Sulla frase rivoluzionaria

Quando in una riunione di partito ho fetto che la frase rivoluzionaria sulla guerra rivoluzionaria può causare la rovina della nostra rivoluzione, mi hanno rimproverato di essere troppo duro nella polemica. Ma vi sono momenti che costringono a porre le questioni in modo netto e a chiamare le cose con il loro nome, altrimenti si corre il pericolo di causare un male irreparabile sia al partito che alla rivoluzione.

La frase rivoluzionaria è quasi sempre una malattia dei partiti rivoluzionari nei momenti in cui questi partiti realizzano direttamente o indirettamente un insieme, una unione, un intreccio di elementi proletari e piccolo-borghesi e in cui il corso degli avvenimenti rivoluzionari segna svolte brusche e di notevole portata. La frase rivoluzionaria consiste nella ripetizione di parole d’ordine rivoluzionarie senza tener conto delle circostanze obiettive al momento di una svolta degli avvenimenti o, in una data situazione, delle cose così come realmente sono. Parole d’ordine magnifiche, attraenti, inebrianti, che non hanno nessun fondamento sotto di sé: ecco l’essenza della frase rivoluzionaria.

Esaminiamo per lo meno i principali tipi di pretesti avanzati a favore della guerra rivoluzionaria ora, nel gennaio-febbraio 1918, in Russia, e il confronto tra la realtà obiettiva e questa parola d’ordine ci darà una risposta al quesito se la definizione da me usata sia giusta o no.

– I –

Sulla necessità di preparare una guerra rivoluzionaria nel caso in cui il socialismo sia vittorioso in un paese e il capitalismo rimanga nei paesi vicini, la nostra stampa ha sempre parlato. È indiscutibile.

Ci si domanda: come è andata di fatto questa preparazione dopo la nostra rivoluzione d’ottobre?

Questa preparazione è andata in modo tale che ci è toccato smobilitare l’esercito: siamo stati costretti a farlo da circostanze così evidenti, imperiose, insormontabili, che non solo non è sorta nel partito «nessuna corrente» o stato d’animo contro la smobilitazione, ma addirittura non si è levata una sola voce contro la smobilitazione. Chi vuole riflettere sulle ragioni di classe di un così originale fenomeno come la smobilitazione dell’esercito della Repubblica socialista sovietica ancora in guerra con uno Stato imperialista confinante, troverà senza fatica queste cause nella struttura sociale di un paese arretrato di piccoli contadini, ridotto, dopo tre anni di guerra, in condizioni di estremo sfacelo. La smobilitazione di un esercito di molti milioni di uomini e il passaggio alla creazione di un Esercito rosso su basi volontarie: questi sono i fatti.

Confrontate qesti fatti con le parole sulla guerra rivoluzionaria del gennaio-febbraio 1918, e vi sarà chiara la sostanza della fase rivoluzionaria.

Se la «presa di posizione» in favore della guerra rivoluzionaria, diciamo, da parte delle organizzazioni di Pietrogrado e di Mosca non fosse una pura frase, avremmo visto dall’ottobre al dicembre altri fatti: avremmo visto, da parte loro, una lotta decisa contro la smobilitazione. Non c’è stato assolutamente nulla di tutto questo.

Avremmo visto i pietrogradesi e i moscoviti inviare decine di migliaia di agitatori e di soldati al fronte e di là avremmo ricevuto quotidianamente notizie sulla loro lotta contro la smobilitazione, sui successi di questa lotta, sulla sospensione della smobilitazione.

Non c’è stato nulla di tutto questo.

Avremmo avuto centinaia di informazioni su reggimenti che si sarebbero riuniti in Esercito rosso, che avrebbero fermato la smobilitazione anche con metodi terroristici, rafforzando le difese contro una eventuale offensiva dell’esercito tedesco.

Non c’è stato nulla di tutto questo. La smobilitazione è in pieno sviluppo. Il vecchio esercito non esiste più. Il nuovo comincia appena a formarsi.

