I moti di Milano del 1898

Il Regno d’Italia, nel 1898, aveva l’assetto tipico delo Stato liberale ottocentesco, così come si era delineato durante l’esperienza risorgimentale. La partecipazioe alla vita politica attiva era tuttora riservata a una minoranza di cittadini, prevalentemente appartenenti ai ceti agiati. La scelta del suffragio censitario, adottata inizialmente per varie e talora contrastanti motivazioni, era stata poi conservata, pur con progressive estensioni, anche dai governi della Sisnistra storica ed era stata sostenuta anche da un fervente repubblicano qual era Francesco Crispi, soprattuto in ragione delle gravi condizioni di analfabetismo in cui, ancora alla fine del Diciannovesimo secolo, versava una gran parte della popolazione.

In quegli stessi anni, l’affacciarsi di nuove istanze sociali, dovuto al progressivo sviluppo industriale italiano e lo sviluppo dei primi movimenti di massa, quali il socialismo, interpreti di tante aspirazioni del ceto popolare, crearono sempre maggiori frizioni con le istituzioni che si orientarono, invece, a un controproducente irrigidimento su posizioni conservatrici. Un esempio di questa situazione è dato dall’atteggiamento nei confronti delle nascenti organizzazioni sindacali, tollerate come semplici associazioni e controllate dal governo.

All’epoca Milano, con quasi mezzo milione di abitanti, era la seconda città più popolata d’Italia dopo Napoli ed era già la capitale finanziaria della nazione. Si trattava della città più importante per sperimentare nuovi modelli di una società semi-industrializzata in una fase cruciale di sviluppo ed emancipazione del ceto popolare guidato all’epoca da un ceto borghese milanese colto e illuminato.

La situazione, già problematica per la elevata disoccupazione e i bassi salari, divenne più tesa a causa dell’aumento del costo del grano e conseguentemente del pane (che passò da 35 a 60 centesimi al chilo). Questo rincaro venne determinato in parte a causa degli scarsi raccolti agrari e in parte a causa dell’aumento del costo dei cereali d’importanzaione determinato dalla guerra fra Spagna e Stati Uniti, nel corso della quale il paese iberico aveva perduto numerosi possedimenti coloniali quali Cuba e le Filippine, passati nell’orbita della potenza emergente nordamericana. Molti e validi esponenti politici tentarono di organizzare la protesta delle masse lavoratrici in modo pacifico, in modo da ottenere dal governo riforme in senso democratico, ma il malessere popolare era tale da far sì che il movimentismo spontaneo di tendenza anarchica, radicale e socialista prevalesse. Pur non essendoci alcun progetto rivoluzionario, nel 1898 l’avversione popolare contro tutte le istituzioni statali e contro chi le rappresentava toccò il suo apice nell’ancora breve storia dell’Italia unitaria.

Le prime rivolte popolari si verificarono in Romagna e in Puglia il 26 e 27 aprile. Nei giorni successivi si unirono molte altre città e paesi. Negli scontri morirono diversi manifestanti. Il 2 maggio venne dichiarato lo stato di assedio a Firenze e due giorni dopo lo stesso avvenne a Napoli.

Fiorenzo Bava Beccaris

Tornando a Milano, fin dai primi giorni del mese di aprile, il generale Fiorenzo Bava Beccaris, comandante il III Corpo d’Armata, considerate le prime avvisaglie di manifestazioni in tutta Italia, aveva incominciato l’organizzazione delle forze alle proprie dipendenze, in vista del sempre più probabile utilizzo delle stesse nell’ambito di operazioni di ordine pubblico nelle province di pertinenza della sua grande unità. Oltre a Milano, tra i principali presidi del III Corpo d’Armata figuravano Como, Bergamo, Brescia, Lecco, Monza e Varese, tutti centri ad alta densità industriale e, dunque, data la situazione, sensibili alla mobilitazione di massa.

Le forze totali a disposizione di Bava Beccaris ammontavano, per il presidio di Milano, a circa 2.000 uomini di fanteria, 600 di cavalleria e 300 di artiglieria a cavallo. Data la situazione in Lombardia, non vi era la possibilità di attendersi cospicui rinforzi dai presidi vicini. Dal punto di vista militare, la situazione era ulteriormente aggravata dalla chiamata alle armi della classe di leva 1873 (prevista nei giorni 6,7 e 8 maggio), che comportava ulteriori problemi logistici e organizzativi.

