Charis Polycarpou

Cari Compagni,

Cari amici,

prima di tutto vorrei ringraziare il Partito Comunista Italiano per l’organizzazione di questa conferenza e per averci invitato a discutere e scambiare le nostre esperienze relative al progetto europeo. Sebbene la situazione in ogni paese sia diversa, le lotte rimangono ancora comuni.

50 anni dopo la ratifica del trattato di Roma, l’Unione Europea sta attraversando la più grande crisi economica dalla sua fondazione, una crisi strutturale con caratteristiche diverse in tutta Europa. Siamo nell’era del memorandum, un’era in cui vengono erose la democrazia e la sovranità degli Stati.

Il deficit democratico è più che evidente oggi in tutta l’Unione. Le decisioni non sono prese dai rappresentanti dei popoli,invece i corpi burocratici a Bruxelles rispecchiano, nei loro atti, l’interesse dei monopoli di tutta l’UE. Sebbene essi invochino gli interessi del popolo, al popolo non è mai chiesto di esprimere la propria volontà. Anche i parlamenti nazionali stanno giocando un ruolo secondario oggi; la maggior parte delle volte sono chiamati solo ad approvare formalmente le scelte, piuttosto che a promuovere la democrazia e la prosperità nelle società europee.

Inoltre, un nuovo quadro economico e politico si sta sviluppando in seno all’Unione Europea. Un quadro lontano dai principi fondamentali di solidarietà e di sostegno che avrebbero dovuto esistere tra gli Stati membri. Invece, ciò che le persone stanno vivendo è un aumento della povertà e della miseria nel sud, mentre al nord la ricchezza, che è distribuita in modo non uniforme, è in aumento. Questa tendenza sta portando, attraverso l’imposizione di Memorandum la profonda redistribuzione della ricchezza, verso privatizzazioni di ricchezza pubblica e verso accordi tra grandi imprese straniere e locali a discapito dei diritti dei lavoratori. Le politiche neoliberiste sono state istituzionalizzate ad ogni istanza.

Secondo Eurostat tra il 2008-2014 oltre 300.000 aziende nel settore delle costruzioni nell’Unione Europea hanno chiuso i battenti, di queste 200.000 erano imprese molto piccole. A Cipro, nel corso degli ultimi quattro anni 5.000 aziende che avevano fino a 9 dipendenti sono fallite e dall’inizio della crisi un totale di 7.000 aziende hanno chiuso i battenti. In altre parole, l’economia europea potrebbe essere descritta come un caso in cui il “pesce” grande mangia quello piccolo.

Oggi, più di 120 milioni di nostri concittadini vivono in povertà, mentre i tassi di profitto delle imprese non finanziarie rimangono al 38%, praticamente la stessa percentuale di prima della crisi.

Il tasso di disoccupazione ha raggiunto il picco storico di quasi 25 milioni di disoccupati. Allo stesso tempo, vi è anche il problema della qualità del lavoro. Nel 2004, il lavoro temporaneo non superava il 15% della popolazione attiva. Già nel 2010 uno studio ha dimostrato che nella sole Grecia, Irlanda e Spagna, le forme di lavoro regolamentate con diritti molto limitati avevano raggiunto il 30-40%. Dal 1987 al 2007, il 30% dei nuovi posti di lavoro creati in Europa erano di natura e carattere temporaneo. Per quanto riguarda l’argomento che questa sarebbe la libera scelta dei lavoratori stessi, permettetemi di dire che questa è una menzogna. In un sondaggio condotto dalla Commissione Europea il 61,7% ha risposto che sono stati costretti ad accettare tale lavoro temporaneo e non regolamentato perché non riuscivano a trovare nulla di diverso in circostanze più normali.

L’Unione Europea, e in particolare la zona euro, non hanno mai creato in noi illusioni ed aspettative eccessive. Conosciamo bene la natura delle politiche economiche dell’Unione Europea. Non ci stancheremo di ripetere che il modo in cui l’Unione Europea opera mette gli interessi dei paesi potenti e multinazionali al di sopra degli interessi dei popoli.

Ricordo che la crisi è stata erroneamente attribuita ad un eccesso di spesa pubblica e delle famiglie, invece che alla sua origine strutturale. Così, gli stati membri dell’Europa hanno implementato programmi di austerità severa, apportando tagli duri ai servizi pubblici essenziali e alle prestazioni sociali, minando la stabilità finanziaria di tali servizi.