Chi non voglia farsi cullare dalle parole, dalle declamazionie dalle esclamazioni, non può non veedre che la «parola d’ordine» della guerra rivoluzionaria nel febbraio 1918 è una vuotissima frase, dietro la quale non c’è nulla di reale, di obiettivo. Sentimenti, desideri, collera, indignazione: ecco l’unico contenuto di questa parola d’ordine nel momento attuale. E una parola d’ordine che ha soltanto questo contenuto si chiama appunto frase rivoluzionaria.

Gli atti del nostro partito e di tutto il potere sovietico, gli atti dei bolscevichi di Pietrogrado e di Mosca hanno dimostrato che finora non si è riusciti ad andare al di là dei primi passi verso la creazione di un Esercito rosso di volontari. Dissimulare questo fatto, che, pur essendo spiacevole, è tuttavia un fatto, sotto un velo di declamazioni, e al tempo stesso non solo non opporsi alla smobilitazione, ma nemmeno fare obiezioni contro di essa, significa inebriarsi al suono delle parole.

Una caratteristica conferma di quanto si è detto è il fatto che, per esempio nel Comitato centrale del nostro partito, la maggioranza dei più noti avversari della pace separata ha votato contro la guerra rivoluzionaria, ha votato contro anche in gennaio e in febbraio. Che cosa significa questo? Significa che l’impossibilità di una guerra rivoluzionaria è universalmente ammessa da tutti coloro che non temono di guardare la verità in faccia.

Allora si distorce o si cerca di distorcere la verità con dei pretesti. Vediamo quali.

– II –

Primo pretesto. La Francia del 1792 era in preda a un non minore sfacelo, ma la guerra rivoluzionaria sanò tutto. Tutti rianimò, tutti entusiasmò, tutto vinse. Solo quelli che non credono nella nella rivoluzione, solo gli opportunisti possono pronunciarsi contro la guerra rivoluzionaria di fronte alla nostra rivoluzione, che è ancora più profonda.

Confrontiamo questo pretesto o questo argomento con i fatti. Il fatto è che nella Francia della fine del XVIII secolo si era creata prima la base economica di un nuovo, superiore metodo di produzione e il potente esercito rivoluzionario era già un risultato, una sovrastruttura. La Francia rovesciò il feudalesimo prima degli altri paesi, lo abolì dopo alcuni anni di rivoluzione vittoriosa e condusse un popolo, che non usciva esausto da nessuna guerra precedente, che aveva conquistato la libertà e la terra, reso forte dall’abolizione del feudalesimo, alla guerra contro una serie di popoli economicamente e politicamente arretrati.

Ponete ora al confronto la Russia contemporanea. Una incredibile stanchezza della guerra. Un nuovo regime economico, superiore al capitalismo organizzato dello Stato tedesco ottimamente attrezzato dal punto di vista tecnico, non c’è ancora. Si sta appena fondando. Il nostro contadino ha solo la legge sulla socializzazione della terra, ma non ha trascorso ancora un anno di lavoro libero (libero dal proprietario forndiario e dai tormenti della guerra). Il nostro operaio ha cominciato a cacciare il capitalista, ma non ha ancora avuto il tempo di organizzare la produzione, di avviare lo scambio di prodotti, di assicurare i rifornimenti alimentari, di aumentare la produttività del lavoro.

Noi andiamo in questa direzione, abbiamo imboccato questo cammino, ma è chiaro che un nuovo regime economicamente superiore ancora non c’è.

Il feudalesimo vinto, la libertà borghese consolidata, il contadino sazio contro i paesi feudali: ecco la base economica dei «miracoli» degli anni 1792-93 in campo militare.

Un paese di piccoli contadini, affamato ed estenuato dalla guerra, che ah appena cominciato a curare le sue ferite, contro una produttività del lavoro tecnicamente e organizzativamente superiore: ecco la situazione oggettiva all’inizio del 1918.

