Breve storia delle Società Operaie di Mutuo Soccorso

Dalle origini fino al Settecento
Esterno di una Società Operaia negli anni Settanta del XIX secolo

Probabilmente, l’antico modello storico cui le Società Operaie di Mutuo Soccorso si ispirarono fu quello dei collegia opificum, associazioni di artigiani che operavano nella Roma antica. Queste rappresentavano una forma intelligente di organizzazione delle classi disagiate per affrontare i disagi dovuti a malattie, invalidità, guerre, povertà e problemi della vecchiaia. Costituirono una forma di protezione per le diverse categorie professionali e rimasero in funzione per tutta l’epoca imperiale, prima del declino barbarico.

Quando la società romana mutò il proprio assetto, dividendo i cittadini in due categorie, i cives (residenti dei grandi centri urbani) e i vici (residenti delle campagne e delle aree periferiche) gli sviluppi dell’economia portarono al cambiamento della struttura delle organizzazioni: ai collegi si affiancarono le corporazioni, le congregazioni, le università e le scuole. Questa tipologia di associazione spontanea di uomini ebbe successo presso il popolo per molti secoli, fino alla nascita delle corporazioni di tipo medievale, create da artigiani e commercianti per la difesa delle loro categorie.

Le Società di Mutuo Soccorso così chiamate sono nate alla fine del XVIII secolo, come associazioni volontarie aventi lo scopo di migliorare le condizioni materiali e morali dei ceti lavoratori. Tali società si basavano sulla mutualità, sulla solidarietà ed erano strettamente legate al territorio in cui nascevano. La spinta alla loro nascita venne da una progressiva presa di coscienza da parte delle masse lavoratrici della precarietà della loro condizione economica e dalla volontà di ricercare in se stesse, prima ancora che nelle istituzioni politiche, la forza e gli strumenti per farvi fronte.

La Società di Mutuo Soccorso si basa sul principio dell’unione delle forze per raggiungere obiettivi di promozione economica e sociale, sulla responsabilità del gruppo nei confronti del comune destino dei lavoratori, sul senso della dignità e sulla volontà di protagonismo civile. Le prime forme assistenziali trovarono quindi largo spazio nell’ambiente caritativo ecclesiastico.

Nel XVI secolo erano diffusi ospedali, ricoveri e ospizi per pellegrini gestiti direttamente da religiosi in collaborazione con laici. Il “soccorso agli altri” veniva vissuto come parte della sfera morale di ciascuno, quasi come un obbligo per l’espiazione dei propri peccati. Le prestazioni venivano erogate a chiunque, bisognoso o non bisognoso e, in quest’ottica, quel che contava era l’atto in sé, non il destinatario. Ma nel XVI secolo ebbe inizio anche l’attività delle chiese riformate che, invitando le loro comunità a concentrarsi sulla Grazia e sulla fede e non più sulle opere, costrinsero i monasteri alla chiusura e, di conseguenza, la beneficenza divenne laica. All’azione delle chiese riformate si aggiunse la dottrina filosofica del giusnaturalismo che, teorizzando l’esistenza di un diritto naturale, teorizzava il diritto del povero a essere mantenuto, sia pure in termini minimi, dalla comunità e separava la materia dell’assistenza dagli aspetti morali e religiosi.

Diploma a nomina di socio onorario

Ai mutamenti filosofici e religiosi si affiancarono le continue guerre, le carestie e, soprattutto, la nascita delle moderne manifatture (prima Rivoluzione industriale) che portò a un incremento nel numero dei disoccupati. Le mutate necessità portarono alla nascita di una realtà assistenziale laica, slegata dal contesto religioso. Intorno al 1738 nasceva la Pia Unione Tipografici con scopi di mutuo soccorso fra gli addetti di quella categoria. Sempre intorno al 1738, a Venezia, veniva fondata una società di mutuo soccorso fra compositori.

I primi segnali di una “economia sociale” nascono intorno alla fine del Settecento per iniziativa del ceto borghese illuminato e interessato. Nel 1778, si tenne a Torino un concorso sul “modo di provvedere agli operai che lavorano nelle seterie quando vi fosse penuria di seta”. La proposta vincente fu quella di costituire casse alimentate dai contributi dei datori di lavoro e degli stessi lavoratori.