Tuttavia, dietro i tagli e dietro le misure di austerità sta il tentativo sistematico da parte della Commissione Europea e della Banca Centrale Europea direndere più profonda la deregolamentazione dell’economia Europea e di ridurre al minimo l’intervento dello Stato ed il sostegno alla società.

Inoltre, molte delle decisioni approvate nell’Unione Europea non sono state prese basandosi solo su criteri economici, ma i criteri politici erano per lo più le leve di tali decisioni. Un esempio della pratica ripetuta di ricatti palesi ed ultimatum, è stata vissuta da Cyprusin 2013, quando la BCE ha minacciato di chiudere l’intero sistema bancario, se l’agenda neoliberista e l’haircut (NdT: percentuale di valore di mercato che viene sottratta a un asset quando questo viene usato come garanzia nelle operazioni di rifinanziamento)sui depositi bancari non fossero stati accettati. Questa presa di posizione ha dimostrato in quali condizioni le istituzioni europee stanno imponendo decisioni agli Stati membri.

La firma del memorandum marzo 2013 segnò l’inizio di un nuovo periodo per l’economia di Cipro. Le condizioni e le modalità che sono state imposte per la concessione del finanziamento da parte dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale erano diseguali e squilibrate. L’accordo per l’haircut sui depositi bancari è stato particolarmente grave ed ingiusto per Cipro. Quattro anni dopo, la valutazione delle sue conseguenze sull’economia e sulla società di Cipro è negativo per non dire peggio.

La destabilizzazione complessiva dell’economia è stata enorme. La decisione ha alimentato la perdita di fiducia nel sistema bancario, portando al graduale restringimento dei prestiti e dei depositi a causa delle nuove condizioni nel settore bancario. Ma ciò che più fa arrabbiare è che la medicina imposta non ha curato il paziente. Cipro ha ancora la più alta percentuale di sofferenze nella zona Euro. È chiaro che il nostro paese è stato trattato come una cavia.

Inoltre, l’impatto sulla società è stato devastante. Al fine di valutare pienamente quale sia il lascito a Cipro delle politiche neoliberiste e del memorandum, si deve vedere l’impatto economico e sociale:

In primo luogo, il calo del reddito disponibile ha determinato una riduzione significativa degli investimenti sia pubblici che privati.

Nel solo 2013, il livello di spesa in conto capitale è diminuita del 21,6%. Oggi, anche se l’economia registra tassi di crescita positivi continui,è ancora lunga la strada da percorrere per ritornare al volume di produzione pre-crisi,

In secondo luogo, gli squilibri e le disuguaglianze sociali si sono inasprite.

La disoccupazione ha superato il 15%, mentre quella giovanile è salita quasi al 30%. Con l’attuazione delle politiche neoliberiste, trasferendo il peso della crisi sulle spalle dei lavoratori, con tagli generalizzati dei salari e delle indennità, in particolare nel settore privato, un solo risultato si è prodotto: la disuguaglianza dei redditi.

Secondo il Parlamento Europeo, Cipro è il paese con il maggiore incremento della disuguaglianza di reddito nel 2016. L’indice di Gini, che durante i livelli pre-crisi aveva una media di 29,5, oggi è salito a 33,6. Quasi il 29% della nostra popolazione è sull’orlo di povertà. Inoltre, Cipro è in fondo alla classifica dell’indice spesa per la protezione sociale.

Lo standard di vita nel paese è sceso così tanto che se oggi misurassimo la povertà rispetto ai dati economici del 2008, il tasso di povertà sarebbe più del doppio. Questa è la presunta “storia di successo” delle politiche economiche attuate a Cipro e nella periferia dell’Unione Europea.

In terzo luogo, la politica di svalutazione interna attraverso la riduzione del costo del lavoro per aumentare la competitività è fallito nei fatti.

Il costo del lavoro, anche se drasticamente ridotto determinando una conseguente contrazione dei redditi delle famiglie, non ha avuto un impatto significativo sulla produttività del sistema economico che è rimasto stagnante. La riduzione del costo del lavoro ha avuto un impatto unidimensionale, vale a dire ha aumentato solo il margine e lo spazio per il profitto delle grandi imprese.

In quarto luogo, l’impatto sul mercato del lavoro è stato molto pesante.

Cipro registra le peggiori percentuali di sottoccupati, vale a dire coloro che lavorano in impieghi part-time e ricevono un basso salario. Per 15 trimestri consecutivi gli stipendi sono diminuiti e la percentuale della popolazione con famiglie che vivono con un bassissimo indice di intensità di lavoro è raddoppiato negli ultimi cinque anni. Negli ultimi anni, il numero di persone inattive, cioè le persone che non sono più in cerca di lavoro, è aumentato drammaticamente.

