Mauro Alboresi

Credo si possa esprimere piena soddisfazione per la riuscita di questo convegno.

Alle compagne ed ai compagni del PCI, ai relatori ed  ai rappresentanti dei diversi partiti comunisti intervenuti, che l’hanno resa possibile, un sentito grazie.

Il titolo che abbiamo inteso dare all’odierna iniziativa “I comunisti e l’Unione  Europea. Per una critica radicale alle politiche liberiste e per l’unità sovranazionale delle lotte dei comunisti”non è casuale.

Esso sottolinea quella che per noi è una esigenza: rompere con questa Europa per affermarne un’altra, promuovere a tal fine un confronto, una relazione sempre più ampia tra i diversi partiti comunisti, dare alle loro lotte il necessario carattere sovranazionale.

Siamo convinti che oggi più che mai occorre mettere in campo una capacità di analisi, di proposta, d’azione comune, in grado di contrastare efficacemente le politiche, l’idea stessa di Europa che il grande capitale transnazionale è riuscito ad affermare, e di prospettare un’alternativa possibile, oltre che necessaria.

Tra un mese esatto ricorrerà il 60°anniversario di quelli che vengono definiti i “ trattati di Roma”. Con essi, come noto, si istituì la Comunità Economica Europea e la Comunità Europea dell’Energia Atomica.

Tali trattati, unitamente all’accordo del 1951 che istituì la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, rappresentano il momento costitutivo della Comunità Europea.

Una Comunità Europea che, con i successivi trattati di Maastricht del 1992 e di Lisbona del 2009, ha via via assunto, con il nome di Unione Europea, il carattere che conosciamo.

E’ difficile pensare che i preannunciati festeggiamenti si ripeteranno nella forma enfatica che  ha caratterizzato quelli tenutisi nei diversi paesi europei in occasione del 50° anniversario di tali trattati.

Tanto, troppo è  accaduto in questi dieci anni.

Potremmo affermare che “il re è nudo”.

L’Unione Europea è in crisi, una crisi che deriva da ciò che per tanti doveva essere ( basterebbe riferirsi al riguardo al pensiero di diversi suoi padri fondatori, ad Altiero Spinelli, al Manifesto di Ventotene) e non è stata, da ciò che essa è, da ciò che rappresenta, anche e soprattutto per i popoli europei, che in larga parte, anche riferendosi alla storia recente del continente, ne avevano salutato con ottimismo la progressiva affermazione.

La relazione, le comunicazioni, hanno evidenziato, con dovizia di particolari, come ci si trovi di fronte al fallimento del progetto dichiarato di Unione Europea.

Essa è essenzialmente finanziaria, assai poco economica, per nulla sociale.

Non siamo di fronte, come è stato sottolineato, ad “una comunità progressiva e socialmente solidale”.

Quelli che si sono affermati sono gli interessi del grande capitale finanziario, gli interessi di pochi a discapito dei  molti che, quindi, non vivono più l’Unione Europea come una risorsa, bensì come un problema e cercano una risposta (anche questo significa la Brexit).

Quanto accade non è casuale.

Le ragioni di ciò vanno ricondotte ai trattati che ne sono alla base, Maastricht e Lisbona innanzitutto,  alle politiche che si sono progressivamente affermate a partire da essi, e che hanno evidenziato una crescente divaricazione tra paesi del nord e del sud Europa, in primo luogo sul piano finanziario ed economico: altro che integrazione!

Un processo, questo, reso ancora più evidente dall’entrata in vigore della moneta unica, l’Euro, che è oggi più che mai il collante di questa Unione Europea e che, come tale, non può essere disgiunto da essa.

Unione Europea ed Euro sono facce della stessa medaglia, una sorta di gabbia con la quale fare i conti, entro la quale per i comunisti, ma anche per la sinistra, non vi è futuro.

Dobbiamo rompere con questa gabbia, per questo diciamo no a questa Europa, all’Euro.

Tanto vi è in questo processo di Unione Europea, nella sua affermazione, di ciò che è accaduto da oltre un quarto di secolo, dalla caduta del muro, con tutto il suo carico simbolico, dalla caduta dell’URSS, del cosiddetto “blocco sovietico”( le cui motivazioni abbiamo più volte analizzato).

A fronte di ciò, infatti, il capitalismo ha potuto presentarsi come trionfante, affermare appieno le proprie politiche, operare senza un reale contrasto, senza una reale alternativa in campo, in altre parole all’insegna del pensiero unico, ossia della assunzione della neutralità dei problemi, delle compatibilità, della obbligatorietà delle scelte, delle riforme condivise; anche così si spiegano i governi tecnici, le grandi coalizioni, etc.

A tale pensiero unico si sono uniformate tante delle diverse articolazioni della sinistra europea, sancendone la crisi, che è politica e culturale assieme, resa evidente dal fatto che tutti i provvedimenti assunti a livello europeo in questa lunga fase hanno avuto il voto favorevole dei gruppi parlamentari europei liberale, popolare, socialista.

