Documento di analisi di contesto

Il Servizio Sanitario Nazionale, tra le grandi conquiste dell’Italia repubblicana, è da tempo in crisi. Le differenze tra le diverse realtà del Paese sono sempre più marcate, evidenti.

I bilanci sanitari di diverse regioni sono in rosso, sempre meno tra esse garantiscono i LEA (livelli essenziali di assistenza), la quantità e la qualità dei servizi è in tanti contesti diminuita, i casi di malasanità sono in crescita.

L’attesa per tante prestazioni, innanzitutto visite ed esami, è in diverse realtà sempre più lunga. Un numero sempre maggiore di esse sono garantite solo a fronte della corresponsione di ticket sempre più consistenti, in tanti casi corrispondenti al loro costo  nelle strutture private, che di contro le erogano in tempi celeri. Tra tali prestazioni più d’una è erogata a pagamento all’interno della struttura pubblica, in regime di libera professione, da parte di operatori della stessa, che per questa ragione le lasciano parte dei propri guadagni aggiuntivi.

Il risultato è che un numero crescente di persone si rivolge al privato, convenzionato o no, che sempre più cittadini (11 milioni dicono le statistiche), impossibilitati a pagare, rinunciano alla prevenzione, alla cura, alla riabilitazione, in altre parole a tutelare la propria salute, ponendo una seria ipoteca sul proprio futuro, prospettando danni e costi per la collettività.

I principi cardine del nostro sistema sanitario – l’universalismo, l’equità, la solidarietà – sono messi in discussione, il diritto alla tutela della salute si riduce sempre più in mera possibilità legata al reddito.

I processi di finanziarizzazione e di corporativizzazione della sanità sono sempre più evidenti. Processi perseguiti, come per quota parte dimostrano la crescita delle polizze sanitarie e le stesse intese che connotano la stagione dei rinnovi contrattuali.

La crescente insoddisfazione dei cittadini è evidente, giustificata.

Quanto accade non è casuale.

Nel nostro Paese si è progressivamente affermata l’idea, parte integrante della cultura liberista imperante in tanta parte del mondo, in Europa, che il welfare – segnatamente la sanità pubblica, gratuita, di qualità – sia un lusso, un qualcosa d’altri tempi, da superare. Ciò ancora una volta in nome di una distorta e strumentale lettura del processo di globalizzazione dei mercati che si è affermata, della competitività, che si vuole tradotta in flessibilità dei singoli, in rinuncia da parte degli stessi ad ogni tutela, dentro e fuori i luoghi di lavoro.

La crisi finanziaria ed economica nella quale si dibatte il Paese è usata per colpire ulteriormente la sanità.

Da tanto tempo il Servizio Sanitario Nazionale, all’insegna della riduzione della spesa pubblica, anche quale risposta al problema del debito crescente, è sottofinanziato da parte del governo centrale, ed i vincoli del patto di stabilità interna hanno ridotto le risorse in capo alle regioni. Ciò ha progressivamente prodotto tagli, in tanti casi indistinti, ai servizi e alle prestazioni, ha portato ad esternalizzare tanta parte di essi, ha ridotto il personale, precarizzato i rapporti di lavoro, mortificato le condizioni di reddito e l’attività di chi è chiamato a rispondere ai bisogni dell’utenza, finendo con il dequalificare il sistema.

A ciò ha contribuito anche l’affermazione di un crescente processo di aziendalizzazione:  l’assunzione dei parametri classici dell’azienda capitalistica che, tra l’altro, ha finito con l’incidere negativamente sulla stessa funzione di governo e di controllo delle Autonomie Locali.

Certamente serve la razionalizzazione della spesa, la lotta agli sprechi, battersi contro i fenomeni di corruzione che la cronaca evidenzia, ma ciò non basta, soprattutto non giustifica tale politica: ne serve un’altra!

E’ necessario riassumere la centralità del Servizio Sanitario Nazionale, garantire ad esso le necessarie risorse, ridare senso allo stesso dettato costituzionale in materia. Serve dire basta ad un processo che favorisce le logiche di mercato, che evidenzia il rischio del ritorno alle mutue; serve dire basta ai ticket, alla compartecipazione alla spesa da parte dell’utenza (la sanità è pagata dalla fiscalità generale, progressiva, non deve essere pagata due volte!), serve tutelare e valorizzare, anche economicamente, il lavoro in sanità. Le risorse ci sono, la scelta di utilizzarle a tal fine è solo politica.

La sanità deve essere pubblica, gratuita, di qualità. Tutto ciò non è solo possibile, è necessario.

Per tutte queste ragioni il Partito Comunista Italiano è in campo e promuove una vera e propria campagna in difesa dei diritti di tutti, contro il privilegio di pochi.

Curarsi deve tornare ad essere un diritto e come tale garantito.

Anche questo è parte di un’idea di società alternativa a quella che va affermandosi all’insegna del mercato, del profitto, e che evidenzia  una parte crescente della popolazione sempre più povera, insicura, sola.

Noi, il PCI, ci siamo!