Lenin: NEP, egemonia e transizione

di Gianni Fresu
Pubblicato su “Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane”, n° 2/2017 licenza Creative Commons BY-NC-ND 4.0

«L’idra della rivoluzione è già stata annientata nei suoi fautori e in buona parte dei suoi prodotti; ma bisogna ancora soffocarne la semenza, nel timore che possa riprodursi sotto altre forme. I troni legittimi sono stati ristabiliti: ora mi dispongo a ricollocare sul trono anche la scienza legittima, quella che si pone al servizio del supremo Signore, la verità della quale è attestata da tutto l’universo»1.

In questo modo uno dei massimi teorici della Restaurazione, Karl Ludwig Von Haller, apriva nel 1816 la sua opera più celebre, con un intento dichiarato: sconfiggere anche sul piano teorico le dottrine rivoluzionarie già battute sul piano politico dalla riaffermazione dei principi dinastici in Europa. Sebbene travolte, egli intravvedeva infatti il rischio di una loro possibile riemersione e il diffondersi di una nuova fiammata di sussulti insurrezionali.

Domenico Losurdo ha più volte sottolineato come Hegel sia stato il primo grande intellettuale a rapportarsi in termini razionali alla Rivoluzione francese, spiegandone le cause attraverso il disvelamento delle contraddizioni reali generate dalla società di Antico Regime entrata in una fase di decadenza che decretava la fine della sua necessità storica2. Tutto al contrario, la Restaurazione cercava di spiegare la rivoluzione attraverso cause esterne al corpo sociale (catastrofe naturale, improvvisa epidemia collettiva, teoria della cospirazione…) e metteva sul banco degli imputati anzitutto la speculazione filosofica e il razionalismo illuminista. L’idea di palingenesi connessa al concetto stesso di rivoluzione, ad esempio, ispirata alla convinzione di poter ricostruire su basi nuove, definite per deduzione logico-razionale, le regole fondamentali della società, non aveva per Edmund Burke precedenti storici concreti nella storia europea: le sue uniche radici erano nell’idea astratta e artificiale del primato della ragione, cui tutto deve uniformarsi e nella cui prospettiva tutto ciò che viene dal passato va radicalmente messo in discussione, se non proprio distrutto.

Per Burke, l’idea della rivoluzione illuministica si basava perciò su un presupposto fallace: l’applicazione pedissequa di modelli razionalistici alla società; un fondamentalismo intellettuale che negava il significato storico dell’esperienza accresciutasi di generazione in generazione3. Proprio questa processualità storica, incarnatasi nei capisaldi di una società (valori, tradizioni, costumi, leggi e istituzioni), rendeva invece l’organizzazione sociale e politica della vita umana molto più complessa e profonda di quanto la semplice razionalità intellettuale dei rivoluzionari potesse comprendere.

Come si può vedere da questo confronto, dopo il 1815 la resistenza filosofica tesa a comprendere razionalmente le ragioni e le eredità positive della Rivoluzione francese ha svolto un ruolo che ha sempre travalicato la lotta politica immediata. Lo stesso discorso vale però oggi rispetto agli avvenimenti del 1917, per lo più presentati come l’origine di ogni male e disastro, generatori dei lutti di un secolo insanguinato e scaturigine di ogni fanatismo ideologico, fascismo compreso. All’interno di questa lettura, che fa della storia sovietica un bizzarro manuale di teratologia, si situano infatti le più diverse semplificazioni di tutte le principali questioni legate al tentativo di operare una transizione dal feudalesimo alla modernità in condizioni estremamente difficili e in un paese grande e complesso come la Russia. In un libro su Lenin, ad esempio, dopo aver dedicato diverse pagine a dimostrare la radice degli orrori di bolscevismo e giacobinismo nella comune «isteria ideologica» e nel medesimo «radicalismo egualitario» (secondo un canone consueto del revisionismo), Slavoj Žižek tocca un punto abbastanza rivelatore di questa tendenza. Afferma infatti la necessità problematizzare il concetto di totalitarismo, sostenendo che «il terrore politico» sarebbe da ricercare nella «subordinazione» della sfera produttiva materiale alla «logica politica», la quale in definitiva ne «negherebbe l’autonomia»4.

Non solo nel mondo liberale ma anche a sinistra, dunque, la principale accusa rivolta alla Rivoluzione d’ottobre (il suo presunto “tradimento”) sarebbe da ricercare nella mancata estinzione dello Stato. Al contrario, il moltiplicarsi delle sue funzioni e attività, necessarie a dirigere questo inedito processo storico, sarebbe l’origine della natura liberticida del «socialismo storico».

