Genova dà il via

Da Pietro Secchia, Aldo dice: 26 x 1. Cronistoria del 25 aprile 1945, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 1963. “Capitolo sesto – Genova dà il via”

Che l’inse?” (Chi comincia?) motto genovese gridato dal ragazzo di Portoria, soprannominato Balilla, che il 5 dicembre 1746, lanciando un sasso, diede il segnale della rivolta contro i tedeschi.

Alla vigilia dell’insurrezione il Comando militare regionale ligure1 poteva contare complessivamente su 18 mila partigiani ripartiti in 11 divisioni (oltre alle 40 brigate SAP della città) dislocate in quattro zone2.

Il piano operativo A prevedeva che l’azione in città dovesse impegnare tutte le brigate SAP con il concorso di aliquote di partigiani provenienti dalla montagna. Il Comando Piazza aveva diviso la città in quattro settori operativi e precisamente:

Il 1° settore, occidentale, comprendente le località di Voltri, Pegli, Pra, Sestri Ponente, Rivarolo, Borzoli, Campo Ligure, Rossiglione. Vi agivano 9 brigate, complessivamente 800 uomini.

Il 2° settore, centrale, comprendente: Sampierdarena, Rivarolo, Bolzaneto, Pontedecimo, Campomorone. In esso agivano 11 brigate con una forza complessiva di 950 uomini.

Il 3° settore comprendente oltre Genova centro, la valle Bisagno fino a Molassana. Vi agivano 8 brigate con complessivamente 750 uomini.

Il 4° settore, orientale, comprendente le zone da Albaro a Nervi, Bogliasco e Montoggio. In esso agivano 10 brigate con forza complessiva di 750 uomini.

Si trattava in tutto di 3100 uomini, insufficientemente armati, con scarse munizioni, ma animati da grande spirito combattivo. All’insurrezione della città dovevano concorrere le unità di montagna, della VI zona, più vicine e precisamente le brigate “Severino”, “Balilla”, “Pio”, “Umberto” e “Buranello”. 

Queste erano ben armate e ottimamente inquadrate, disponevano di grande quantità di munizioni, anche in seguito ai lanci effettuati dagli Alleati. Di fronte ad esse stava un possente schieramento di forze nemiche, complessivamente tra Rapallo e Varazze a levante e a ponente di Genova sono concentrati 30 mila tedeschi e fascisti con artiglierie e carri armati, di cui 600 tedeschi lasciati in città per la difesa ad oltranza, 800 dislocati nella zona del Passo dei Giovi tra Savignone e Campomorone sotto il comando del generale Meinhold e del col. Amers, altri mille uomini della marina tedesca situati a Nervi al comando del capitano di vascello Berninghaus, altri 1500 accantonati a Uscio, forze imprecisate ad Albaro, all’Istituto idrografico e nella zona occidentale, oltre ad efficienti batterie di artiglieria apostate nei forti di Belvedere, Coronata, Granarolo, S. Ilario e a Monte Moro alla periferia della città, in complesso una cinquantina di bocche da fuoco  tra cui alcuni pezzi da 381 e da 152. Truppe fasciste: 1500 marinai ben armati della Xa flottiglia Mas al comando del capitano di vascello Asillo, 1500 brigatisti neri per la difesa del porto, altri 600 brigatisti “antipartigiani” capitanati da un certo Pisano, 1400 uomini dell’esercito repubblichino, duemila bersaglieri posti a difesa delle opere costiere tra Bolzaneto e Arenzano.

Sin dal 15 aprile il transito della rotabile 45 (Genova-Bobbio-Piacenza) era già quasi completamente controllato dalle formazioni partigiane; tutte le puntate tedesche tendenti ad alleggerire la pressione partigiana ed il blocco delle vie di comunicazione erano fallite ed il nemico aveva subito dure perdite.

Nei giorni precedenti l’insurrezione le azioni ed i colpi di mano dei patrioti si erano moltiplicati anche in città. Di particolare importanza il sabotaggio mediante il brillamento di una bomba, della portaerei “Aquila” che i tedeschi avrebbero voluto affondare all’imboccatura del porto per ostruirne l’accesso. Il colpo effettuato dai patrioti provocò lo sbandamento della portaerei sul fianco destri riducendola all’immobilità.