Ecco perché qualsiasi riferimento al 1792 e simili è solo una frase rivoluzionaria. Si ripetono le parole d’ordini, le frasi, le grida di guerra, ma si ha paura di analizzare la realtà oggettiva.

– III –

Secondo pretesto. La Germania «non può attaccare», non glielo permetterà la rivoluzione imminente.

Che i tedeschi «non possono attaccare», è un argomento ripetuto milioni di volte nel gennaio e all’inzio di febbraio del 1918 dagli avversari di una pace separata. I più prudenti tra loro valutavano – all’incirca, naturalmente – le probabilità che i tedeschi non avrebbero potito attaccare nella misura del 25-33 per cento.

I fatti hanno smentito questi calcoli. Gli avversari della pace separata assai spesso voltano le spalle ai fatti, temendo la loro ferrea logica.

Dov’era la fonte dell’errore, che dei veri rivoluzionari (e non rivoluzionari del sentimento) dovrebbero saper riconoscere e sul quale dovrebbero riflettere?

Forse nel fatto che in generale abbiamo manovrato e fatto dell’agitazione in rapporto alle trattative di pace? No. Non è in questo. Bisognava manovrare e fare dell’agitazione. Ma bisognava anche determinare il «momento giusto» sia per le manovre e l’agitazione, – finché si poteva manovrare e fare dell’agitazione, – sia per la cessazione di ogni manovra al momento in cui la questione si fosse posta in modo netto.

La fonte dell’errore è nel fatto che il nostro atteggiamento di collaborazione rivoluzionaria con gli operai rivoluzionari tedeschi è stato trasformato in una frase. Noi abbiamo aiutato gli operai rivoluzionari tedeschi e continuiamo ad aiutarli in tutti i modi che possiamo, con la fraternizzazione, l’agitazione, la pubblicazione dei trattati segreti, ecc. Questo è stato un aiuto di fatto, un aiuto pratico.

Invece l’affermazione di alcuni nostri compagni che «i tedeschi non possono attaccare» era una frase. Noi abbiamo appena vissuto una rivoluzione nel nostro paese. Sappiamo tutti perfettametne che in Russia era più facile cominciare una rivoluzione che non in Europa. Abbiamo visto che non abbiamo potuto impedire l’offensiva dell’imperialismo russo nel giugno 1917, sebbene avessimo non solo iniziata una rivoluzione, non solo abbattuta la monarchia, ma creato anche dappertutto i soviet. L’abbiamo visto, lo sapevamo, e abbiamo spiegato agli operai: le guerre le fanno i governi… per far cessare la guerra borghese bisogna rovesciare il governo borghese.

Dire: «I tedeschi non possono attaccare» equivaleva perciò a dichiarare: «Noi sappiamo che il governo della Germania verrà rovesciato nelle prossime settimane». Di fatto questo non lo sapevamo e non potevamo saperlo. E perciò quell’affermazione era una frase.

Una cosa è essere convinti che la rivoluzione tedesca sta maturando e prestare un serio aiuto a questa maturazione, contribuire in modo serio, con il lavoro, l’agitazione, la fraternizzazione, con quello che volete, ma con il lavoro, a questa maturazione. In questo consiste l’internazionalismo proletario rivoluzionario.

Altra cosa è affermare direttametne o indirettamente, in modo aperto od occulto, che la rivoluzione tedesca è già maturata (anche se evidentemente non è così), e fondare su ciò la propria tattica. Qui non c’è un briciolo di rivoluzionarismo, ma solo vuota fraseologia.

Ecco dov’è la fonte dell’errore contenuto nell’affermazione «fiera, chiara, efficace, sonora»: «I tedeschi non possono attaccare».

– IV –

Nient’altro che una variante della stessa assurdità parolaia è l’affermazione: «Noi aiutiamo la rivoluzione tedesca resistendo all’imperialismo tedesco, noi avviciniamo così la vittoria di Liebknecht contro Guglielmo».