Il 2 maggio, il ministero dell’Interno, considerata la situazione generale del Regno, aveva autorizzato i Prefetti ad affidare, in caso di necessità, il ristabilimento dell’ordine all’Autorità militare territorialmente competente. Il 5 maggio, il Prefetto di Milano, barone Antonio Winspeare, comunicò al generale Bava Beccaris che per il giorno seguente erano previsti gravi disordini in città. Il generale decise così di richiamare in città anche il 6° reggimento Alpini, che si trovava alle sedi estive, inviandone però due distaccamenti a Varese e Lecco. Le truppe già presenti a Milano, alla sera del 5 maggio, poterono così contare su un rinforzo di circa 150 alpini.

Venerdì 6 maggio, verso mezzogiorno, alcuni agenti di polizia si infiltrarono tra gli operai della Pirelli di via Galilei. Approfittando della pausa per il pranzo, in fabbrica venivano distribuiti volantini di protesta, sui quali fra l’altro si trovava scritto che il governo era il vero responsabile della carestia che travagliava il Paese. La polizia arrestò sindacalisti e operai e dovette nuoversi Filippo Turati, deputato dal 1896, perché quasi tutti venissero rilasciati. In questura ne restò solo uno. I lavoratori della Pirelli reclamarono la liberazione del compagno e la loro protesta ebbe la solidarietà delle maestranze delle altre fabbriche cittadine. Al termine della giornata il braccio di ferro tra operai e poliziotti non era finito: verso sera, in risposta alla sassaiola di un gruppo di dimostranti, la polizia sparò qualche colpo.

Verso le 18.30, un drappello del 2° battagione del 57° reggimento fanteria “Abruzzi”, al comando del maggiore Luca Montuori, venne richiamato da forti rumori in via Napo Torriani: una folla di circa 1000 manifestanti stava assaltando la caserma della Questura e, dopo aver ammucchiato materiali e mobilio davanti al portone, stava tendando di darvi fuoco.Nel frattempo, il Delegato di Pubblica Sicurezza che, insieme alle guardie presenti in caserma e ad un altro drappello di militari si era precedentemente ritirato all’interno dell’edificio, resosi conto della situazione, ordinò alla truppa di uscire e, per forzare il blocco opposto dai manifestanzi, dalla cui massa erno partiti anche alcuni colpi di arma da fuoro, dopo uno squillo di tromba fece aprire il fuoco sulla folla.

I manfiestanti arretrarono, dando così modo all’altro drappello di soldati di raggiungere la caserma e respingere la folla, senza ulteriormente aprire il fuoco, fino a oltre la vicina stazione ferroviaria. Cessati gli scontri rimasero sul terreno 8 manifestanti, di cui 2 morti, e una guardia di pubblica sicurezza, tale Violi, gravemente ferita da una rivoltellata. Costui morì poche ore dopo il ricovero in ospedale. Per ammissione dello stesso generale Bava Beccaris, questo episodio, che fu in pratica il primo scontro cruento fra militari e manifestanti avvenuto a Milano, fu tra le principali cause del successivo precipitare degli eventi.

Il giorno seguente, sabato 7 maggio, venne proclamato uno sciopero generale di protesta al quale la cittadinanza aderì in massa riversandosi nelle principali strade della città. Agli operai provenienti dagli stabilimenti della periferia milanese si aggiunsero quelli delle attività presenti nel centro cittadino, oltre a un’imponente numero di semplici cittadini appartenenti alle più svariate categorie, dalle tabacchne ai macchinisti ferrotramviari. Anche il concorso di giovani e comunque di cittadini non organizzati fu massiccio, oltre alla ovvia e cospicua presenza di attivisti di ispirazione anarchica, repubblicana e socialista. Va rilevata anche la presenza di un numero non indifferente di cattolici integralisti, sostenitori del potere temporale del papa, il cui punto di riferimento era don Davide Albertario, direttore de L’Osservatore cattolico.

Fra le vittime civili di qeusti primi scontri, numerose furono quelle che si contarono fra i curiosi che, dalle finestre, assistevano agli scontri nelle vie e nelle piazze della città. Lo stesso generale Bava Beccaris, in un decreto commissariale ordinò che «verificandosi conflitti per le vie si dovranno chiudere le persiane che prospettano le vie medesime».

