mi sembrano le più significative. Ma non sono le sole. Ci sono altre testimonianze di soldati, di giornalisti, di ufficiali che confermano con maggiori particolari il fatto, del resto ammesso dallo stesso comando militare, che il «Che» al momento della cattura fosse «nel pieno possesso delle sue facoltà mentali» e che in questo stato fosse rimasto almeno per alcune ore. Era infatti in grado di capire e di parlare alle 16 quando fu preso prigioniero e lo era anche quattro ore dopo, alle 20, quando fu trasportato a La Higueras. Dalle testimonianze riportate risulta che anche a La Higueras rimane, almeno per un paio d’ore, cioè fino alle 22, in condizione di discutere e anche piuttosto animatamente di politica. Guevara, dunque, dopo le ferite riportate nello scontro, mantiene per 6 ore il pieno possesso delle facoltà mentali e della parola: un bel recordo per un uomo con i polmoni bucati dalel pallottole e con l’arteria succlavia spezzata!

Una montagna di menzogne

Fin qui non ho fatto altro che accostare il certificato di autopsia a una serie di dichiarazioni di militari. Possiamo a questo punto, sulla base di informazioni che ci vengono tutte in un modo o nell’altro dall’esercito boliviano, tirare una prima conclusione: fino alle dieci di notte Guevara era ferito solamente alle gambe, le pallottole mortali al torace gli furono sparate dopo. Se così non fosse, dovremmo credere che i militari boliviani (che non hanno attribuito al «Che» nessuna affermazione utile alla loro propaganda) avrebbero sostenuto la tesi che il capo guerrigliero non fosse morto nello scontro, ma fosse sopravvissuto per una notte, al solo scopo di farsi accusare di un omicidio che in realtà non avevano commesso. Nessuno è però così imbecille, neanche un militare boliviano.

Se dunque quelle pallottole partirono da un fucile automatico parecchie ore dopo la cattura, è chiaro che a un certo momento (che da altre dichiarazioni possiamo fissare nella mattina di lunedì) venne l’ordine di fucilare il prigioniero, di fucilarlo come se fosse stato colpito in uno scontro.

È questa la verità sulla fine di Guevara. Io l’ho appresa in Bolivia da persone che sapevano com’erano andate le cose e che non avrebbero avuto nessun interesse a dire che erano andate così. Al contrario, se fosse stato possibile sostenere la morte per le ferite riportate nello scontro, avrebbero avuto tutto l’interesse a farla propria. Ma non è possibile. A smontare quella tesi ci hanno pensato gli stessi militari boliviani parlando troppo presto e parlando troppo. L’autopsia, che pure è un documento assai sommario e probabilmente anche monco, la distrugge definitivamente. E anche da un esame rigoroso della verità ufficiale scaturisce una sola conclusione: che quelle pallottole al torace furono sparate almeno sei ore dopo la cattura del prigioniero e molto probabilmente la mattina seguente.

C’è anche una ferita vicino al cuore, è vero, e questa ferita si vede nelle fotografie ma non ce n’è traccia nell’autopsia. Fatto ancora più strano; il medico a cui nei primi giorni era stata attribuita una dichiarazione perentoria sulla morte pressoché istantanea di Guevara inseguito, appunto, a una pallottola al cuore, smentisce dopo alcuni giorni quella dichiarazione dicendo che c’è, sì, «una ferita all’altezza del cuore, ma che quella ferita non ha causato la morte di Guevara perché non aveva toccato questo organo vitale»; ma lo stesso medico, nel compilare l’autopsia, dimentica persino di menzionare una ferita così controversa.

È il momento di aggiungere un altro particolare che completa il quadro: il certificato di autopsia è stato reso noto dal comando militare soltanto sei giorni dopo la morte del «Che». Un ritardo incomprensibile se si pensa che in quei giorni in tutto il mondo si andava diffondendo l’ipotesi di un assassinio politico.