Certo, la vittoria di Liebknecht – possibile e inevitabile allorché la rivoluzione tedesca sarà matura – ci libererà da tutte le difficoltà internazionali, e anche dalla guerra rivoluzionaria. La vittoria di Liebknecht ci eviterà le conseguenze di qualsiasi nostra sciocchezza. Ma è forse questa una giustificazione della sciocchezza?

È vero che ogni «resistenza» all’imperialismo tedesco aiuta la rivoluzione tedesca? Chi voglia un poco riflettere o soltanto ricordare la storia del movimento rivoluzionario in Russia si accorgerà facilmente che solo una opportuna resistenza alla reazione serva la rivoluzione. Noi sappiamo e abbiamo visto in mezzo secolo di movimento rivoluzionario in Russia una quantità di esempi di resistenza opportuna alla reazione. Noi marxisti ci siamo sempre gloriati di aver saputo determinare, mediante un rigoroso calcolo delle forze delle masse e dei rapporti di classe, l’opportunità di questa o quella forma di lotta. Dicevamo, non sempre è opportuna l’insurrezione, senza certi presupposti nelle masse è un’avventura; molto spesso abbiamo condannato come inopportune e dannose dal punto di vista della rivoluzione perfino le forme più eroiche di resistenza individuale. Nel 1907, sulla base di un’amara esperienza, abbiamo respinto come inopportuna l’opposizione a partecipare alal terza Duma, ecc. ecc.

Per aiutare la rivoluzione tedesca bisogna o limitarsi alla propaganda, all’agitazione, alal fraternizzazione, finché non ci sono le forze per infliggere un colpo duro, serio, decisivo in uno scontro aperto militare o insurrezionale; oppure affrontare questo scontro sapendo che così facendo non si favorisce l’avversario.

È chiaro per tutti (tranne forse per coloro che si lasciano completamente inebriare dalle frasi) che affrontare un serio scontro insurrezionale o militare senza averne manifestamente la forza, senza avere manifestamente un esercito, è un’avventura che non aiuta gli operai tedeschi, ma rende anzi più difficile la loro lotta, facilitando il compito del loro e nostro nemico.

– V –

E qui fa la sua comparsa un altro pretesto, così infantilmente ridicolo che io non avrei mai creduto nella possibilità di una tale argomento se non l’avessi udito con le mie stesse orecchie.

«Ma, appunto, anche in ottobre gli opportunisti ci dicevano che non avevamo forze, non avevamo truppe, né mitragliatrici, né mezzi tecnici, eppure tutto questo è venuto fuori nella lotta, quando è cominciata la lotta di classe contro classe. Tutto ciò verrà fuori anche nella lotta del proletariato di Russia contro la classe dei capitalisti di Germania, verrà in nostro aiuto il proletariato tedesco».

Il fatto è che nell’ottobre abbiamo saputo appunto calcolare esattamente le forze delle masse. Non solo ritenevamo, ma sapevamo esattamente, sulla base dell’esperienza delle elezioni di massa ai soviet, che gli operai e i soldati in settembre e all’inizio di ottobre, nella schiacciante maggioranza, erano già passati dalla nostra parte. Sapevamo, se non altro dal voto per la Conferenza democratica, che anche fra i contadini la coalizione aveva fatto fallimento: cioè, la nostra causa aveva già vinto.

Questi erano i presupposti obiettivi della lotta insurrezionale di ottobre:

  1. i soldati non erano più sotto il bastone: lo aveva spezzato nel febbraio 1917 (la Germania non era ancora matura per un «suo» febbraio);
  2. i soldati avevano già attraversato e concluso, come gli operai, le fasi che li avevano portati a un distacco cosciente, ponderato, sentito, dalal coalizione.

Da questo, solo da questo derivò la giustezza della parola d’ordine «per l’insurrezione» nell’ottobre (questa parola d’ordine sarebbe stata sbagliata nel luglio, quando noi infatti non la avanzammo).

Gli opportunisti di ottobre sbagliarono non perché «si preoccuparono» dei presupposti obiettivi (solo i bambini possono pensarlo), ma perché valutarono i fatti in modo errato, colsero le minuzie, senza vedere il fatto più importante: a svolta dei soviet dal conciliatorismo a noi.

Paragonare lo scontro militare con la Germania (che non ha attraversato ancora né un suo «febbraio», né un suo «luglio», per non parlare poi dell’ottobre), con la Germania dal governo borghese-imperialistico monarchico, e la lotta insurrezionale d’ottobre contro i nemici dei soviet – dei soviet che si erano andati maturando dal febbraio 1917 ed erano pienamente maturi nel settembre-ottobre, – è una tale manifestazione di infantilismo che basta segnarla a dito. Ecco a quali assurdità può portare l’amore per la vuota frase!

– VI –

Altro tipo di pretesto: «Ma la Germania ci soffocherà economicamente con il trattato di pace separata, ci porterà via carbone, grano, ci asservirà».

Argomento estremamente saggio: bisogna affrontare lo scontro militare, senza esercito, sebbene questo scontro ci porterà chiaramente non solo all’asservimento, ma allo strangolamento, alla perdita del grano senza aver nulla in cambio, ci metterà alla stregua della Serbia e del Belgio; bisogna andar incontro a tutto questo, perché altrimenti avremmo un trattato svantaggioso, la Germania ci prenderà sei o dodici miliardi in versamenti successivi, il grano in cambio delle macchine e così via.

Oh, gli eroi della frase rivoluzionaria! Rifiutando il «giogo» dell’imperialismo, essi tacciono pudicamente che per liberarsi completamente dal giogo bisogna rovesciare l’imperialismo.

Noi ci orientiamo verso un trattato svantaggioso e una pace separata sapendo che adesso non siamo ancora pronti alla guerra rivoluzionaria, che bisogna sapere aspettare (come abbiamo aspettato, sopportando il giogo di Kerenski), sopportando il giogo della nostra borghesia, dal luglio all’ottobre), aspettare finché non saremo più forti. Perciò, se è possibile avere una pace separata arcisvantaggiosa, bisogna assolutamente accettarla nell’interesse della rivoluzione socialista, che è ancora debole (poiché non c’è ancora venuta in aiuto, a noi russi, la rivoluzione che sta maturando in Germanai). Solo di fronte all’assoluta impossibilità di una pace separata bisognerà senz’altro combattere, e non perché questa sia la tattica giusta, ma perché non ci sarà altra scelta. Di fronte a una tale impossibilità, non ci sarà nemmeno possibilità di discussione su questa o quella tattica. Sarà soltanto inevitabile la resistenza più accanita; ma finché la scelta esiste, bisogna scegliere la pace separata e un trattato arcisvantaggioso, perché questo è comunque cento volte meglio della situazione del Belgio.

Noi ci rafforziamo ogni mese di più, anche se adesso siamo ancora deboli. La rivoluzione socialista internazionale in Europa matura ogni mese di più, anche se adesso non è ancora maturata. Perciò… perciò, giudicano i «rivoluzionari» (mi si perdoni se li chiamo così), bisogna accettare battaglia quando l’imperialismo tedesco è manifestamente più forte di noi, quell’imperialismo che va indebolendosi ogni mese di più (in virtù della lenta, ma inarrestabile maturazione della rivoluzione in Germania).

Questi «rivoluzionari» del sentimento ragionano proprio magnificamente!

– VII –

L’ultimo sofisma è il più «sbrigativo», il più corrente: «Una pace iniqua è la vergogna, è un tradimento verso la Lettonia, la Polonia, la Curlandia, la Lituania».

C’è da meravigliarsi se sono proprio i bourgeois russi (e i loro tirapiedi, quelli del Novy Luc, del Dielo Naroda e della Novaia Gizn) a sfruttare con tanto zelo questo argomento pseudointernazionalista?