Al mattino del 23 Il Comando militare regionale ligure, informato della imminente offensiva decisiva alleata, si riuniva clandestinamente in via Napoli 36, proclamava lo stato d’emergenza e lo sciopero generale provocando l’arresto di tutti i treni, delle linee elettriche e dell’intera rete telefonica. Il generale Meinhold, tramite il console tedesco fece sapere all’arcivescovo Siri la sua decisione di evacuare la città effettuando un pacifico trapasso di poteri. Chiedeva quattro giorni di tempo per organizzare la ritirata, durante i quali le autorità ecclesiastiche avrebbero dovuto garantire che le truppe tedesche non sarebbero state attaccate dai partigiani. In cambio i tedeschi si impegnavano a rinunciare alla distruzione degli impianti portuali e industriali.

Il CLN ligure, informato dalla Curia, rifiutò di trattare col nemico e trasmetteva a tutte le formazioni l’ordine dell’insurrezione (applicando il predisposto piano A) per le ore 19 del giorno stesso ed inviava al Comando della VIIa zona operativa una comunicazione urgentissima:

Il Comando Zona deve immediatamente, col mezzo più celere: 1) impartire l’ordine alle formazioni “Buranello”, “Pio”, “Balilla” e “Severino” di mettersi agli ordini del Comando Piazza di Genova. Le formazioni “Umberto” e “Virgola” devono premere sulle forze avversarie nella zona Uscio-Chiavari per agganciarle e impedire il loro afflusso in città. La “Buranello” d’accordo col Comando Piazza deve scendere sopra Voltri e puntare sul centro di Sestri. Il distaccamento “Pio” scendendo su Pontedecimo in collaborazione con le forze SAP agirà verso Bolzaneto-Rivarolo e puntando su Sampierdarena la investirà ad occidente, mentre la “Balilla” scendendo a Belvedere dovrà infilarsi fra il colle Granarolo e lo Sperone per arrivare a piazza Di Negro. Le forze SAP faciliteranno tale compito occupando la Galleria della Certosa. 2) Il Comando Zona dia immediatamente disposizione alle brigate garibaldine “Jori” e “Banfi” e alle divisioni “Chichero”, “Pinan” e “Mingo” perché si avvicinino agli obbiettivi della città. Il Comando Zona mantenga i più rapidi collegamenti col Comando militare regionale e lo tenga continuamente informato degli avvenimenti3.

Nella notte del 23 i partigiani e i Gappisti attaccano il nemico nei suoi fortilizi alla Darsena, a Ponte dei Mille e a Ponte Eritrea, liberano i prigionieri politici dalle carceri di Marassi e iniziano il combattimento in parecchi punti della città. Le formazioni dell’esercito repubblichino non oppongono resistenza, sin dall’inizio si disgregano, in gran parte i militi si danno alla fuga indossando abiti civili, in parte si arrendono, alcune aliquote di bersaglieri passano attivamente dalla parte dei patrioti.

I partigiani occupano la prefettura, la questura, il municipio, la sede del Secolo XIX. I tedeschi oppongono ancora una debole resistenza, più che altro allo scopo di coprire la loro ritirata. 

Nelle prime ore del 24 le truppe tedesche tentano di evacuare la città, ma alle 6 del mattino, in base a quanto predisposto dal piano A, le SAP cittadine passano all’attacco; i tedeschi colpiti e braccati da tutte le parti sono costretti a rinunciare al tentativo di sgombero, si ritirano nei loro fortilizi concentrandosi in alcuni punti di resistenza.

Aspri combattimenti si sviluppano a Mele, Voltri, Arenzano, Cornigliano, S. Benigno, Bolzaneto, Rivarolo, Pontedecimo ai Cantieri del Tirreno a piazza Di Negro, a Righi, in via Corsica, alla Foce, ad Albaro, a Sturla, a Quarto ed a Nervi ove si trovano assediati i principali nuclei di resistenza tedeschi.