L’idea di un rapporto inversamente proporzionale tra sfera delle libertà e estensione delle attività dello Stato è uno dei miti più duraturi del liberalismo, un filo conduttore che accomuna la concezione del «governo limitato» di Locke alle teorie sul totalitarismo di Hannah Arendt. La condanna preventiva o postuma dell’ambizione di regolare politicamente la vita sociale, di intervenire cioè in economia per dare un indirizzo alla vita di una comunità nazionale, è in tal senso la conseguenza inevitabile di quella apologia implicita della società borghese con la quale la teoria politica dominante negli ultimi quattro secoli coincide: la pretesa capacità “naturale” di autoregolamentazione delle leggi di mercato, teoricamente incompatibile con “l’artificiale” irruzione ordinatrice della politica. Fatta questa lunga premessa, nelle pagine che seguono, cercheremo di analizzare uno dei passaggi più “sacrileghi”, se visti con lo sguardo della religione liberale, della storia del Novecento: la Nuova Politica Economica di cui Lenin fu teorico e artefice.

1. Le ragioni della NEP

«Immaginiamo un uomo che effettui l’ascensione di una montagna altissima e ancora inesplorata. Supponiamo che dopo aver trionfato di difficoltà e di pericoli egli sia riuscito a salire molto più in alto dei suoi predecessori, senza tuttavia aver raggiunto la sommità. Egli si trova in una situazione in cui non soltanto è difficile e pericoloso, ma addirittura impossibile avanzare oltre nella direzione e nel cammino che egli ha scelto. Egli è costretto a tornare indietro, a ridiscendere, a cercare altri cammini, sia pure più lunghi, i quali permettano di salire fino alla cima. La discesa, da questa altezza mai ancora raggiunta su cui si trova il nostro viaggiatore immaginario, offre delle difficoltà e dei pericoli ancora maggiori, forse, dell’ascensione: è più facile inciampare; si vede male dove si mettono i piedi; manca quello stato d’animo particolare di entusiasmo che dava impulso al cammino verso l’alto, diritto allo scopo ecc.»5.

Attraverso questa metafora, nel febbraio del 1922 Lenin descriveva sia la necessità della profonda svolta da poco prodotta nelle politiche del governo bolscevico, sia le sue grandi e inevitabili complicazioni iniziali. In prima battuta, Lenin spiegava sempre il significato della NEP a partire dall’esigenza di un’alleanza organica tra economia socialista e economia contadina, industrie e campagna, alleanza necessaria alla sopravvivenza di milioni di contadini e operai e dunque della stessa rivoluzione. Migliorare anzitutto le condizioni di vita e lavoro dei contadini per garantire anche alla città quanto a questa occorreva per esistere era una necessità vitale per la quale, ribadiva in più di un intervento, non servivano troppi approfondimenti teorici.

Nel suo ultimo articolo scritto prima di morire, Meglio meno, ma meglio, Lenin ritornerà poi sulle enormi difficoltà incontrate dalla transizione socialista, in particolare la bassa produttività del lavoro e, in generale, una capacità produttiva ben inferiore a quella precedente alla guerra6. Senza un radicale superamento di questi limiti, pensare al socialismo sarebbe stato un puro esercizio teorico, perché – come avevano scritto Marx e Engels ne L’ideologia tedesca – la liberazione dell’uomo non può avvenire nella sfera dell’autocoscienza ma solo nel mondo reale e attraverso l’impiego di metodi reali. É un problema incomprensibilmente sottovalutato ancora oggi (quando, ad esempio, si analizza il grande sforzo compiuto negli ultimi decenni dalla Repubblica popolare cinese), ma che era stato invece costantemente al centro delle riflessioni degli autori del Manifesto del partito comunista.

Come sappiamo, la durissima critica alla natura storicamente e socialmente determinata dell’alienazione nelle moderne società industriali, ossia alle forme artificiali di divisione e specializzazione capitalistica del lavoro, non ha mai portato i due fondatori del materialismo storico a rivendicare il ritorno allo stato di natura. Allo stesso modo, nelle loro riflessioni non troviamo nessuna visione antimodernista, romantica o nostalgica della natura violata. Il processo di divisione e specializzazione del lavoro della società industriale per un lato ha avuto l’effetto di disumanizzare questa attività creatrice e creativa dell’uomo, trasformandolo in una protesi della macchina e costringendolo alla schiavitù salariata; per un altro, nel contesto di una compiuta economia socialista, quella stessa tecnologia che rendeva reale la riduzione del tempo e degli sforzi necessari a produrre sarebbe potuta essere la premessa di un completo, onnilaterale e integrale sviluppo dell’individuo sociale, favorendo, fuori dal lavoro, l’elevazione scientifica, culturale e anche artistica dell’intera società e non solo di una singola classe. Per questo motivo Marx prestava sempre particolare attenzione alla questione dello sviluppo e del progresso tecnologico: la schiavitù salariata non avrebbe potuto essere sconfitta senza la macchina a vapore e la Mule Jenny, né la servitù dei contadini poteva essere superata senza il progresso dell’agricoltura. In linea generale, insomma, «non è possibile liberare gli uomini fino a quando questi non sono nelle condizioni di ottenere alimentazione e bevande, abitazioni e abiti, in qualità e quantità adeguata»7.