Oggi l’Unione Europea, che manifesta appieno la propria  natura, è chiamata a misurarsi con la crisi strutturale che ha colpito il sistema capitalista.

Contrariamente a quello che vorrebbero farci credere quest’ultima non è, non può essere, un sorta di alibi per le sue condizioni, per le sue politiche.

La filosofia liberista, che è per tanta parte alla base della crisi, continua ad ispirare le politiche dell’Unione Europea, e la crisi è usata per farne pagare il prezzo ai ceti popolari.

Lo andiamo dicendo da tempo: l’Unione Europea è irriformabile alla luce dei trattati, delle politiche che ne discendono, delle volontà in campo.

E’ irrealistica la rinegoziazione dei trattati, e tanto dice al riguardo la vicenda della Grecia.

Non serve più Europa, come in tanti continuano a sostenere, proponendo ad esempio una riduzione ulteriore dell’autonomia degli Stati membri a favore della Commissione Europea o del Parlamento Europeo, né tanto meno un esercito europeo, la cui funzione, in un contesto come l’attuale, profondamente segnato da politiche neo coloniali, neo imperialiste, dall’espansionismo della NATO, sempre più espressione di un blocco  euro atlantico a guida statunitense,  è facilmente immaginabile.

Non serve una chiusura nazionalista quale quella invocata, perseguita dalla destra, in tanta parte d’Europa, e che ha mostrato, mostra  il proprio volto, rappresentando una rilevante incognita per il  futuro democratico dei Paesi interessati, dell’Europa stessa.

Xenofobia, razzismo sono infatti sempre più evidenti, diffusi, e sempre più spesso si assiste a manifestazioni di chiaro stampo fascista, neo nazista.

Quella che si è innescata è una “guerra tra poveri”e la destra la cavalca, semplificando come sempre il proprio messaggio, ed oggi, con le elezioni alle porte in diversi Paesi dell’Unione Europea, viene proposta l’equazione immigrazione uguale insicurezza.

Oggi si parla molto  di Stato, di Nazione, di “sovranismo”e, come evidenziato da Vasapollo nella sua relazione, le declinazioni al riguardo sono molteplici.

Noi, molto più semplicemente, diciamo che siamo indisponibili ad una ulteriore cessione dei livelli di tutela acquisiti nel nostro Paese, ad esempio relativamente al Welfare, in nome dell’Europa.

La nostra Costituzione, i suoi valori fondanti, sono stati ripetutamente messi in discussione dalle politiche europee,  noi diciamo basta: dalla Costituzione vogliamo ripartire!

Non serve neppure un’Europa a due velocità, come proposto in ultimo da alcuni paesi europei, innanzitutto dalla Germania, poiché consoliderebbe in negativo lo status quo, le differenze tra nord e sud, tra i diversi paesi,  favorendone alcuni a scapito degli altri.

Serve un’altra Europa: dall’Atlantico agli Urali; un’Europa che ha in una dimensione sociale avanzata, tutelante, la propria ragion d’essere, un’Europa volta alla pace, alla collaborazione, alla solidarietà con il mondo.

Dalla crisi nella quale oggi essa versa si può, si deve uscire da sinistra.

Non aspettiamo una sorta di ora x.

Tanta parte della sinistra europea di alternativa, dei partiti comunisti europei, è chiamata a misurarsi concretamente, oggi, con questa sfida.

Serve un confronto, il più ampio possibile, tra i diversi soggetti interessati, tra i partiti comunisti, serve un approccio sovra nazionale.

In quest’ottica, per questo obbiettivo, abbiamo promosso questa importante iniziativa, e credo si possa affermare che con oggi si è compiuto un passo importante in tale direzione.

Stringere sempre più e meglio il rapporto tra partiti comunisti è quindi decisivo.

Non è più tempo di paesi guida, di partiti guida.

E’ tempo di ridare corpo alla nozione di internazionalismo, è tempo di rimettere al centro, con forza, la questione di una soggettività comunista capace di tenere assieme una precisa dimensione ideale, ideologica ( siamo e restiamo per una alternativa di sistema, siamo per la prospettiva storica del socialismo, del comunismo, non ci basta una pur importante alternativa di governo) con la capacità di misurarsi quotidianamente con i bisogni del blocco sociale, a partire dal mondo del lavoro, che essa  vuole, può  rappresentare, dandovi quella voce, quella  speranza che non c’è, non può esserci nell’Europa, nella società impostasi.

Il convegno odierno, nelle nostre intenzioni, rappresenta un primo passo in tale direzione,  riteniamo necessario darvi continuità.

Pensiamo sia importante per noi comunisti, per tutti coloro che non si rassegnano a ciò che l’Europa è, che si propone di essere.