Che senso dare a questo Primo Maggio

Nel corso degli anni, la ricorrenza del Primo Maggio si è molto trasformata, segno dei tempi e delle conquiste che la classe operaia (un tempo la chiamavamo così) ha saputo ottenere in centocinquant’anni di lotte, spesso sanguinose. Se proprio vogliamo andare all’inizio di questa storia dobbiamo risalire agli anni della Prima Internazionale, quella fondata da Karl Marx, quando, per la prima volta, si stabilì che la giornata lavorativa dovesse essere di otto ore (per una breve disamina dei passaggi fondamentali della storia del movimento operaio riferiti alla Festa del Primo Maggio, vedere Storia del Primo Maggio).

I lavoratori, poco per volta e ancora in assenza di forze politiche e sindacali organizzate che li mobilitassero, presero coscienza della loro forza collettiva e scesero in piazza per protestare. Dapprima lo fecero negli Stati Uniti, poi in tutto il resto del mondo industrializzato. In Italia, nel Regno Unitario da poco costituito e agli albori dell’industrializzazione del Paese, si ebbero fortissime resistenze da parte delle forze reazionarie, anche nel periodo della cosiddetta Sinistra storica. Il momento più tragico venne toccato con i moti di Milano del 1898 quando il comandante militare della piazza, generale Bava Beccaris, fece aprire il fuoco di artiglieria sui manifestanti.

Oggi, nel pieno dispiegarsi delle dottrine economiche neoliberiste (in Europa in salsa ordoliberista), il lavoro è nuovamente sotto attacco, complice anche la disgregazione della sinistra e l’impotenza del sindacato (ma probabilmente si tratta qui di due facce della stessa medaglia). Sulla materia sono stati varati provvedimenti a senso unico, tutti rivolti alla tutela degli interessi degli imprenditori a scapito della sicurezza sui posti di lavoro, della dignità dei lavoratori, della loro possibilità di pianificare un futuro per sé e per le proprie famiglie. Si va in pensione sempre più tardi e ciò, oltre a penalizzare i giovani che vedono sempre più porte chiudersi davanti alle loro aspirazioni, comporta anche l’impossibilità per il nostro Paese di innovarsi e rinnovarsi in quest’epoca di profonda e rapidissima evoluzione tecnologica.

Molteplici sono anche le ricadute sul sistema scolastico. Gli studenti sono demotivati dalal mancanza di prospettive, i professori, peraltro sottopagati e sviliti nella loro professionalità, vedono il loro ambito aziendalizzarsi a causa delle controriforme della Scuola, ultima quella del governo Renzi. Allo stesso modo, le pulsioni verso la privatizzazione dei servizi sociali fondamentali (sanità, trasporto pubblico locale, gestione del ciclo dei rifiuti, ecc.), dettate tutte dalla stessa logica, porteranno a ulteriori disagi per i lavoratori, non solo quelli dei settori interessati dal processo di esternalizzazione.

Far passare tutti questi provvedimenti impopolari è stato facile, troppo facile. È bastato far ricadere la colpa di tutti i disagi del vivere quotidiano sui migranti, su gente che, diciamolo crudamente, molto spesso si è trovata a dover scegliere fra una morte possibile (quella della lunga marcia nel deserto) e una morte certa (quella che con ogni probabilità avrebbe trovato se fosse rimasta nel suo paese d’origine). Queste persone scappano da guerre, carestie, epidemie quasi sempre scatenate o fomentate dalla bramosia di profitto del mondo occidentale; fuggono dalla repressione messa in atto nei loro paesi da chi detiene il potere e, con il potere, i privilegi; partono alla ricerca della stessa speranza che fece partire milioni di italiani fra la fine del Diciannovesimo e l’inizio del Ventesimo secolo alla volta dell’America o dell’Australia. Certo, ci sono delle differenze, erano altri tempi e ben altre situazioni (oppure il nostro colore della pella ci garantisce certi diritti che ad altri vengono negati, retaggio di quel passato razzista che ebbe la sua massima espressione durante il fascismo, ma che non è stato mai del tutto superato e neppure affrontato seriamente?).

Queste riflessioni spicciole e questi nessi affrettati non vogliono essere in alcun modo conclusivi, né possono, d’altra parte, rappresentare qualcosa di definitivo,, tanto meno vogliono dettare una linea politica. Sono – o meglio vorrebbero essere – lo spunto per l’apertura di un dibattito ampio volto anche a ridare alla ricorrenza del Primo Maggio quel duplice carattere di giornata di lotta e di giornata dell’appartenenza di classe che in origine avevano, perché oggo è necessario ridare al tema del lavoro la centralità che dovrebbe avere, sia dal punto di vista economico, sia da quello sociale, che da quello politico.

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