Tutta Genova è nelle strade, donne, uomini, ragazzi partecipano alla battaglia servendosi di qualsiasi arma. Di ora in ora alle brigate SAP viene ad aggiungersi una massa sempre più grande di lavoratori che, prelevate le armi nelle caserme dei brigatisti neri in fuga, partecipano attivamente all’insurrezione. 

Vengono via via liberati i centri industriali di Cornigliano (la resistenza è piuttosto vivace a Villa Reggio e alla Coronata), di Pontedecimo, di Rivarolo, Bolzaneto, Certosa e Sampierdarena. La guerriglia infuria accanita nel centro della città, al porto, all’Istituto Idrografico, a piazza Principe e a Di Negro. I tedeschi cercano di sfondare il cerchio di ferro che i partigiani stringono intorno a loro; ma appena qualche reparto riesce a sfuggire alla morsa, è attaccato lungo le strade dalle finestre, dai tetti, da ogni angolo. 

Le squadre d’azione della brigata “Bellucci” comandata da Primiano Marollo (Mario) attaccano l’Hotel Bristol in via XX Settembre sede del Comando tedessco e le due casematte poste a sua difesa. La battaglia divampa furiosa per alcune ore, i colpi di fucile e di mitraglia crepitano da tutte le parti, poi i tedeschi tentano la fuga dalla parte opposta dell’albergo in via Vernazza. La manovra è presto scoperta; il comandante della “Bellucci” lascia metà dei suoi uomini a continuare il fuoco davanti all’Hotel Bristol, mentre egli va ad appostarsi con gli altri dietro la fontana di piazza De Ferrari. Non tardano a comparire undici camion carichi di SS e di funzionari del Comando tedesco; giunti nei pressi della fontana vengono investiti da una valanga di fuoco. Tre autocarri stivati di armi e munizioni saltano in aria, gli altri tentano la fuga bloccando la salita del Fondaco e sparando all’impazzata, ma sono costretti ad arrendersi da un fitto lancio di bombe a mano.

Il distretto militare viene occupato senza lotta, mentre invece i tedeschi rinchiusi nella caserma Andrea Doria si difendono con vigore e si arrendono soltanto dopo due ore di duro combattimento. Anche a Nervi le truppe di marina asserragliate all’Albergo Eden oppongono vivace resistenza prima di arrendersi. La caserma Ilva dove sono accantonati reparti della guardia nazionale fascista viene occupata dopo cruenta battaglia; fu questo uno tra i pochi reparti fascisti che si batterono sino all’ultimo col coraggio della disperazione. In quest’attacco la brigata “Bellucci” e i popolani ebbero numerosi morti.

Un intero rione popolare combatte a fianco dei partigiani contro reparti tedeschi barricati nell’ospedale Duchessa di Galliera, la stessa cosa avviene a Staglieno ove un gruppo di artiglieri si difendeva dall’assalto della popolazione del quartiere.

Una banda di brigatisti neri travestiti da partigiani riesce a penetrare nelle sedi della questura e della prefettura tentando di disarmare le SAP poste a difesa, ne nasce un violento combattimento che si conclude rapidamente con la vittoria dei patrioti.

Nel tardo pomeriggio un parlamentare tedesco chiede di essere ricevuto dal CLN. Si tratta di un colonnello che dice di comandare il presidio tedesco di via Pozzo, probabilmente è mandato dal generale Meinhold che tenta ancora, se gli è possibile, ottenere di poter ritirarsi con le sue truppe. Viene ricevuto dai membri del CLN4, Uno di essi, Mariani, conduce la discussione.