L’Ottocento

1804: nasce a Milano il Pio Istituto Tipografico, con lo scopo di aiutare ad affrontare le malattie croniche e le sospensioni dal lavoro degli addetti della categoria. Nel 1828, a Nizza, gli operai organizzarono una mutua per affrontare i temi della malattia e della vecchiaia.

Nel 1844, alla posizione di Carlo Alberto, re di Sardegna, che sosteneva la necessità di casse di beneficenza e carità fra gli operai sostenute con i loro contributi, disimpegnando quindi lo Stato da ogni aspetto della vita sociale, si contrapponeva la visione di chi propendeva per un diretto intervento statale nelle questioni sociali.

La borghesia italiana vedeva nella mutualità e nel volontariato la via per affrontare i drammatici problemi sociali dell’Italia dell’epoca.

A metà dell’Ottocento, nel 1848, accaddero, quasi contemporaneamente, alcuni avvenimenti che aprirono la strada alla stagione mutualistica vera e propria, nel senso contemporaneo del termine:

  1. nel 1848, con il nome di Pio IX, saliva al soglio pontificio il cardinale Mastai Ferretti;
  2. in Francia, sotto i colpi della rivoluzione popolare, cadeva la monarchia di Luigi Filippo;
  3. Karl Marx e Friedrich Engels davano alle stampe il Manifesto del Partito Comunista;
  4. veniva promulgato lo Statuto Albertino, che affermava alcuni diritti, fra cui quello dell’inviolabilità del domicilio, quella del diritto di proprietà e, soprattutto, per quanto riguarda i nostri fini, all’articolo 32 riconosceva il “diritto ad adunarsi pacificamente e senz’armi, uniformandosi alle leggi che possono regolarne l’esercizio nell’interesse della cosa pubblica”;
  5. venivano abrogati gli articoli del codice penale riguardanti limitazioni alla libertà di associazione.

Nel 1844, a causa della loro incompatibilità con ogni ipotesi di libero scambio, nel Piemonte sabaudo erano scomparse le corporazioni. Dopo lo Statuto Albertino, che inaugurava una nuova era di libertà e a fronte delle trasformazioni economiche in atto, a partire dal nuovo sviluppo industriale che mise in difficoltà il mondo dei mestieri e delle lavorazioni tradizionali, nonché per far fronte all’assenza di una legislazione sociale e all’indebolimento del tradizionale potere ecclesiastico (le leggi Siccardi del 1850 abolirono i privilegi finora goduti dal clero cattolico), i lavoratori urbani si riunirono nel ricordo passato delle corporazioni di arti e mestieri, dando il via a decine di Società Operaie di Mutuo Soccorso.

Nacquero così a Torino, in un breve lasso di tempo, la Pia Unione dei lavoratori cappellai, la Società tra cocchieri e palafrenieri, la Mutua Società dei parrucchieri, l’Unione dei tessitori di seta, oro e argento cui ne seguirono diverse altre. Le SOMS si fondavano su: mutualità, solidarietà fra lavoratori, autogestione dei fondi sociali e sulla questione della moralità. Era infatti frequente trovare negli Statuti norme che vietavano l’erogazione dei sussidi nell’ipotesi in cui le malattie fossero causate dall’abuso di vini e liquori, oppure che vietano ai soci di praticare taluni giochi come il lotto e il gioco d’azzardo.

L’affermarsi di queste forme di associazionismo nel decennio pre-unitario determinò la scomparsa di alcuni dei tratti tipici della fase mutualistica-corporativa dei primi anni dell’Ottocento, fase nella quale erano presenti elementi caritativi. Inoltre, ci si avviò sempre di più verso la scomparsa del particolarismo di mestiere e della figura del socio protettore. Fra i principali obiettivi delle Società di Mutuo Soccorso troviamo l’istruzione, il mutualismo in caso di infermità e la previdenza. La Società Operaia di Oneglia, per esempio, creò un gabinetto di lettura e una scuola di disegno per i figli dei soci; quella di Sanremo diede vita a importanti scuole serali. Nel 1853, a Asti, vennero istituite scuole domenicali e serali, s’impose l’obbligo della presenza e si firmò una petizione al Governo per estendere la scuola elementare e premiare quei padri di famiglia che la facessero frequentare ai loro figli. Spesso queste società predisponevano vere e proprie tabelle sulla frequenza con cui talune malattie colpivano i soci; la mutua si basava sul principio della comunione dei rischi possibili (malattia, invalidità, infortunio, disoccupazione) e futuri (vecchiaia, morte). Gli oneri inerenti agli eventuali bisogni dei singoli venivano ripartiti fra tutti gli associati e il diritto alle prestazioni sorgeva automaticamente quando ne ricorressero e se ne accertassero le condizioni.