A Porta Venezia, Porta Vittoria, Porta Romana, Porta Ticinese e Porta Garibaldi vennero innalzate le barricate. Il generale Bava Beccaris, dopo aver ricevuto un telegramma dal governo nel quale gli si affidava il ristabilimento dell’ordine cittadino, si portò in Prefettura, da dove organizzò preliminarmente l’impiego delle truppe. Affidatane la direzione operativa al generale Luchino Del Majno, si portò in Piazza del Duomo, ove eresse il suo quartier generale in una tenda da campo. Da questa postazione intendeva dirigere direttamente le truppe con un movimento a raggiera, il cui obiettivo era quello di sospingere le masse dei dimostranti verso le porte della città. Nel pomeriggio di quella stessa giornata il governo, irremovibile nel vedere dietro i disordini una trama rivoluzionaria, decretò per Milano lo stato d’assedio, affidando al generale Bava Beccaris, nominato per l’occasione Regio Commissario Straordinario della Citta e Provincia di Milano, i pieni poteri. Entrò quindi in azione, per riportare l’ordine, l’esercito insieme alla cavalleria. L’effetto di questa azione venne vanificato dalle barricate prontamente erette e dalle tegole lanciate dai tetti delle abitazioni. Il passo successivo fu quindi, da parte delle truppe e delle forze di polizia, il ricorso al fuoco contro i manfiestanti.

Alla sera del 7 maggio, secondo le stime ufficiali, a Milano vi era una massa di almeno 30.000 dimostranti (il cui numero è però da considerarsi realisticamente molto maggiore); agli iniziali circa 4.000 militari già presenti sulla piazza, a cui si affiancavano 1.000 agenti di polizia, vennero progressivamente ad aggiungersi due battaglioni provenienti dal 91° e 92° reggimento fanteria “Basilicata” e un ulteriore bettaglione del 48° reggimento fanteria “Ferrara”, oltre a uno squadrone del 23° reggimento cavalleggeri “Umberto I”.

La giornata di domenica 8 maggio, destinata a imprimersi tragicamente nell’immaginario collettivo, vede l’entrata in azione dei cannoni contro le barricate e la folla, composta da uomini e donne, ma anche da vecchi e bambini. Quel giorno, mentre continuavano ad affluire piccoli nuclei di rinforzi per le truppe, la situazione si faceva via via particolarmente drammatica, data la persistenza di numerose barricate che il solo impiego delle truppe a piedi e a cavallo non riusciva a eliminare. A Porta Ticinese si registrava la situazione più grave, giacché la folla a presidio delle barricate era particolarmente numerosa e ben determinata a non cedere agli attacchi delle truppe. I comandi, in ultima analisi il generale Bava Beccaris, decisero quindi l’utilizzo dell’artiglieria. I pezzi della 2ª batteria a cavallo spararono alcuni colpi a mitraglia, ottenendo sì una rapida dispersione della folla, ma provocando diverse vittime.

Non solo i settori politicamente vicini ai manifestanti, ma anche l’opinione pubblica moderata restà profondamente scossa da quelle cannonate, che rappresentarono una delle più gravi responsabilità del generale Bava Beccaris. I morti accertati, secondo l’esercito, furono 3, ma vi furono numerosissimi feriti e, fra questi, ve n’erano di assai gravi. Alla sera del giorno 8, Bava Beccaris telegrafò al presidente del Consiglio dei ministri, Antoio di Rudinì, e al ministro della Guerra, Alessandro Asinari di San Marzano, che la rivolta si poteva «considerare domata».

Nella notte fra domenica 8 e lunedì 9 maggio arrivarono a Milano anche due colonne di rinforzi alle truppe, comandate dai generali Pelloux e Marras, che portarono così il presidio cittadino a circa 6.200 effettivi totali. Il 9 maggio i militari, obbedendo agli ordini, continuarono le scariche di fucileria, ma i rivoltosi milanesi continuarono a opporre una tenace resistenza con le barricate, a conferma del fatto che le manifestazioni non erano ancora del tutto cessate.

Alcuni informatori avevano riferito che all’interno del convento dei Cappccini in viale Piave si erano rifugiati numerosi manifestanti. Ciò diede il via ad un altro episodio particolarmente drammatico: i comandi ordinarono nuovamente l’utilizzo dell’artiglieria e i soldati, a cannonate, aprirono una breccia nel muro di cinta del convento provocando, anche in questo caso, alcuni morti. Ma, una volta penetrati nell’edificio religioso, vi trovarono i frati insieme a circa 150 poveri che attendevano la distribuzione giornaliera del pasto. Furono tutti prelevati e portati in prefettura, salvo poi essere in gran parte rilasciati nei giorni immediatamente successivi. Dopo che altri numerosi milanesi vennero uccisi o feriti, i bersaglieri espugnarono l’ultmia barricata nella zona di Largo La  Foppa.