In quinto luogo, l’assenza di adeguati strumenti di sviluppo, ma anche la base produttiva precaria,mostrano che le prospettive per il futuro sono altrettanto desolanti.

Cipro si basa quasi esclusivamente sui servizi e sul turismo internazionale, dato che il veicolo principale per la crescita negli ultimi dieci anni, vale a dire il settore delle costruzioni, è oggi in crisi e senza prospettive reali per il futuro. I diritti umani fondamentali, come il diritto alla casa, sono in pericolo. Allo stesso tempo si stanno promuovendo le privatizzazioni delle organizzazioni semi-governative redditizie, che sono di importanza strategica per l’economia cipriota, a prezzi di svendita in favore delle multinazionali.

Questo è lo stato dell’economia di Cipro con i ciprioti che vivono una situazione senza precedenti. Anche se il Governo e l’Unione Europea si rifiutano di ammetterlo, la realtà è che l’insoddisfazione della società nei confronti del progetto Europeo è aumentata drasticamente. “Eurobarometro” ha di recente rilevato che la stragrande maggioranza del popolo di Cipro ritiene che non solo la situazione rimane molto cattiva, ma che andrà ancora peggio in futuro.

La società europea non può più sopportare di vedere il suo deterioramento. È indicativo che ancora oggi, a quasi dieci dalla brusca frenata del tasso di crescita non si è riusciti a tornare ai livelli pre-crisi. Ovunque siano state applicate le prescrizioni di austerità ed i memorandum si incontrano gli stessi fenomeni. Inoltre non possiamo ignorare che sempre più politici, scienziati e attivisti sono critici con queste politiche. Invece l’Unione Europea sembra non vedere alcuna necessità di cambiare l’ideologia attuata finora.

Tuttavia, continuando ad essere dogmatici, i risultati per la gente non potranno essere diversi. Noi, purtroppo, continueremo ad approfondire le contraddizioni e ad alimentare il nazionalismo negli Stati membri. Le fondamenta del neoliberismo, la filosofia che ci ha portato alla crisi, continuano ad ispirare oggi le politiche attuate perché si suppone facciano superare la crisi.

Questa ottusa contraddizione pesa oggi sull’Unione Europea e in particolare sulla capacità dell’Eurozona di creare un reale sviluppo economico per i loro popoli.

Per AKEL l’uscita dalla crisi significa migliorare il tenore di vita per l’intera società. Ciò significa la creazione di posti di lavoro con diritti; al fine di garantire un reddito adeguato per i lavoratori. Significa sanità pubblica,istruzione e assistenza di qualità. Significa sostenere la parte vulnerabile della popolazione.

Purtroppo, per il governo di Cipro e per la classe dirigente nell’Unione Europea, l’uscita dalla crisi significa che i ricchi diventano sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri. Significa la svendita della ricchezza e della proprietà pubblica; la svendita delle imprese cooperative; il collasso degli ospedali pubblici e la deregolamentazione dei rapporti di lavoro.

Il futuro dell’Europa non può essere intrappolato nella stagnazione.

Le soluzioni devono essere date a livello locale e a livello Europeo attraverso scelte che aumentino la spesa pubblica in progetti di investimento e di infrastrutture; attraverso l’elaborazione e la realizzazione di una strategia per mettere mano in modo sostanziale alla riduzione della disoccupazione; attraverso la creazione di posti di lavoro stabili e dignitosi; attraverso il rafforzamento degli sforzi per combattere la povertà e l’esclusione sociale; con il rispetto delle peculiarità della struttura economica di ciascuno stato membro, lontani da qualsiasi approccio unico ed uniforme che nella maggior parte dei casi affronterebbe il problema in modo superficiale e approssimativo; attraverso un piano alternativo globale, anche con l’attuazione di misure non convenzionali, di misure che avranno come priorità il potenziamento qualitativo e l’innalzamento del tenore di vita della società e non il mero miglioramento quantitativo degli indici.

In queste condizioni, tutte le forze progressiste hanno il dovere di promuovere un’azione comune e proporre un percorso alternativo genuino, lontano dal patto di stabilità; un percorso che non ha come unico criterio il monetarismo della Banca Centrale Europea, ma che invece sostiene la classe lavoratrice in Europa.

Per generare per Cipro e per l’Europa una prospettiva di pace, prosperità e progresso.

Grazie mille.