No, non c’è da meravigliarsi, poiché questo argomento è una trappola nella quale la borghesia vuole consapevolmente far cadere i bolscevichi, e una parte dei bolscevichi ci cade inconsapevolmente, per amore della frase.

Esaminiamo questo argomento dal punto di vista teorico: che cosa sta al di sopra, il diritto delle nazioni all’autodecisione o il socialismo?

Al di sopra sta il socialismo.

È ammissibile che, per evitare che sia violato il diritto delle nazioni all’autodecisione, si getti in pasto all’imperialismo la repubblica sovietica, la si esponga ai suoi colpi nel momento in cui l’imperialismo è manifestamente più forte e la repubblica sovietica manifestamente più debole?

No. Non è ammissibile. Questa non è una politica socialista, ma una politica borghese.

E ancora. Avremmo una pace meno disonorevole, meno annessionista se restituissero «a noi» la Polonia, la Lituania e la Curlandia?

Dal punto di vista del borghese russo, .

Dal punto di vista del socialista internazionalista, no.

Infatti, liberando la Polonia (cosa che volevano un tempo alcuni bourgeois in Germania), l’imperialismo tedesco soffocherebbe ancor più la Serbia, il Belgio e così via.

Se la borghesia russa grida contro la pace «iniqua», essa esprime giustamente i suoi interessi di classe.

Ma quando alcuni bolscevichi (che soffrono della malattia della frase) ripetono questo argomento, è una cosa triste.

Considerate i fatti per quanto riguarda la condotta della borghesia anglo-francese. Ora essa sta facendo di tutto per trascinarci in guerra con la Germania, ci promette ogni ben di dio, stivali, patate, munizioni, locomotive (a credito… niente «asservimento», non abbiate paura! è «solo» del credito!). Essa vuole che noi combattiamo ora contro la Germania.

È chiaro perché essa debba volerlo: perché, in primo luogo, distrarremmo da loro una parte delle forze tedesche, in secondo luogo, perché il potere sovietico potrebbe più facilmente crollare nell’urto militare prematuro con l’imperialismo tedesco.

La borghesia anglo-francese ci tende una trappola: andate, cari, a combattere ora, ché noi ne trarremo un ottimo vantaggio. I tedeschi vi spoglieranno, «guadagneranno» all’est, saranno più propensi alle concessioni all’ovest, e al tempo stesso il potere sovietico sparirà… fate la guerra, cari «alleati» bolscevichi, noi vi aiuteremo!

E i bolscevichi «di sinistra» (se mi si permette la parola) cadono nella trappola, declamando le frasi più rivoluzionarie…

Sì, sì, una delle manifestazioni delle tracce di spirito piccolo-borghese consiste nella propensione alla vuota frase rivoluzionaria. Questa è una vecchia verità, una vecchia storia, che troppo spesso torna ad essere una novità…

– VIII –

Anche nell’estate del 1907 il nostro partito soffrì di una malattia, in un certo senso analoga, per la vuota frase rivoluzionaria.

PIetroburgo e Mosca: quasi tutti i bolscevichi erano per il boicottaggio della III Duma, sostituivano all’analisi obiettiva il «sentimento», cadevano nella trappola.

La malattia ora si è ripetuta.

Ora i tempi sono più duri. Il problema si è fatto milioni di volte più importante. Farsi prendere dalla stessa malattia in tempi come questi significa rischiare la rovina della rivoluzione.

Bisogna combattere la vuota frase rivoluzionaria, è necessario combatterla, assolutamente combatterla, perché non debbano dire di noi un giorno l’amara verità: «La frase rivoluzionaria della guerra rivoluzionaria ha causato la rovina della rivoluzione».

Pravda, n. 31, 21 febbraio 1918
Firmato: Karpov

Da Lenin, Opere complete, vol. XXVII