Colonnello tedesco: chiedo a quali condizioni mi è permesso di raggiungere i Giovi con le mie truppe.
Mariani: dovete arrendervi senza condizioni. Vi garantiamo nel modo più assoluto che sarete trattati come prigionieri di guerra.
Colonnello tedesco: abbiamo ancora la possibilità di fare saltare interi rioni e le attrezzature industriali.
Mariani: se i tedeschi commetteranno ancora un atto ostile verso la città saranno considerati criminali di guerra e come tali passati immediatamente per le armi.
Colonnello tedesco (lamente che la popolazione sia insorta e che ci si trovi senza una via d’uscita).
Mariani: i tedeschi hanno una via d’uscita, arrendersi senza condizioni.
Colonnello: i partigiani che scendono dai monti sono comunisti o badogliani?
Mariani: sono soldati della libertà.
Colonnello: i partigiani col fazzoletto rosso appartengono alle formazioni del PCI o del PSI?
Mariani: il fazzoletto rosso è il distintivo delle brigate garibaldine. 
Colonnello cercherò di mettermi a contatto col mio comando e spiegherò il pericolo che incombe su di noi.
Mariani: non possiamo garantire, date le operazioni in corso, neppure un allacciamento telefonico col suo comando.
Colonnello: parlerò subito con i miei uomini. Desidererei prima, com’è naturale, conferire col mio comandante superiore.
Mariani: non è da escludersi che stanotte i partigiani attacchino il presidio di via Francesco Pozzo.
Colonnello: ma io non sono un alto comandante, non posso decidere.
Mariani: non ci sono più alti comandanti. Berlino è caduta nelle mani dell’esercito sovietico.
Colonnello: la guerra è perduta, lo so, per noi tedeschi è finita.

Anche la Curia insiste perché il CLN accetti la proposta del generale Meinhold; che in caso contrario minaccia di fare bombardare e distruggere la città. Il CLN respinge sdegnosamente e all’unanimità la proposta e risponde che se i cannoni avessero sparato su Genova, avrebbe considerato i diecimila soldati e ufficiali tedeschi prigionieri come criminali di guerra e li avrebbe trattati di conseguenza.

Accettare la proposta del generale tedesco avrebbe voluto dire permettere alle sue truppe di ritirarsi liberamente e piombare alle spalle dei patrioti e dei partigiani combattenti a Torino e a Milano.

Il generale Meinhold chiedeva allora su quali basi il CLN era disposto a concordare la resa, ancora una volta gli venne risposto: resa senza condizioni e cioè cessione di tutte le armi, resa dei soldati e degli ufficiali quali prigionieri di guerra.

In seguito agli sviluppi della situazione, la battaglia insurrezionale è praticamente vinta, alla sera del 24 il CMRL trasferisce la sua sede alla Certosa di Rivarolo e assume direttamente il Comando delle operazioni insurrezionali con l’obbiettivo di accelerarne la conclusione.

A tarda sera il comando della Xa Mas del Porto si arrende. Durante la notte continuano i combattimenti, ma è un susseguirsi di annunci di fortilizi nemici che capitolano.

Al mattjno del 25 vegono sgominati gli ultimi nuclei di resistenza nel centro di Voltri e alle ferrovie Ilva di Pra, così pure le posizioni tenute dai tedeschi a Erzelli e Borzoli. La brigata “Buranello” dopo aver attaccato con i mortai un convoglio tedesco, fa il suo ingresso a Sestri Ponente. Si arrendono i presidi nazisti di Bolzaneto e Rivarolo. Resistono ancora alcuni nuclei a Coronata, alla Murta, al Barabini, a S. Quirico, al forte Belvedere, sulle alture di S. Benigno ed a Sampierdarena.

Nel settore Genova centro le truppe asserragliate all’Istituto Idografico R. Marina si arrendono mentre nuclei di tedeschi e della Xa Mas continuano a battersi a Di Negro ed a Principe. 

Le formazioni brigatiste “antipartigiane” sono completamente sbaragliate e il loro comandante ten. Pisano, catturato, si uccide gettandosi da una finestra.

Le unità partigiane della IV Zona che il giorno prima hanno liberato La Spezia prima dell’arrivo della 92ª divisione americana, occupano Sassello e Ovada. Si combatte anche a Savona. Ventimiglia e S. Remo vengono liberate dalla divisione garibaldina “Felice Cascione” mentre altre unità accorrono ad Imperia dove infuria il combattimento tra la popolazione insorta ed i nazifascisti.

Nella zona a nord-est di Genova i partigiani occupano Crocefieschi e Pasignone. Un’accanita battaglia si sviluppa a Molassana dove 250 tedeschi si battono disperatamente. Vengono frattanto liberate Pontedecimo, S. Quirico e Uscio. I GAP e le SAP si impossessano saldamente del sobborgo Staglieno controllando così quasi tutta la grande Genova.