Questa convinzione segnerà le riflessioni degli ultimi anni di vita di Lenin, tutte rivolte al problema della sopravvivenza materiale (non solo politica) della Rivoluzione russa in un contesto assai complicato, reso ancora più difficile dalla pressione delle potenze Occidentali. Desiderose di sfruttare quella condizione disastrosa e di costringere la Russia attraverso la guerra civile nella miseria del suo passato pre- industriale, al fine di soffocare la rivoluzione e condannare il suo popolo a morire di inedia.

Anticipando le categorie di Gramsci8, parlando della NEP Lenin descriveva un mondo diviso in due sfere: l’Occidente capitalista e sviluppato da un lato e l’Oriente coloniale, sfruttato e dominato dal primo, dall’altro9. In questa prospettiva, la Rivoluzione russa ha rappresentato un punto di non ritorno nella storia mondiale proprio per il suo contenuto e impegno anticoloniale, segnando in tal modo per sempre – come spiega ancora Domenico Losurdo – il discrimine tra marxismo orientale e marxismo occidentale dopo Marx10. In continuità con un’elaborazione che aveva trovato in Imperialismo fase suprema del capitalismo la sua sintesi più efficace, Lenin sottolineava in quel frangente la relazione strettissima e indissolubile tra la lotta per l’emancipazione dal dominio coloniale dei paesi “orientali” e la sopravvivenza dello Stato socialista, collocando nello stesso fronte e nella stessa sfera contro-egemonica entrambe queste realtà, in un contesto dominato dal fallimento delle rivoluzioni in Occidente:

«Il sistema delle relazioni internazionali ha preso oggi una forma che uno degli Stati europei – la Germania – è asservito agli Stati vincitori. […] Nello stesso tempo, una serie di Paesi, Oriente, India, Cina, ecc., a causa appunto dell’ultima guerra imperialista, sono stati definitivamente gettati fuori dai loro binari. Il loro sviluppo si è adeguato definitivamente allo sviluppo capitalistico europeo. È incominciato in essi un fermento simile a quello che si ha in Europa. È ormai chiaro per il mondo intero che essi sono stati trascinati su una via di sviluppo che non potrà non portare a una crisi del capitalismo mondiale nel suo insieme.
Ci troviamo così, nel momento attuale, davanti alla domanda: saremo noi in grado di resistere con la nostra piccola e piccolissima produzione contadina, nelle nostre condizioni disastrose, fino a che i paesi capitalistici dell’Europa occidentale non avranno compiuto il loro sviluppo verso il socialismo? Ed essi tuttavia non lo compiono come ci attendevamo. Essi lo compiono non attraverso una maturazione uniforme del socialismo, ma attraverso lo sfruttamento di alcuni Stati da parte di altri, attraverso lo sfruttamento del primo Stato vinto nella guerra imperialistica, unito allo sfruttamento di tutto l’Oriente. L’Oriente d’altra parte, è entrato definitivamente nel movimento rivoluzionario appunto in seguito a questa prima guerra imperialistica, ed è stato trascinato definitivamente nel turbine generale della rivoluzione mondiale. […]
L’esito della lotta dipende, in ultima analisi dal fatto che la Russia, l’India, la Cina ecc., costituiscono l’enorme maggioranza della popolazione. Ed è appunto questa maggioranza che negli ultimi anni, con una rapidità mai vista, è entrata in lotta per la propria liberazione […]»11.

Le dinamiche internazionali avrebbero costretto queste due sfere a una nuova grande guerra imperialista, con l’obiettivo di dominare ancora di più i popoli coloniali e distruggere lo Stato sovietico. Nell’insieme di queste preoccupazioni e dati oggettivi, Lenin indicava la necessità di procedere nella direzione della NEP e cioè all’edificazione di uno Stato fondato sulla direzione operaia e sul consenso e la fiducia dei contadini, eliminando ogni spreco, burocratismo e inefficienza dell’apparato statale. Per comprendere il vero significato della NEP è però a questo punto necessario ampliare il nostro discorso al di là del contesto specifico, facendo i conti con quella peculiare interpretazione della questione contadina che nella visione leninista della rivoluzione assumeva un valore strategico e non solamente tattico.

2. Operai e contadini

Già ne Lo sviluppo del capitalismo in Russia, del 189812, la riforma agraria era stata individuata da Lenin come la chiave di volta per fare assumere al proletariato russo un ruolo egemonico nei confronti delle sterminate e amorfe masse dei contadini senza terra. Gramsci, in seguito, avrà ben chiara proprio questa concezione quando analizzerà la funzione positiva dei giacobini nella Rivoluzione francese ed è proprio a questo tipo di direzione che farà riferimento nel riflettere sul ruolo della classe operaia italiana nella soluzione progressiva della questione meridionale, ossia contadina.