In tutta questa storia, prima sul «Che» ferito, poi sul suo cadavere, c’è una montanga di contraddizioni e di menzogne. Un ferito gravissimo coi polmoni perforati e con l’aorta succlavia spezzata che dovrebbe avere al massimo un quarto d’ora di vita e che invece parla tranquillamente di politica per sei ore e magari per tutta la notte, una ferita all’altezza del cuore che si vede in tutte le fotografie e che scompare inspiegabilmente nell’autopsia, un cadavere che altrettanto inspiegabilmente sparisce dalla circolazione e che non viene mostrato neanche al fratello del morto con scuse inverosmili: è stato seppellito, si dice a tutta prima, è stato cremato si rettifica il giorno dopo. E intanto tutti sanno che la cremazione non è possibile perché mancano le attrezzature necessarie. I militari boliviani sanno fare le tombe ma non i coperchi. Per uccidere, infatti, basta saper sparare, ma per mentire bisogna saper riflettere.

Questo terrore del morto, questa fretta ansiosa di occultare un corpo le cui ferite parlavano e accusavano dice tutto sulla cattiva coscienza dei carnefici militari. Prima hanno tentato di bruciarlo, cospargendolo di benzina.poi, non essendoci riusciti, l’hanno sotterrato di notte, come assassini, vicino Vallegrande. Prima di sotterrarlo gli hanno tagliato le mani e le hanno conservate, perché si potessero prenderne le impronte, in una boccetta di formolo, trofeo macabro e atroce di una vittoria senza futuro.

Colpire senza misericordia

Restava l’altro «straniero». Debray, non era così pericoloso come il «Che», ma bisognava dare un esempio. E «la severa maestà della giustizia militare boliviana» ha colpito senza misericordia. Ora che il giovane ideologo francese e il pittore argentino Bustos sono stati condannati praticamente al carcere a vita credo però che si debba stare molto attenti a gettare su di loro anche l’ombra del sospetto.

Quando sono partito per la Bolivia avevo anch’io molte perplessità (e qualcuna m’è rimasta) sulla vera funzione di Debray. Mi chiedevo se proprio il suo disgraziato viaggio non avesse compromesso da solo le sorti della guerriglia.

Ma una volta in Bolivia ho cominciato a guardare la vicenda della guerra nella prospettiva giusta, come un fatto politico, cioè, non come un romanzo giallo. E prima di domandarmi quali fossero state le trame della CIA mi sono chiesto se le condizioni sociali del paese erano davvero mature per un tentativo rivoluzionario. Ebbene, se devo essere sincero fino in fondo, credo che non lo fossero affatto. C’era un proletariato politicamente maturo, quello delle miniere, ma non era numeroso ed era facilmente isolabile. E infatti fu isolato e battuto duramente quando tentò di porsi concretamente come secondo polo rivoluzionario dopo la guerriglia. La borghesia intellettuale era inerte, delusa dalla rivoluzione del cinquantadue e riluttante ad assumere un proprio ruolo nazionale. Anche la classe studentesca, in seno alla quale le simpatie per la sinistra sono più nette e diffuse, è rimasta a guardare: il gauchismo rimase uno stato d’animo indefinito, non riuscì a sboccare nell’azione politica. Restavano i contadini indios, poverissimi, analfabeti, imbevuti di cattolicesimo elementare più superstizioso che religioso. Per giunta nella zona della guerriglia non c’erano neppure grosse comunità indigene come quelle dell’altopiano, che possono più facilmente muoversi sulla spinta di una presa di coscienza collettiva per reagire alla loro antica condizione di popolo frustrato . La scelta rivoluzionaria avrebbe dovuto nascere ogni volta, in certo modo, da un moto individuale di coscienza, difficilmente immaginabile in quelle condizioni. Quale meraviglia se la guerriglia si definì prestissimo come un nucleo isolato, «straniero», come si compiace di ripetere il generale Barrientos?

In questo quadro la responsabilità oggettiva di Debray scema fortemente e diventa in ogni caso marginale. Se poi si esamina con maggiore attenzione la concatenazione dei fatti, si scopre che la relazione tra la cattura di Debray e il rafforzamento della lotta antiguerriglia è frutto di una concatenazione arbitraria di date. In realtà questo rafforzamento fu deciso sin dal primo manifestarsi dei focolai di guerriglia. I tempi e i modi di attuazione, ovviamente più lenti, sono dovuto a necessità oggettive, che non hanno niente a che vedere con le confessioni eventuali che potrebbe aver fatto Debray. Quanto alla rivelazione della presenza di Guevara in Bolivia, anche questa era stata già ammessa pubblicamente dal governo con un lieve anticipo rispetto alle dichiarazioni di Debray.