La strada dei Giovi, il Turchino, la Bocchetta e la camionale sono già occupate da forti formazioni partigiane (dalle brigate “Oreste”, “Arzani”, dalla divisione “Pinan Cichero” e da altre unità), le truppe tedesche non hanno più via d’uscita, il loro accerchiamento in città è ormai completato. Nel pomeriggio il generale Meinhold si decide finalmente alla resa e fa sapere a mezzo del console tedesco barono von Hesso Etzdorf e del console Schmidt di essere disposto a scendere in città per le trattative. L’incontro tra le parti avviene nella villa Migone del cardinale Boetto a S. Fruttuoso e l’atto di resa incondizionata è firmato alle ore 19,30 del 25 aprile dal generale Gunther Meinhold assieme al capo di S.M. Asmus da una parte e da Remo Scappini5 assistito dall’avv. Enrico Martino e dal magg. Mauro Aloni comandante la piazza di Genova, per il CLN. 

L’accordo doveva entrare in vigore alle ore 9 del 26. Le direttive di Hitler e della Wehrmacht imponevano però ai soldati ed agli ufficiali tedeschi di “morire sul posto di combattimento” e di uccidere chi avesse cercato di arrendersi al nemico. Nell’intento di applicare tali direttive, appena fu a conoscenza dell’atto di resa, il capitano di marina, il nazista Max Berninghaus riuniva immediatamente un raccogliticcio tribunale straordinario formato da alcuni generali, che condannava a morte come “traditore” il maggior generale Gunther Meinhold. Il comando delle truppe, che ripresero a combattere, fu affidato al capitano Berninghaus. 

Intanto le unità partigiane provenienti dalle montagne impegnando violenti combattimenti liberano Novi, Tortona, Broni, Busalla, Ronco e tutto il retroterra genovese catturando migliaia di soldati tedeschi. Verso sera i primi distaccamenti partigiani giungono in città liquidando gli ultimi nidi di resistenza.

Il 26 capitolano anche i caposaldi nemici che ancora resistevano a Di Negro ed a Principe. Nel pomeriggio vi è un ritorno di fiamma, l’azione tedesca per ordine di Berninghaus ha ripreso con un certo vigore e coordinamento. Una colonna mista della marina tedesca e della Xa Mas affiancata da reparti alpini, complessivamente duemila uomini, che già si era allontanata da Nervi, sta ritornando sui suoi passi puntando su Genova. La colonna viene prontamente attaccata dai partigiani della brigata “Severino” e da aliquote della brigata “Sori”. Una parte delle truppe tedesche fa marcia indietro puntando su Uscio e l’altra si asserraglia nei grattacieli della Foce. Vengono intavolate trattative con i comandi di dette truppe che fanno sapere di essere disposti ad arrendersi all’indomani, come difatti avvenne. 

Max Berninghaus si porta nella zona del porto e precisamente a Ponte dei Mille – ove reparti tedeschi continuano a resistere – e valendosi anche dell’appoggio di alcuni reparti della Xa Mas riesce a far disporre sui fondali 73 grosse casse magnetiche dimostrando così di essere deciso a distruggere il porto e la città. Ma le brigate partigiane non danno tregua e nonostante le forti, dolorose perdite rinnovano gli attacchi uno dopo l’altro. Si tratta di riuscire ad impedire il criminoso disegno del Berninghaus. Finalmente anche costui fu costretto a piegarsi alla forza delle cose e ad accettare la resa. La grande battaglia per il salvataggio del porto era terminata. 

 L’insurrezione a Genova aveva raggiunto tutti i suoi obbiettivi, e apportato un notevole contributo alla battaglia decisiva che si combatteva più a nord. “Due divisioni tedesche che avrebbero potuto ritirarsi sul Po, difendere Milano e Torino e organizzarsi poi sull’Adige venivano invece distrutte e disperse da un popolo in armi e dai partigiani. Le divisioni tedesche del Piemonte rimanevano isolate e più facilmente potevano essere battute dai forti contingenti partigiani delle Langhe e delle Alpi”6.

Alla sera del 26 la città era completamente libera ad eccezione del diaframma S. Benigno-Piazzale della Camionale, Forte Belvedere e del caposaldo di Monte Nero dove però già erano in corso trattative di resa.