Lenin si era accostato all’opera di Marx, e quindi all’indagine marxista, con un metodo ben preciso: privilegiare l’analisi statistico- economica della realtà sociale russa ed evitare di parlare della rivoluzione o del capitalismo in generale. Proprio grazie a questo metodo era giunto a una lettura originale della questione contadina, nel suo rapporto con l’affermarsi del capitalismo in Russia e il consolidarsi di una classe operaia che l’arretratezza economico-sociale e il dispotismo zarista rendeva tra le più combattive e rivoluzionarie al mondo.

Quella del 1898 è un’opera imponente per la mole di dati statistici ed economici. Lenin individuava la funzione potenzialmente dirigente del proletariato all’interno di un quadro sociale segnato da enormi contraddizioni e dall’assenza di un ruolo egemonico della borghesia nazionale. La Russia era sempre più dominata da rapporti di produzione capitalistici, anche se questi continuavano a convivere con istituti semifeudali e nonostante la stragrande maggioranza della sua popolazione fosse legata a rapporti produttivi pre-capitalistici. Ma se nei paesi occidentali la borghesia aveva assunto un ruolo di direzione privo di ombre, in Russia prevaleva una soluzione di compromesso tra la borghesia nazionale e l’autocrazia zarista, un’alleanza innaturale tra i ceti più dinamici del capitalismo e quelli parassitari dell’aristocrazia feudale. Qui la borghesia aveva rinunciato ad assumere un ruolo politicamente autonomo, accontentandosi degli spazi di iniziativa economica concessi dall’assolutismo zarista. Per questo Lenin attribuiva al proletariato e non alla borghesia russa la funzione dirigente di «classe generale», evidenziando già in quest’opera la necessità di un blocco sociale rivoluzionario più ampio rispetto alla sola classe operaia.

Per Lenin, ciascun paese avrebbe raggiunto il socialismo attraverso un percorso proprio, secondo le proprie peculiarità economiche, storiche e culturali. In coerenza con questo assunto generale, il cammino verso il socialismo russo sarebbe stato estremamente diverso da quello ipotizzato per i paesi occidentali. In ragione di questa diversità, Lenin sviluppava una concezione dei rapporti con le masse contadine che non è rintracciabile nelle altre componenti del POSDR e che, nel corso del 1917, lascerà interdetti anche molti bolscevichi, rimasti sostanzialmente fermi al vecchio programma.

Nella concezione socialdemocratica, infatti, alle masse contadine veniva attribuito un ruolo solo nella fase democratico-borghese della rivoluzione, mentre non si prevedeva nessun piano d’azione egemonico nei loro confronti da parte del partito operaio (altro tema sviluppato poi da Gramsci nella sua costante polemica con il PSI). Contro tutto ciò, Lenin operava una prima svolta tra il 1901 e il 1908, proponendo di inserire nel programma del partito rivoluzionario del proletariato le rivendicazioni delle masse contadine: solo ponendosi il problema della loro direzione, infatti, il proletariato russo avrebbe avuto qualche possibilità di successo13. Questa intuizione su questione contadina e politica delle alleanze, poi decisiva nel 1917 e per il recepimento del marxismo nei paesi rurali con un limitato sviluppo delle forze produttive, non si riscontra in nessun’altra elaborazione marxista di quel tempo. La stessa Rosa Luxemburg, per capire, aveva aspramente criticato questa impostazione, perché offriva a suo dire alla questione contadina una soluzione «piccolo-borghese» e in contrasto con gli assunti codificati del marxismo.

Fino alla rivoluzione di febbraio Lenin considererà la prospettiva della rivoluzione in Russia entro gli schemi di una rivoluzione democratico-borghese, inscrivendola poi nel quadro della rivoluzione socialista europea. La rivoluzione del febbraio 1917 però, dopo tre anni di guerra, muterà in profondità il quadro tattico, bruciando rapidamente le tappe e ponendo all’ordine del giorno la questione del passaggio diretto del potere ai soviet. Questa transizione non avrebbe segnato immediatamente il passaggio al socialismo, ma avrebbe determinato le condizioni per l’edificazione del socialismo entro un quadro istituzionale – che Lenin paragona alla Comune di Parigi – nuovo e più avanzato rispetto alla repubblica parlamentare e cioè il sistema dei soviet.

Nel delineare questo passaggio, tuttavia, Leninva prende atto del ruolo minoritario dei bolscevichi e indicava nel lavoro teso alla conquista della maggioranza all’interno dei soviet, e nella fine di ogni collaborazione con il governo provvisorio, i loro compiti immediati. La questione contadina si inserisce esattamente in questa prospettiva. Nelle Tesi di aprile, al punto 4, Lenin scriveva:

«Riconoscere che il nostro partito è minoranza, nella maggior parte dei soviet dei deputati operai, di fronte al blocco di tutti gli elementi opportunisti piccolo borghesi, che sono soggetti all’influenza della borghesia e che estendono quest’influenza al proletariato[…]. Spiegare alle masse che i soviet dei deputati operai sono l’unica forma possibile di governo rivoluzionario e che pertanto, fino a che questo governo sarà sottomesso all’influenza della borghesia, il nostro compito potrà consistere soltanto nello spiegare alle masse in modo paziente, sistematico, perseverante, conforme ai loro bisogni pratici, gli errori della loro tattica. Fino a che saremo in minoranza, svolgeremo un’opera di critica e di spiegazione degli errori, sostenendo in pari tempo la necessità del passaggio di tutto il potere statale ai soviet dei deputati operai, perché le masse possano liberarsi dei loro errori sulla base dell’esperienza»14.