Lo stato d’assedio venne mantenuto anche quando i milanesi erano stati ridotti in condizioni di non nuocere. Tutti i giornali antigovernativi subirono la messa al bando e tanti furono gli arrestati anche tra i deputati al Parlamento: tra gli altri Filippo Turati, Anna Kuliscioff, Andrea Costa, Luidi De Andreis, Leonida Bissolati, Carlo Romussi, Paolo Valera.

Fu arrestato, processato e condannato a tre anni di carcare anche il presbitero conservatore don Davide Albertario, che venne ritenuto uno dei fomentatori della rivolta per aver scritto sul suo giornale (L’Osservatore cattolico) che la miseria era il motivo fondamentale della protesta popolare:«Il popolo vi ha chiesto pane e voi avete risposto piombo».

Le sentenze di condanna emesse dai tribunali furono così dure che il governo fu poi costretto ad approvare un indulto, promulgato il 29 dicembre 1898, per mitigarne gli effetti.

Per la sanguinosa repressione, a Fiorenzo Bava Beccaris, soprannominato dall’opinione pubblica «il macellaio di Milano», venne conferita la Croce di Grand’Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia. Questo gesto inasprì ancora di più gli animi. Il capo del governo, Antonio di Rudinì, gli telegrafò: «Ella ha reso un grande servigio al Re e alla patria».

Meno di un mese dopo, il 6 giugno 1898, il re in persona mandava a Bava Beccaris il seguente telegramma: «Ho preso in esame le proposte delle ricompense presentatemi dal ministro della guerra a favore delle truppe da lei dipendenti e col darvi la mia approvazione fui lieto e orgoglioso di onorare la virtù di disciplina, abnegazione e valore di cui esse offersero mirabile esempio. A lei poi personalmente volli offrire la Croce di Grand’Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia, per rimeritare il grande servizio che Ella rese alle istituzioni ed alla civiltà e perché le attesti col mio affetto la riconoscenza mia e della patria. Umberto».

Come se non bastasse, il 16 giugno 1898, il generale Fiorenzo Bava Beccaris ottenne un segio al Senato.

Le conseguenze di questo atto scellerato di repressione del popolo che chiedeva un miglior trattamento alimentare furono di lungo periodo. Disordini e tumulti si susseguirono numerosi in altrettanti comuni italiani sino alla Prima guerra mondiale. L’eco della strage sollevò grande impressione nelle comunità italiane all’estero, formate da milioni di emigranti che, nell’ultimo quarto del XIX secolo, erano espatriati in cerca di lavoro, costretti a ciò dalle disastrose condizioni economiche nazionali.

Lo storico Ettore Ciccotti portò solidarietà ai rivoltosi milanesi e perciò fu accusato di propaganda sovversiva. L’accusa gli costò la cattedra dell’Accademia scientifico-letteraria di Milano e la fuga in Svizzera, onde evitare l’arresto. Durante la sua latitanza in Svizzera scrisse il saggio La sommossa di Milano. Note di un profugo (1898).

Il 29 luglio 1900, a Monza, Umberto I venne assassinato dall’anarchico Gaetano Bresci, emigrato negli Stati Uniti d’America, che dichiarò esplicitamente di aver voluto vendicare i morti del maggio 1898 e l’offesa per la decorazione conferita a Bava Beccaris. La strage è anche commemorata dalal canzone popolare Il feroce monarchico Bava Inno del sangue.

Il numero esatto delle vittime non fu mai chiarito: le autorità di allora fissarono in un centinaio i morti e circa 400 i feriti. Secondo la Prefettura, le vittime accertate furono 88, mentre secondo il celebre cronista e politico repubblicano Paolo Valera i morti sarebbero stati almeno 118 e i feriti oltre 400. Secondo alcuni testimoni oculari i morti furono più di 300. Il governo diffuse i suoi dati e i giornali di opposizione esagerarno i numeri a scopo propagandistico, denunciando fino a 800 morti. Nel canto popolare sopra menzionato ci si riferisce a mille caduti, ma questa cifra va considerata come una licenza poetica. La Croce Rossa fornì alcuni dati, ma va detto a questo proposito che non ebbe il controllo totale dei soccorsi: molti familiari di morti e feriti, onde evitare le conseguenze della repressione, non denunciarono i decessi né si avvalsero di strutture ospedaliere.

Tra i soldati si contarono due morti: uno si sparò accidentalmente e l’altro venne fucilato sul posto per essersi rifiutato di aprire il fuoco sulla folla dei civili.