Gli affiliati erano chiamati a versare regolarmente una quota del salario in rapporto alla prestazione garantita. Quest’obbligo, che, a causa della esiguità dei salari, era difficile da rispettare, educava alla parsimonia. In alcuni casi la tutela degli interessi del lavoratore giungeva a coprire taluni interessi familiari, ma in questo caso non sussisteva l’obbligo di contribuzione fissa, in rapporto a prestazioni obbligatorie, né il diritto autonomo al soccorso.

Nelle corporazioni le somme erano distribuite sulla base della capacità del fondo e di valutazioni discrezionali; mancava una riserva finanziaria e le somme raccolte annualmente venivano spese o distribuite ai soci. Invece, lo schema mutualistico prevedeva un fondo autonomo costituito da contributi obbligatori e aveva un suo schema: “ripartizione per malattie, capitalizzazione per sussidi di invalidità e di vecchiaia”. Nelle Società di Mutuo Soccorso della metà dell’Ottocento si tendeva a “escludere sempre la carità e fin dove possibile l’elargizione filantropica”.

L’intervento statale che portò alla legge del 30 settembre 1859 sulla rendita vitalizia per la vecchiaia, fondata su base strettamente volontaria, e alla legge del 20 novembre 1859 sugli Istituti di beneficenza restringeva ogni possibilità di intervento delle SOMS nell’ambito caritativo. Gli Statuti delle Società di Mutuo Soccorso si proposero allora anche altri scopi accanto a quelli ormai tradizionali: il sostegno creditizio agli associati, la fornitura di materie prime, la vendita ai soci di prodotti di necessità al prezzo di costo, la costituzione di magazzini sociali. In questi strumenti, che spesso erano legati alla difesa di interessi di categoria, si possono individuare gli elementi embrionali della cooperazione. Nel 1854 veniva costituita a Torino, a opera dell’Associazione Generale degli Operai (Società di Mutuo Soccorso), la prima cooperativa di consumo, sotto forma di un comitato di previdenza. Due anni dopo, lo stesso modello veniva riproposto a Savona e nasceva la prima cooperativa di produzione tra i lavoratori locali dell’arte vetraria. Questa cooperativa dette vita, in un momento successivo, a una Società di Mutuo Soccorso tra lavoratori del vetro. Sul piano del credito, in un Congresso fra le Società di Mutuo Soccorso liguri, tenutosi a Novi Ligure, si discusse sul tema della valutazione del lavoro come proprietà e sulla possibilità di costituire casse di risparmio per concedere denaro a basso costo e per costituire rendite per la vecchiaia. Anche queste nuove forme di associazionismo nascevano spesso collegate alle Società di Mutuo Soccorso.

Uno dei padri del movimento solidaristico-mutualistico del nostro paese è considerato Giuseppe Mazzini. Le sue idee rappresentarono un veicolo importantissimo per la diffusione in Italia dei valori e degli ideali cooperativi e inoltre influenzarono fortemente la nascita di alcune SOMS. Mazzini incitava a unirsi “fra gente di uno stesso mestiere per dare vita a coraggiose cooperative”, raccomandava di associarsi di “tassarsi anche di una modesta quota per creare casse di previdenza e di assistenza”.

A Sampierdarena la progressiva industrializzazione e gli sviluppi della società operaia incontrarono l’associazionismo mazziniano, solidale e fraterno con il mondo del lavoro. Venne così data vita, nel 1851, alla Società Generale Operai e ad altre associazioni di mestiere (falegnami, carpentieri, indoratori, muratori, ecc.). Le Società di Mutuo Soccorso che si rifacevano agli ideali mazziniani assunsero in maniera molto netta un atteggiamento fuori da ogni compromesso nei confronti dei gravi problemi politici e sociali dell’epoca e videro nell’unità e nell’indipendenza dell’Italia le premesse per indirizzare in modo concreto ed efficace il futuro assetto sociale del paese.