Certo, la stessa presenza nel paese di Regis Debray costituiva un indizio prezioso per la CIA, ma è difficile pensare che Debray abbia deciso quest’avventura da solo senza il consenso di Guevara. Un brano del diario del «Che» esibito a Camiri – se non è stato falsificato in questo punto per ovvie ragioni processuali – dice che il giovane scrittore francese aveva portato da Cuba del denaro per i guerriglieri. Ma c’è un altro fatto, più sicuro, che testimonia a favore dell’ipotesi che il viaggio di Debray fosse stato progettato in un momento che tanto Castro che Guevara ritenevano prossimo alla pubblicizzazione dell’esistenza della guerriglia in Bolivia: ed è la famosa lettera di Guevara sui «molti Vietnam», pubblicata a Cuba il 16 aprile, cioè quattro giorni prima dell’arresto di Debray (e non, come ha scritto Pierini sull’Europeo, ad agosto alla conferenza dell’OLAS). La diffusione del documento sulla guerriglia, che da un’analisi del testo risulta con tutta probabilità scritto un paio di mesi prima, lascia pensare a un lancio propagandistico della guerriglia in Bolivia, e poi della presenza del «Che», da effettuarsi per gradi e successivamente interrotto per l’arresto di Debray e per la piega assunta dagli avvenimenti boliviani.

Quanto alle dichiarazioni dei militari boliviani che ironizzano sui favori che Debray gli avrebbe resi, non mi pare che meritano alcuna considerazione. Fanno parte di una campagna di odio e di discredito sistematico contro questo «straniero» venuto a fare la propaganda per la guerriglia, che in Bolivia ti aggredisce appena arrivi all’aeroporto di La Paz e non ti lascia più.

Quando si arriva all’aeroporto di La Paz, che somiglia più a una stazione ferroviaria del centro della Sicilia che a un aeroporto internazionale, la prima cosa che ti colpisce sono due piccoli manifesti incollati al muro, uno contro gli «invasori cubani», e un altro contro lo «straniero» Debray che è venuto per uccidere e merita la morte. Ora gli «stranieri» sono liquidati. Erano venuti armati, non «per uccidere», ma per lottare per un paese poverissimo, dove i contadini conducono un’esistenza miserabile quale forse nelle campagne europee non si conobbe se non nell’alto Medio Evo, dove i minatori dello stagno hanno una vita media inferiore ai trent’anni, dove il sessanta per cento della popolazione è analfabeta e dove i militari viaggiano in mercedes. Erano venuti per lottare e sono morti quasi tutti insieme ai loro compagni boliviani. Il più nobile e il più generoso di tutti è sepolto in una tomba senza nome, con le mani tagliate come un criminale. È la tomba di un soldato d’America, straniero come Garibaldi, come San Martin, come Simon Bolivar. Il giovane francese innamorato della rivoluzione sarà presto seppellito anche lui vivo, in un carcere. Così è finita l’amara avventura della guerriglia. «Non poteva finire diversamente» – in Bolivia me lo ripetono tutti, fino alla nausea – «il paese l’ha sentita come un’invasione straniera, i contadini stessi li hanno traditi, la guerriglia non è popolare». Gli sembra un argomento fortissimo, invincibile, e non si rendono conto che quella maniera di «stare col popolo» mi ricorda l’ancien regime, al tramonto, le plebi contadine della Calabria al seguito del cardinale Ruffo contro i giacobini napoletani colpevoli di voler adottare le idee straniere, i contadini di Sapri che appoggiano i gendarmi contro Carlo Pisacane. Credono di avermi toccato con un argomento di sinistra popolare, non s’accorgono di ripetere i discorsi dei borbonici.

Luigi Ghersi

Note

  1. Franco Pierini ha fatto un’ottima inchiesta, tempestiva e coraggiosa, sulla morte di Guevara. Le mie informazioni però non concordano con le sue in alcuni punti marginali e su un punto molto importante: Guevata non fu ucciso con un colpo di pistola al cuore, ma con parecchi colpi di fucile automatico. Credo che una ricostruzione scrupolosa attraverso i documenti dia ragione a me.

Start a Conversation

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *