Bruno Steri

Care compagne e cari compagni,

lo scorso 8 gennaio il Comitato Centrale del Pci ha discusso e approvato un documento – “Il partito Comunista italiano e la questione europea”, questo il titolo – in cui ha confermato le ragioni di un orientamento che aveva già trovato concordela Segreteria nazionale. Il nostro Partito ha così assunto una  chiara posizione su un tema da sempre delicato ma che oggi ha acquisito il carattere dell’emergenza, imponendosi come tema dirimente sulla scena politica nazionale.

Con il suddetto documento il Pci intende trarre coerentemente le conseguenze politiche da un giudizio radicalmente negativo sull’Unione Europea e sull’area monetaria da questa inaugurata, nonché dalla loro sperimentata irriformabilità: conseguenze che dunque  vanno a qualificare la linea praticata in ambito nazionale e sostenuta nel confronto con gli altri partiti comunisti e con le forze della sinistra di classe continentale. Un tale netto giudizio è fondato sull’analisi dei dati concernenti  l’economia italiana e – più in generale – quella dei Paesi dell’Eurozona nell’arco degli ultimi tre decenni, dati dai quali si evincel’inesorabile arretramento della nostra economia, in particolare dell’apparato produttivo del nostro Paese e delle condizioni di vita del grosso della sua popolazione. Ciò avviene nel quadro di una progressiva divaricazione tra le economie dei Paesi centrali (Germania in testa) e quelle dei Paesi cosiddetti periferici, a tutto danno di questi ultimi. La crisi capitalistica, dal 2008 in poi, ha certamente accentuato un tale regresso, ma esso ha iniziato a far sentire i suoi effetti con l’inaugurazione dell’Unione Europea e della sua moneta unica. Insomma l’Unione europea, lungi dall’essere la soluzione, si è dimostrata per le lavoratrici e i lavoratori (italiani e non) il problema; al cuore di tale problema, sta il sistema (l’insieme delle regole) dell’euro.

Per la verità, il carattere intimamente contraddittorio, oltre che socialmente regressivo, dell’approccio monetarista era chiaro sin dall’inizio. Molti di noi si sono impegnati in questi anni nel tentativo di modificare per così dire “dall’interno” lo statuto e gli orientamenti di base di questa Unione, così come sono scolpiti nei suoi Trattati: ci siamo opposti – anche col voto – alle regole di Maastricht, alle politiche di austerità imposte da Bruxelles, al patto di stabilità e al veto posto all’intervento pubblico in economia – in termini di investimenti pubblici, di risorse destinate dallo stato al sostegnodei settori nazionali strategicie per lacreazione di buona occupazione; ci siamo opposti alla spinta a privatizzare servizi essenziali (energia, trasporti, telecomunicazioni, sistema del credito). Né abbiamo cessato di criticare aspramente l’indipendenza della Banca centrale europea, la cui missione – in piena deflazione – è stata concepita come unicamente votata al contenimento dei prezzi.

Dobbiamo dire oggi che purtroppo tale opposizione, per quanto generosa, è risultata sterile, politicamente inefficace. E non a caso.Nel nostro documento insistiamo sul fatto che le politiche dell’Unione Europea non sono l’espressione di errori, ma di un consapevole orientamento di classe e antipopolare, teso a cercare un equilibrio che tuteli  innanzitutto gli interessi della parte egemone del capitale finanziario continentale e, sul piano delle relazioni tra Stati, gli interessi dei creditori:un orientamento guidato dai “poteri forti” sovranazionali e insofferente ai lacci e lacciuoli di una democrazia partecipata (financo quella derivante dai responsi elettorali e referendari).In tale rigido mandato si riassume l’irriformabilità dell’Unione e dei suoi Trattati e la funzione non meramente tecnica ma politicamente costituente della moneta unica e delle sue regole (da Maastricht in poi).Anziché migliorare, le cose sono andate vieppiù peggiorando. E a partire dal 2008, col deflagrare della crisi, le condizioni di permanenza nella zona euro sono divenutesempre meno tollerabili. Come è noto, i parametri di Maastricht lungi dall’essere aboliti sono stati ulteriormente inaspriti da successivi patti, che hanno ridotto a zero la tolleranza sul deficit pubblico e stabilito una tempistica ultra-rigorosa per il rientro dal debito, con un totale potere di condizionamento da parte di Bruxelles e più severe sanzioni in caso di infrazione (vedi Fiscal Compact, Two Pack e Six Pack).

Il progetto europeo, a trazione tedesca e di ispirazione liberista, oltre che iniquo socialmente si è dimostrato oggettivamente fallimentare, sin dall’origine gravato da stridenti e insanabili contraddizioni (come peraltro era stato subito denunciato dal Partito Comunista Italiano e dagli interventi di molti suoi autorevoli dirigenti).L’Unione si è trovata infatti a dover fronteggiare gli squilibri causati dai differenziali di competitività esistenti al suo interno e, in particolare, la divaricazione nell’andamento delle bilance commerciali. La strada scelta per tentare un riequilibrio è stata quella dell’abbattimento del costo del lavoro per unità di prodotto, con l’obiettivo di incrementare per questa via la produttività dei Paesi “periferici” e sanare i loro conti con l’estero. In sostanza, si è addossato l’onere sulle spalle dei Paesi debitori: ma il risultato è stata la distruzione della domanda interna.  Il caso Grecia è a tal riguardo paradigmatico. E’ stato sottolineato come, col deflagrare della crisi greca e da questa in poi, le politiche di Bruxelles abbiano unicamente puntato a tutelare i creditori esteri (principalmente le banche tedesche e francesi): la cosiddetta austerity non è servita ad abbattere il debito pubblico, che infatti ha continuato a lievitare (in Grecia come in Italia) bensì è servitaa consentire ai Paesi debitori un avanzo commerciale con cui ripianare il debito estero (ovviamente ai danni dei consumi interni). Main questo modo, determinando l’impoverimento dei suddetti Paesi, non si è affatto messa in sicurezza la solvibilità delle loro economie  e più in generale quella del sistema euro come tale. Anzi, le crepe hanno continuato ad approfondirsi.

In definitiva, finché i governi dell’Europa mediterranea  saranno sottoposti alle regole dell’Unione europea e dei suoi Trattati, finché ad essi sarà precluso il ricorso ai normali e autonomi strumenti di controllo macroeconomico (politica dei tassi d’interesse, politica dei cambi, politica di bilancio), sarà pressoché impossibile per essi sottrarsi ad un destino di impoverimento industriale e di disoccupazione. Consegnati ad un contesto in cui l’esistenza di una moneta unica ha precluso ai singoli Paesi la possibilità di svalutare una propria moneta (così da dare ossigeno all’export) e in cui si è impedito il ricorso alla spesa pubblica per investimenti, ai Paesi “periferici” non è restato che stringere i cordoni della politica salariale e liberalizzare il mercato del lavoro. Solo così infatti è diventato possibile reggere la “forte competizione” interna all’area, peraltro auspicata con furore ideologico dai Trattati, rispondendo alle politiche di dumping salariale praticate dai Paesi “centrali”, Germania in testa.Oggi la musica non cambia, anzi aumenta la pressione di Bruxellesperché siano adottate nuove misure di austerità: con la minaccia all’Italia di una procedura di infrazione per deficit eccessivo; con la conseguente prospettiva di nuovi  tagli e nuovi sacrifici (dovuti non soloalla richiesta di trovare entro aprile 3 miliardi e mezzo di rientro dal deficit pubblicoma, soprattutto, dovuti alla richiesta da parte di Bruxelles di un vero e proprio “piano nazionale di riforme” da varare per l’abbattimento del debito);con la prefigurazione da parte della signora Merkel di un’Europa a più velocità (che sottende un salto di qualità nella rigida applicazione degli orientamenti sin qui tenuti, per quanti intendanoparte del gruppo di testa). E’ stato giustamente osservato che a quelli che insistono nel chiedere “più Europa” bisognerebbe rispondere che, a questo punto, il problema non è “quanta Europa” ma “quale Europa”. E che sarebbe ora di cambiare risolutamente strada.

C’è dunque da sorprendersi se oggi l’Eurobarometro di Bruxelles segnala che l’Italia, da Paese a maggioranza europeista, è passato ad avere il più basso numero di favorevoli all’euro dopo Cipro? In tale contesto, non si può esprimere un giudizio categorico sull’irriformabilità dell’Unione europea, con le motivazioni qui esposte, e poi non offrire alcuna ipotesi alternativa, conseguente e concreta. Non si può restare a mezz’aria. In politica non esiste il vuoto: laddove si crea, qualcuno verrà ad occuparlo. Non vorremmo che fossero le destre. D’altra parte, al di là di quello che la sinistra di classe e noi comunisti possiamo dire o fare, è la situazione generale che va rapidamente e profondamente deteriorandosi. Non può essere un caso che lo stesso presidente della Bce Mario Draghi, sollecitato dalla specifica domanda di due deputati italiani,abbia sentito la necessità di dichiarare che “qualunque Paese che dovesse lasciare l’Eurozona deve prima saldare il conto”: un conto, a suo dire, assai salato. E non è un caso che qualche giorno dopo, in risposta a tale velata minaccia, niente meno che Mediobanca –così come è riportato da Wall Street Italia – in uno studio messo a disposizione della sua clientela,  per la prima volta metta nel novero delle possibilitàl’uscita dall’euro: aggiungendo però che in tale evenienza l’Italiaci guadagnerebbe risparmiando miliardi. In proposito, l’Istituto di credito specifica che quando si parla di produttività la moneta conta e che, nel merito del tasso di cambio,l’Italia sconta rispetto alla Germania un differenziale negativo del 20%. Commenta la nota: “Una follia: è come correre azzoppati i 100 metri”.  Infatti, come ad esempio ha recentemente ricordato Federico Fubini (Corriere della Sera, 24 settembre 2016), la Germania produce beni che il resto del mondo compra, col considerevole introito di 1000 miliardi di euro l’anno. Una provvidenza enorme che tuttavia non viene reimpiegata all’interno del Paese, non si traduce in miglioramenti salariali e consumiinterni (dunque alimentando l’export degli altri Paesi). E’ così che la bilancia dei pagamenti tedesca si è impennata dal 2003 fino ai livelli parossistici di oggi. E’ tutto merito dell’efficienza produttiva tedesca? A quanto pare, no. Il fatto è che il prezzo delle merci tedesche è troppo basso: il Fondo Monetario Internazionale ha stimato che i tedeschi dovrebbero operare con una moneta del 15% più forte (dunque meno competitiva sul piano dei rapporti commerciali), mentre Francia e Italia con una più debole del 10% (a tutto vantaggio delle loro esportazioni). Come si vede, l’euro copre condizioni di scambio assai differenti (premiando alcuni e penalizzando altri): a riprova che il presupposto su cui fu inaugurata la moneta unica europea – e cioè che fosse sufficiente fissare un vincolo monetario perché i Paesi da esso accomunati attenuassero le differenze delle loro economie – questo presupposto è del tutto irrealistico e foriero di squilibri.Anche alla luce di questo –continua la nota di Mediobanca – negli ultimi 15 anni la ricchezza del nostro Paese non è cresciuta e dal 2008 il Pil è crollato di 7 punti percentuale. E aggiunge che, se è vero che l’ombrello della Bce ci ha garantito di piazzare il nostro debito a bassi tassi di interesse, va però anche detto che “Draghi non potrà comprare all’infinito i nostri Btp” e che “i nuovi regolamenti europei obbligheranno le banche ad alleggerire i loro portafogli di titoli italiani”. Meglio quindi, secondo Mediobanca,ridenominare il nostro debito in lire (quindi: uscire dall’euro) e ritornare ad una politica monetaria sovrana: secondo il calcolo di costi e benefici proposto dallo studio in questione, il primo dei passi suddetti costerebbe immediatamente all’Italia 71 miliardi di euro, ma con l’assestarsi della sovranità monetaria il nostro Paese spunterebbe un guadagno complessivo di 56 miliardi di euro.

Questi sono i ragionamenti che cominciano a prendere piede tra quelli che contano. La stessa Unicredit, in occasione del recente aumento di capitale di 13 miliardi di euro, ha prodotto un documento in cui tra “i fattori di rischio” è inclusa la possibile dissoluzione dell’Eurozona.E in effetti ha prodotto una certa sensazione il fatto che l’ipotesi di un uscita dell’Italia dall’euro cominci ad essereesplicitamente evocata nei telegiornali della sera. Ma del resto non è più un mistero per nessuno che dall’esito delle prossime scadenze elettorali (elezioni politiche in Olanda, Francia, Germania e Italia) dipenderà  l’ esistenza della moneta unica e della stessa Ue. Come è del tutto evidente, un’implosione dell’Ue e un superamento dell’euro o comunque un Italia senza Ue e senza euro è una prospettiva che appartiene già al novero delle possibilità ravvicinate. Sarebbe da irresponsabili se si continuasse a non rendere esplicita una tale evenienza, se non si provvedesse da subito a indicare nel concreto una via che tuteli gli interessi delle classi popolari. Come è stato per tempo sottolineato da economisti e intellettuali della sinistra di classe, un’uscita dall’euro può avere due opposti esiti, uno di destra e uno di sinistra, a seconda che il processo sia imposto dai poteri forti oppure condizionato dall’azione e dalle proposte delle sinistre e dei comunisti.

Non abbiamo davanti un cammino semplice e nulla ci verrà regalato, questo è chiaro; ma per questo dobbiamo cominciare a sgombrare il terreno da forzature,contrastando il clima allarmistico (fondato su una presentazione deficitaria dei dati reali) che circonda l’ipotesi di superamento della moneta unica e di deflagrazione o rottura dell’Unione europea. Non vi è dubbio che l’evoluzione tutt’altro che drammatica del caso Brexit faciliti una tale opera di controinformazione. Ad esempio, studi recenti hanno inteso demistificare le previsioni di un distruttivo crollo del salario reale in caso di superamento dell’euro e conseguente svalutazione della moneta, fornendo dati assai più articolati. In quasi tutti i  casi di sganciamento da un regime di cambi fissi avvenuti negli ultimi venti anni, dopo un più o meno pronunciato calo, il salario reale è comunque tornato nel giro di cinque anni ai livelli precedenti.  Dunque – osserva l’economista italiano Emiliano Brancaccio – se non si può escludere un impatto negativo sui salari e sulla distribuzione del reddito, è però  “da ritenersi  risibile l’idea, molto diffusa a sinistra, secondo cui l’abbandono dell’euro comporterebbe inesorabilmente una svalutazione di tale portata da generare un crollo verticale dei salari reali”. E, in ogni caso, “l’uscita da un regime di cambio fisso può avere o meno un impatto negativo sul potere d’acquisto dei lavoratori e sulla distribuzione del reddito nazionale a seconda che esistano meccanismi istituzionali – scala mobile, contratti nazionali, prezzi amministrati etc – in grado di agganciare i salari alla dinamica dei prezzi e della produttività”.  Insomma, lo scenario futuro dipende anche da noi, dalla capacità del movimento di classe di riprendere la parola: in tal senso, sarà bene impegnarci a fondo per sostenere ad esempio i referendum sociali promossi nel nostro Paese dalla Cgil.

Prima di chiudere, voglio accennare ad un’ultima questione assai delicata e controversa. Cosa intende esattamente Mario Draghi quando evoca lo spettro di un conto salato da pagare all’Eurosistema? Evidentemente, egli si riferisce in particolare all’immissione di liquiditàdenominata Quantitative Easing(letteralmente: alleggerimento quantitativo), attraverso cui la Bce consente ad una Banca centrale nazionale, poniamo a Bankitalia, di creare moneta dal nulla ad esempio per ricomprare titoli del debito italiano detenuti da investitori  tedeschi: cosa che serve a tener bassi gli interessi sul nostro debito ma appesantisce il saldo negativo del nostro conto con l’Eurosistema. Infatti a tale nuova liquidità corrisponderà una passività a carico del bilancio italiano rispetto a quello dell’Eurosistema: una passività che non si concretizza in una vera e propria transazione di denaro ma che mantiene il carattere di una scrittura contabile (come quando dal droghiere diciamo di “segnare sul conto”). Ora, il conto dell’Italia ha raggiunto a novembre del 2016 un saldo negativo di 357 miliardi di euro che, in caso di uscita dall’euro, la Bce rivorrebbe indietro.La faccenda però non è così lineare come la fa Mario Draghi: avete un debito, quindi pagate. In propositoc’è da osservare che, se l’Europa fosse davvero unita e solidale, non ci sarebbero né banche centrali nazionali né scritture contabili intraeuropee. Così funziona in uno Stato: se in Abruzzo c’è un terremoto, non c’è bisogno di segnare su un conto quante risorse sono giunte, poniamo dalla Lombardia, per la ricostruzione. Lo Stato effettuerà i trasferimenti di risorse necessari. Punto e a capo. Non così per l’Europa: dove contraddittoriamente si parla di unità bancaria e contemporaneamente continuano a sussistere banche centrali nazionali (con un conto proprio in attivo o in passivo); e dove proprio l’impossibilità di agire sul cambio obbliga i singoli Paesi a richiedere emissioni monetarie per i i loro fabbisogni. Insomma una situazione del tutto anomala, che quanto meno esigerebbe una revisione dei conti sulla base di un dare/avere complessivo. Inoltre, ha ragione Mediobanca, è del tutto contestabile che l’eventuale pagamento dovrebbe avvenire in euro, come pretenderebbero i creditori e non nell’eventuale nuova moneta locale: il deprezzamento che subirebbe quest’ultima rispetto all’euro assottiglierebbe evidentemente il quantum in questione.  Senza dimenticare che, oltre a tutto ciò, se un Paese come l’Italia uscisse dall’euro e dall’Ue, l’Ue stessa e la sua moneta unica cesserebbero con ogni probabilità di esistere.

Come si vede, c’è tutta una complessa materia da vedere nel dettaglio. Io mi fermo qui. Ovviamente siamo ben consapevoli che, nella condizione attuale, non possiamo pretendere di dettare nel merito l’agenda del governo italiano. Possiamo e dobbiamo però far crescere a sinistra un orientamento intorno a questioni che gravano sulle condizioni di vita delle classi popolari e che risultano assolutamente discriminanti sul piano della collocazione politica. Ed è importante che, alla fine del prossimo mese di marzo, quando qui a Roma si riunirà l’establishment della Ue, si faccia sentire anche la voce della sinistra di classe e dei comunisti. Dobbiamo da subito prefigurare un’Europa diversa da quella oggi vigente. Si tratta di ricostruire ex novo un’alternativa politica e di trasformazione sociale: per la valorizzazione del lavoro, per una giustizia fiscale, per riguadagnare al controllo pubblico i settori strategici dell’economia, per rivitalizzare la partecipazione democratica oggi mortificata dai diktat della tecnocrazia di Bruxelles. E, in tale prospettiva, si tratta di bloccare il ritorno della guerra e della tracotanza neonazista nel cuore del continente. Occorre un’Europa che non sia un’accondiscendente ancella dell’imperialismo Usa e che non faccia della Nato il suo braccio armato. Un’Europa che configuri un nuovo quadro politico e istituzionale, un’Europa di pace, di cooperazione economica, di solidarietà tra popoli e stati, che siano sovrani e con gli stessi diritti: una comunità di Paesi solidali dall’Atlantico agli Urali. Questi gli obiettivi: attrezziamoci da subito per trovare su di essi consenso e provare a raggiungerli.