Ancora il 9 di aprile Lenin riaffermava la necessità di rovesciare il governo provvisorio, ma al contempo ribadiva che fino a quando il potere di questo organismo poggerà su un accordo con i soviet e esprimerà la «coscienza e la volontà della maggioranza degli operai e dei contadini», questo risultato non potrà essere conseguito. Da ciò il compito degli operai coscienti: «conquistare la maggioranza». Lenin si poneva dunque l’obiettivo di creare un partito comunista capace di attrarre proletari, contadini e masse sempre più numerose e cioè un partito che non intendesse la rivoluzione come il colpo di mano di una minoranza cosciente e non anteponesse la presa del potere alla conquista della maggioranza delle classi subalterne. «Noi non siamo dei blanquisti, non vogliamo la conquista del potere da parte di una minoranza», diceva; «siamo dei marxisti e sosteniamo la lotta di classe proletaria contro l’intossicazione piccolo-borghese, contro lo sciovinismo e il difensivismo, contro le frasi vuote, contro la soggezione alla borghesia»15.

Le Tesi di aprile suscitarono un ampio dibattito e profonde spaccature anche tra gli stessi bolscevichi, una parte dei quali non accettava la svolta operata da Lenin. Nelle Lettere sulla tattica Lenin preciserà ulteriormente la propria linea e non perderà l’occasione di polemizzare con quanti, all’interno delle posizioni bolsceviche, restavano legati agli schemi astratti delle formule teoriche, senza porsi il problema di verificarle nella realtà concreta. Le Lettere sulla tattica costituiscono in questo senso un documento assai importante, perché non solo chiariscono il senso tutt’altro che dogmatico o dottrinario del marxismo di Lenin, ma delineano il tema centrale della direzione esercitata dal proletariato sulle grandi masse contadine. Solo attraverso la stretta alleanza tra operai e contadini, infatti, Lenin intravvede la possibilità di sottrarre queste ultime all’influenza conservatrice della borghesia e di creare le condizioni per il socialismo.

Si registrava adesso il passaggio dalla prima alla seconda tappa della rivoluzione e cioè il passaggio del potere dalla borghesia alla democrazia sovietica, con la fine del dualismo tra il governo provvisorio e i soviet. La vecchia formula bolscevica della «dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini» aveva trovato una materializzazione, si «era fatta carne e sangue» in un’istituzione storica concreta: il soviet. Tuttavia, Lenin non pensava affatto di saltare al di sopra del movimento contadino o piccolo borghese «giocando alla presa del potere da parte di un governo operaio», ma indicava l’obiettivo della conquista della maggioranza all’interno dei soviet tra i deputati degli operai, dei salariati agricoli, dei contadini e dei soldati.

I compromessi raggiunti con le forze borghesi nel quadro del governo provvisorio rendevano impossibile l’attuazione del programma agrario dei socialisti-rivoluzionari, mettendo questi ultimi in contraddizione con la loro base sociale: la piccola proprietà contadina e i salariati agricoli. Compito dei bolscevichi era inserirsi in questa contraddizione e portare dalla propria parte le grandi masse contadine.

Le rivendicazioni dei contadini andavano contro la grande proprietà fondiaria e consistevano nell’abolizione senza indennizzo della proprietà della terra, nella confisca di tutte le scorte vive e morte delle terre requisite (eccezion fatta per i contadini con poca terra), nella ripartizione egualitaria della terra tra i lavoratori con spartizioni periodiche, nell’abolizione del lavoro salariato, nella promulgazione di leggi che impedissero la compravendita della terra. Se queste rivendicazioni non potevano essere soddisfatte dai socialisti- rivoluzionari, i bolscevichi dovevano intestarsele e dimostrarne la fattibilità. Poiché in Russia un sistema bancario centralizzato, strettamente legato ai gangli fondamentali della grande produzione industriale, controllava le terre – per la gran parte ipotecate –, la confisca delle terre avrebbe infatti significato al tempo stesso la confisca di somme ingenti del capitale bancario. Solo attraverso la fusione e nazionalizzazione del sistema bancario, posto sotto il controllo del potere dei soviet, la confisca della grande proprietà agraria era perciò possibile. E solo il proletariato – interessato all’abolizione dei rapporti sociali di produzione borghesi – avrebbe potuto realizzarlo.

3. Genesi egemonica della NEP

La fase della rivoluzione borghese aveva già esaurito il proprio corso e il potere doveva passare adesso ai soviet, perché per Lenin «in tre anni la guerra aveva fatto progredire la Russia di trent’anni». Nella nuova fase, il proletariato e i contadini poveri erano le sole forze in grado di porre fine alla guerra imperialista, realizzare una pace democratica e compiere i primi passi verso il socialismo. Pertanto, grande cura doveva essere dedicata al lavoro di spiegazione e convincimento verso le classi più povere (consenso/egemonia), per conquistarle alle posizioni bolsceviche e preparare il passaggio di potere dal governo provvisorio ai soviet. E per ottenere questa maggioranza, Lenin non esiterà ad assumere nel proprio programma la proposta di riforma agraria dei socialisti-rivoluzionari:

«I contadini vogliono conservare la loro piccola azienda, ripartire le terre in parti uguali e pareggiarle di nuovo periodicamente… Sia. Non un solo socialista ragionevole si allontanerà dai contadini poveri per tale questione. Se si confiscano le terre vuol dire che il dominio delle banche è colpito alla base; se si confiscano le scorte vuol dire che il dominio del capitale è colpito alla base e che, quando il proletariato prenderà il potere politico, il resto verrà da sé, il resto verrà dalla forza dell’esempio e sarà suggerito dalla pratica (…) la vita mostrerà con quali modificazioni di forma ciò si realizzerà. Questo è secondario. Noi non siamo dottrinari: la nostra dottrina non è un dogma ma una guida per l’azione. Non abbiamo la pretesa di dire che Marx e i marxisti conoscono tutti gli aspetti concreti della via che conduce al socialismo. Queste sono sciocchezze: sappiamo dove porta questa via, sappiamo quali forze sociali ce la faranno seguire, ma concretamente, praticamente, essa sarà indicata dall’esperienza di milioni di uomini, quando si avvieranno»16.

Anche la NEP, dunque, va considerata non solo come una misura di politica economica ma anzitutto come un tentativo egemonico con un ben preciso obiettivo politico: l’alleanza economica e sociale tra classe operaia e contadini nell’edificazione del socialismo. Non solo forza, ma consenso; non solo dominio, ma egemonia. All’inizio del 1921 lo Stato sovietico si trovava in una situazione molto complicata, nella quale alle distruzioni della Prima guerra mondiale si sommavano quelle della guerra civile. In questo contesto, al X Congresso del Partito comunista russo Lenin spiegò per la prima volta la necessità di imprimere al paese una profonda svolta di politica economica. All’assemblea dei segretari delle cellule del partito di Mosca ribadirà poi (9 aprile 1921) come la NEP fosse un’esigenza non rinviabile né evitabile, al fine di uscire dalla miseria assoluta e superare i limiti del «comunismo di guerra».

I termini di questa profonda svolta sono delineati in maniera compiuta nel saggio Sull’imposta in natura, del maggio 1921, nel quale vengono nuovamente esposte le contraddizioni della transizione in una società nella quale convivevano ancora economia patriarcale, piccola produzione mercantile, capitalismo privato, capitalismo di Stato e socialismo. Lenin presentava la NEP come una nuova tappa della lotta di classe, invitando il governo ad adottare misure urgenti che non pochi avrebbero letto come una sorta di “restaurazione capitalistica”: 1) abolizione delle requisizioni forzate e sostituzione con l’imposta in natura; 2) reintroduzione, con alcune limitazioni, della libertà di commercio; 3) autorizzazioni alle imprese private; 4) restituzione di molte imprese con meno di 10 addetti ai vecchi proprietari; 5) un nuovo regime di incentivi salariali corrispondenti alle attività svolte; 6) autorizzazione ad avere imprese commerciali, creare contratti, possedere proprietà, scegliere le professioni; 7) approvazione del codice agrario che consentiva ai contadini di servirsi delle leggi di mercato, concedendo loro il diritto di proprietà su tutto ciò che consentiva un miglioramento delle colture (ma senza il diritto di vendere o ipotecare le terre, perché demanio statale); 8) soppressione della gratuità dei servizi pubblici, eliminazione della remunerazione egualitaria e del lavoro obbligatorio. Venne poi avviato il programma per l’elettrificazione del Paese, un’operazione che secondo Lenin era fondamentale per la transizione, tanto da aver dato luogo alla famosa formula «comunismo = potere sovietico + elettrificazione»17.

Al X Congresso Lenin esorterà i delegati a fare una dura autocritica, sottolineando la necessità di abbandonare qualsiasi forma di utopismo astratto e descrivendo il comunismo di guerra come una «caricatura del comunismo». I mesi successivi vedranno il rivoluzionario russo impegnato a rendere più rapido il processo attuativo delle misure adottate e sempre più polemico verso le resistenze di quanti si attardavano in una visione romantica e libresca della transizione socialista. Lenin è implacabile soprattutto verso i pericoli dell’infantilismo di sinistra e lo spirito piccolo-borghese: «non c’è niente di più dannoso e di più funesto per il comunismo della millanteria comunista: “ce la faremo da soli”»18. La disgregazione dell’economia rurale, caratteristica del comunismo di guerra, era alla infatti base di uno dei problemi più importanti individuati da Lenin nelle sue annotazioni critiche sullo Stato sovietico, il burocratismo:

«La radice economica del nostro burocratismo è il frazionamento, la dispersione del piccolo produttore, la sua miseria, la sua incultura, l’insufficienza delle strade, l’ignoranza, la mancanza di scambi fra l’agricoltura e l’industria, l’assenza di legami e contatti fra di esse. Ciò è in grandissima parte un risultato della guerra civile. (…)
Bisogna sempre riconoscere senza paura il male per combatterlo con maggior fermezza, per ricominciare ancora e ancora da capo: saremo costretti ancora molte volte, in tutti i campi della nostra edificazione, a ricominciare da capo, correggendo ciò che è imperfetto, scegliendo vie diverse per affrontare il compito. Si è visto che la ricostruzione della grande industria doveva essere rinviata, che la chiusura degli scambi fra l’industria e l’agricoltura non poteva continuare; bisognava dunque ripartire dalla piccola industria, bisognava portare aiuto alla causa da questo lato, puntellare questo muro dell’edificio semirovinato dalla guerra e dal blocco. In tutti i modi e ad ogni costo bisogna sviluppare lo scambio senza avere paura del capitalismo, perché i limiti che gli abbiamo posto (espropriazione dei grandi proprietari fondiari e della borghesia in economia, potere operaio e contadino in politica) sono abbastanza angusti, abbastanza “moderati”. Questa è l’idea fondamentale dell’imposta in natura»19.

L’imposta in natura era dunque una misura essenziale per correggere gli errori, evitando i disastri della miseria e della carestia, e per riattivare una piccola industria che non necessitava di grandi investimenti in macchinari né di grandi riserve di materie prime e combustibile, fornendo subito un aiuto vitale all’economia contadina. Tutto questo avrebbe inevitabilmente riattivato a livello locale la libertà di commercio della piccola borghesia, ma di fronte al rischio del collasso economico si trattava per Lenin del minore dei problemi. Esortava perciò lo stato maggiore del partito bolscevico a concentrare i propri sforzi nel favorire lo sviluppo dell’economia nella direzione del capitalismo di Stato, anziché sprecarli nel tentativo di impedire il risorgere di relazioni sociali borghesi. In tal senso, l’imposta in natura rappresentava il passaggio dalla condizione straordinaria del comunismo di guerra a quella ordinaria del regolare “scambio socialista” dei prodotti tra città e campagna, necessario a combattere al tempo stesso la dispersione del piccolo produttore e il burocratismo, anche a costo andare a lezione di modernizzazione dalla borghesia:

«I comunisti non devono temere di “mettersi alla scuola” degli specialisti borghesi, compresi i commercianti, i cooperatori capitalistici e i capitalisti. Imparare da essi in una forma diversa, ma in sostanza nello stesso modo in cui abbiamo studiato dagli specialisti militari. I risultati di questo studio dovranno essere misurati col metro dell’esperienza pratica: far meglio di quanto hanno fatto accanto a te gli specialisti borghesi; riuscire a ottenere in un modo o nell’altro il miglioramento dell’agricoltura, il miglioramento dell’industria, lo sviluppo dello scambio fra l’agricoltura e l’industria. Non lesinare quando si tratta di pagare “per lo studio”. Non c’è da rimpiangere se si paga caro, purché giovi. Aiutare in tutti i modi le masse dei lavoratori, avvicinarsi a loro, scegliere tra di essi centinaia e migliaia di quadri senza partito per il lavoro economico»20.

4. Rivoluzione in Occidente e in Oriente: il III congresso del Comintern

Lenin considerava però essenziale la NEP anche in relazione alla nuova situazione politica internazionale e non casualmente questa svolta e quella del Fronte unico furono i temi essenziali di discussione tra il III e il IV Congresso dell’Internazionale comunista. Come è noto, nella Russia del 1917 erano presenti secondo Lenin tutte le condizioni soggettive per la rivoluzione socialista, mentre del tutto insufficiente era sviluppo delle forze produttive. Al contrario, in Germania erano presenti condizioni oggettive ottimali ma grossi limiti sul versante dell’iniziativa rivoluzionaria. La convinzione di Lenin era che l’avvio del processo rivoluzionario russo si sarebbe rapidamente propagato da «Pietrogrado a Berlino» – e poi da qui al resto d’Europa –, unendo nel complesso tutte le condizioni atte ad una compiuta rivoluzione socialista continentale.