I principali agitatori mazziniani sparsi nel Nord Italia agivano segretamente attraverso le Società di Mutuo Soccorso, che rappresentavano il punto di raccordo tra la base operaia e i gruppi dirigenti rivoluzionari. Obiettivo primario di Mazzini era lo Stato unitario, libero e repubblicano, ma per attuare questo progetto era necessario coinvolgere gli operai, sollevandoli dalle condizioni di profonda indigenza e di iniquità sociale in cui versavano a causa della trascuratezza dello Stato. Le società nate nel Piemonte moderato e sabaudo erano, nella loro quasi totalità, emanazioni paternalistiche, sorte con l’appoggio delle autorità o di esponenti borghesi estranei al mondo del lavoro e a ogni rivendicazione politica, ma quelle liguri manifestarono fin da subito un chiaro interesse per la politica del Governo e rappresentarono una forza per l’organizzazione democratica e per tutti coloro che vedevano nell’iniziativa popolare la soluzione del problema nazionale.

Una particolare importanza ebbero le Unioni e le Società dei ferrovieri, che allora rappresentavano i lavoratori industriali più numerosi e più capillarmente diffusi su tutto il territorio nazionale.

Prima dell’unificazione, caratteristiche comuni a quasi tutte le Società Operaie presenti nel Piemonte sabaudo (115) e alle altre, prevalentemente concentrate nelle regioni settentrionali della penisola (91 fra Liguria, Lombardia, Emilia e Veneto) erano la localizzazione urbana, la forte coesione professionale e la neutralità politica. Dopo l’unificazione tutto ciò cambiò radicalmente. Infatti, i moti risorgimentali aprirono una frattura tra le società operaie che si ispiravano ai principi solidaristici e democratici di Mazzini e quelle che aderirono al programma dei moderati, guidate e in parte sostenute finanziariamente da vecchi e nuovi filantropi, esponenti dei ceti nobiliari e della grande borghesia terriera e finanziaria, interessati a un controllo paternalistico delle classi lavoratrici.

Il quadro si complicò ulteriormente con la fondazione, a Londra nel 1864, della prima Associazione Internazionale dei Lavoratori, sotto l’influenza, tra gli altri di Karl Marx. Nello stesso anno, venne pubblicata, ad opera del ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio la prima ricerca statistica post-unitaria delle Società di Mutuo Soccorso aggiornata al dicembre 1862. Questa indagine rilevò la presenza di 443 Società Operaie concentrate in Piemonte, Liguria, Emilia e Lombardia al Nord, Toscana e Umbria al centro. 408 di queste Società fornirono al Ministero anche il numero degli aderenti, che ammontavano a 111.608 effettivi. A Milano avevamo 38 Società Operaie con 9.923 soci, a Torino 13 con 14.864 iscritti. Inoltre, 267 Società erano aperte a tutte le professioni e mestieri, mentre 155 erano costituite sulla base di un’unica appartenenza settoriale.

Inoltre, questa statistica evidenziò come si avesse la maggior diffusione nelle regioni dove più elevata era la densità di centri urbani. Di fronte alla completa assenza di Società Operaie nel Sud Italia, emergeva con chiarezza che la grande diffusione di tali società nelle grandi città del Nord era conseguenza della peculiare condizione di larghi strati operai e artigiani, per i quali i cambiamenti economici avevano comportato elevati costi sociali.

Le SOMS non hanno avuto solo una matrice laica. Nel luglio 1854, infatti, nacque a Genova la prima Società Operaia Cattolica italiana, la Compagnia di San Giovanni Battista. Il mondo clericale più aperto e illuminati si era convinto della necessità di mettersi al passo con i tempi, riunendo i lavoratori cattolici in proprie Società di Mutuo Soccorso. Lo Statuto di questa prima società cattolica era stato predisposto da due sacerdoti, Luigi Radif e Luigi Sturla, con l’approvazione dell’arcivescovo.

Questo Statuto, che consisteva in 48 articoli, fu la base per le successive Associazioni Operaie cattoliche. Il primo articolo affermava: “Fine della Compagnia è di soccorrere le famiglie della classe operaia, non solamente per sollevare le infermità corporali, ma per rendere anche morigerati i membri, solleciti nell’adempimento dei loro doveri verso Dio e verso il prossimo”. Le differenti specifiche tra le Società cattoliche e quelle laiche risultano evidenti sul piano della prospettiva sociale. Nelle prime è infatti assente ogni accenno al progresso sociale ed economico.

Fonti: