Bilancio di un progressivo congedo

In relazione all’ultimo libro di Domenico Losurdo, “Il marxismo occidentale – Come nacque, come morì, come può rinascere”

Di Emiliano Alesandroni, Le Monde Diplomatique, luglio 2017

Ne L’Espresso del 1989, Franco Fortini descriveva Maximilien Robespierre e la sua vicenda storica come «un esempio memorabile dei limiti della volontà umana alle prese con la resistenza delle cose». Su un simile scarto tra soggetto e oggetto aveva già insistito, in passato, Giacomo Debenedetti che, analizzando i nuovi sviluppi del romanzo europeo, riscontrava come le «ragioni della mente» e «del cuore», in Occidente, si stessero sempre più allontanando da quelle «del mondo».

Quella narrata da Domenico Losurdo nel suo ultimo libro (Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere, Laterza, Bari-Roma 2017) è la storia critica del progressivo congedo che il cosiddetto marxismo occidentale, ad eccezione di figure come Gramsci e Lukács, ha compiuto, appunto, rispetto alle ragioni del mondo e alla resistenza delle cose.

Numerosi gli autori presi in esame: Horkheimer che nel 1942, con «la Wehrmacht alle porte di Mosca», si indigna e si rammarica «per il fatto che i leader sovietici non si preoccupavano di realizzare l’ideale dell’estinzione dello Stato»; certamente, fa notare Losurdo, «Hitler avrebbe a suo modo condiviso tale rammarico» (VIII).

  1. Bloch, incline a liquidare «l’idea stessa di nazione», e W. Benjamin propenso ad «identificare» e «criticare congiuntamente violenza, diritto e potere in quanto tali» (9).
  2. Tronti, la cui «lettura binaria del conflitto sociale» individuando «una sola contraddizione (quella che contrappone operai e capitale), trasforma questa in una prigione all’insegna del più gretto corporativismo». Si chiede a tal proposito l’autore: dalla prospettiva di Tronti che cosa «avrebbero dovuto fare gli operai cinesi mentre il loro paese era invaso: continuare a rivendicare aumenti salariali senza preoccuparsi per la schiavizzazione che incombeva su di loro e sui loro concittadini?» (62).

L’intera concezione di potere elaborata da Foucault, inoltre, priva com’è della sua dialettica interna, rimane astratta ed eurocentrica (ciò che, d’altro canto, aveva già a suo tempo rilevato Edward W. Said). La categoria di «biopolitica» peraltro (come quella di «totalitarismo» formulata da Hannah Arendt) «mira ad accostare Urss staliniana e Germania hitleriana, talvolta aggiungendovi nel giudizio di condanna persino il socialismo in quanto tale e il Welfare State» (137). Sono, rammenta Losurdo, le argomentazioni di Friedrich von Hayek. Il risultato, oltre all’assoluzione della tradizione liberale, è l’occultamento dei tratti più specifici del nazismo, comprensibili soltanto a fronte del doppio legame che li tiene uniti alla storia del colonialismo.

Numerosi ancora gli autori sottoposti a critica: da Adorno a Marcuse, da Colletti a Timpanaro, da Agamben a Žižek.

Il fulcro concettuale del volume è la rimozione della questione nazionale e coloniale che il marxismo euroatlantico avrebbe operato nel corso del Novecento. Questione che, pur affannando ancora il nostro presente, resta ampiamente trascurata.

Tale rimozione alimenta i due principali limiti filosofici del marxismo occidentale: il suo carattere utopico e messianico (traccia dell’inettitudine a misurarsi con la concretezza e la complessità dei processi storici reali) e la sua parzialità prospettica (segno dell’incapacità di assumere un carattere autenticamente universalistico).

Soltanto superando questi limiti il marxismo occidentale potrà, per usare una terminologia hegeliana, elevarsi dal rango di espressione del proprio tempo (Marx direbbe ideologia), a quello di concetto.

Si tratta di un libro, per tornare al linguaggio di Fortini, che si lascia perdere di vista; ma solo finché c’è nebbia.

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