Nel tardo pomeriggio del 26 le truppe alleate giungevano nella zona di Rapallo ed in serata il CMRL riusciva a mettersi in comunicazione telefonica con la 92ª divisione americana. 

I quattro giorni di battaglia insurrezionale costarono ai partigiani ed ai patrioti di Genova 400 morti e 850 feriti; furono catturati 6000 prigionieri tedeschi e fascisti in città e 12 mila in montagna7.

Note

  1. Il Comando militare regionale ligure nel corso della lotta subì a causa degli arresti, diverse trasformazioni, alla vigila dell’insurrezione, dal febbraio 1945, risultava così composto: generale Enrico Martinengo (Durante) indipendente, comandante generale, Carlo Farini (Manes) del PCI vicecomandante, Giovanni Trombetta (Tomasi) del Partito d’Azione, vicecomandante, Egidio Feralasco (Costa) della DC, da Ferdinando Croce (Jack) del Partito liberale, da Rinaldo Mereta (Naldi) del Partito repubblicano, dall’avv. Costante Bianchi (Vasco) del Partito socialista sostituito in seguito da Carlo Olivari (Gotelli) del PSI.
  2. Le quattro zone erano così ripartite:
    VI zona a nordi di Genova, settore a cavallo dello Scrivia e del Trebbia, delineato grosso modo dalle località Arenzano-Sassello, Ovada-Novi-Tortona-Bobbio e Chiavari. Nella zona operavano complessivamente 7200 partigiani ripartiti in sei divisioni (“Chichero”, “Pinan Cichero”, “Mingo”, “Aliotta”, “Lombardia”, “Gramsci”, “Giustizia e Libertà”, “Matteotti”, “Oltre Po Pavese”. Le ultime tre agivano a nord verso il Po) e tre altre unità: la brigata “Caio”, la brigata G.L. “Umberto” e il battaglione “Val Bisagno”. Comandante della VI zona era il col. Miro (Ukmar).
    IV Zona (zona de La Spezia tra le rotabili del Passo Bocco, rotabile 62 e 1 centro della zona: Monte Gotero) vi operavano due divisioni, complessivamente 2500 uomini. Comandante della IV zona il col. Cossu,
    II Zona del Savonese con una sola divisione (“Bevilacqua”) er una brigata autonoma “Sambolino”, forza complessiva 1400 uomini. Comandante della zona il col. Testa. Al momento dell’inizio dell’insurrezione passeranno alle dipendenze della II zona le brigate delle Langhe ed una di “Giustizia e Libertà” con una forza complessiva di 800 uomini.
    I Zona, comprendente il territorio imperiese ed anche la zona di Albenga. Vi operano due divisioni “Bonfante” e “Cascione” con una forza complessiva di 2700 uomini. Comandante della zona è il col. Curto.
    Il Comando Piazza di Genova alla cui è testa è il col. Violino dispone di una quarantina di brigate SAP.
  3. La comunicazione è firmata per il Comando militare regionale ligure dal col. Manes (Carlo Farini).
  4. Sono presenti i membri del CLN ligure: avv. Enrico Martino, Cassini Ingoni, Paolo Emilio Taviani, Gabanizza, il generale Martinengo, Secondo Pessi. Il colloquio è stato stenografato dalal segretaria del CLN Jenni. Vedi rapporto di Secondo Pessi (Mariani) Archivio brigate d’assalto “Garibaldi”.
  5. Remo Scappini, operaio nato a Empoli il 1° febbraio 1908, responsabile del triumvirato insurrezionale della Liguria e presidente del CLN della provincia di Genova.
  6. Paolo Emilio Taviani, Genova ha dato il primo segno dell’insurrezione, “Il Ponte” n° 3, giugno 1945.
  7. Dalla relazione riassuntiva degli avvenimenti che hanno condotto alla liberazione della città di Genova, fatta dal CMRL il 10 maggio 1945 firmata dal generale Enrico Martinengo e dai comandanti Carlo Farini e Giovanni Trombetta. Vedi archivio delle brigate d’assalto “Garibaldi” e del CVL.