Con la fine del primo conflitto mondiale, queste condizioni sembravano sempre più prossime a realizzarsi, grazie non solo alle prospettive rivoluzionarie tedesche ma anche alla nascita della Repubblica ungherese dei Consigli operai e contadini. Sebbene quest’ultima esperienza fosse stata stroncata già nel corso del 1919 dall’intervento delle forze controrivoluzionarie sotto il comando dell’Ammiraglio Horthy, le speranze nella rivoluzione mondiale sembravano però materializzarsi comunque nell’estate del 1920, con l’avanzata dell’Armata rossa fin sotto la città di Varsavia, il divampare in Italia del «biennio rosso» e soprattutto con i sommovimenti sempre più acuti in Germania21. Come è noto, però, tra l’autunno del 1920 e il marzo del 1921 tutte queste prospettive si chiusero con delle cocenti sconfitte per il movimento rivoluzionario internazionale. Nel frattempo crescevano le difficoltà per la Russia Sovietica, che aveva vinto la guerra civile contro le «armate bianche» ma versava ora in una situazione economica e sociale prossima al collasso, resa ancora più drammatica dal divampare della carestia nelle campagne. In questo contesto di immense difficoltà, si apre, tra il giugno e il luglio del 1921, il III Congresso della Terza Internazionale, a ragione considerato un passaggio di svolta tattica centrale nella storia del movimento comunista mondiale. In questo Congresso le ragioni della svolta troveranno la loro articolazione principale in tre relazioni fondamentali: le Tesi sulla situazione mondiale e sui compiti del Comintern presentate da Trockij; il Rapporto sulla tattica di Lenin; le Tesi sulla tattica presentate da Karl Radek.

Lenin partiva dalla situazione interna alla Russia nel 1921, dall’ostilità delle potenze occidentali ma anche dal fallimento di tutti i tentativi d’intervento militare intrapresi contro di essa. Nei primi quattro anni di vita della Russia socialista si era assistito alla fase della lotta aperta (guerreggiata) della borghesia internazionale, che aveva finito per pore le vicende del paese euroasiatico al centro delle questioni di politica internazionale. Adesso era iniziata invece una fase di equilibrio, un rasserenamento che era però instabile e relativo, perché sia nei paesi capitalistici che in quelli soggetti a dominio coloniale insurrezioni, conflitti e rivoluzioni sarebbero potuti scoppiare inaspettatamente in qualsiasi momento. Compito dei comunisti in questa fase era dunque quello di saper sfruttare la tregua e adattare la propria tattica alla nuova situazione.

Era una necessità inderogabile: «preparare a fondo la rivoluzione e fare uno studio approfondito del suo sviluppo concreto nei paesi capitalistici più avanzati […] approfittare di questa breve tregua per adattare la nostra tattica a questa linea a zigzag della storia». La questione centrale nella nuova fase era perciò nuovamente la conquista della maggioranza: «Quanto più organizzato è il proletariato di un paese capitalisticamente sviluppato, tanto maggiore serietà la storia esige da noi nella preparazione della rivoluzione, tanto più a fondo dobbiamo conquistare la maggioranza della classe operaia»22.

Assumeva una centralità assoluta, dunque, la questione coloniale. I partiti aderenti alla Seconda Internazionale avevano dimostrato per lo più un atteggiamento sentimentale e moralistico di simpatia per i popoli oppressi, ma di sostanziale indifferenza verso il movimento politico anticoloniale, considerato privo di importanza ai fini della lotta generale per il socialismo. I comunisti prenderanno invece atto che dall’inizio del XX secolo centinaia di milioni di individui agivano come «fattori rivoluzionari autonomi attivi». Nelle future battaglie per la rivoluzione mondiale, le lotte anticoloniali – inizialmente tendenti alla liberazione nazionale ma inevitabilmente destinate a scontrarsi con l’imperialismo – avrebbero perciò assunto una funzione rivoluzionaria ben più importante di quanto ci si potesse attendere. Proprio questa consapevolezza portò l’Internazionale comunista ad investire risorse ed energie per fornire un sostegno politico, economico e organizzativo alla mobilitazione dei popoli assoggettati al dominio dall’Occidente e alla loro emancipazione.

5. Proletari e borghesi di fronte alla NEP

Secondo Lenin, erano avvenuti mutamenti importanti in seno alle vecchie classi dominanti russe spodestate, con il costituirsi di un fronte politico della borghesia russa in esilio capace di mobilitare i quotidiani e partiti dei grandi proprietari terrieri e della piccola borghesia, grazie ai finanziamenti della borghesia straniera necessari a mantenere in vita tutti i mezzi e gli strumenti di lotta contro la rivoluzione sovietica. Se al momento della presa della rivoluzione del ‘17 la borghesia era ancora disorganizzata e non sviluppata politicamente, tanto da non esercitare un’egemonia reale sulla società, ora, a distanza di quattro anni, quella classe era riuscita a raggiungere il livello di consapevolezza e sviluppo politico della borghesia occidentale. La borghesia russa aveva cioè subito una terribile sconfitta, ma aveva compreso la lezione della storia e si era riorganizzata in modo conseguente; tutto questo complicava enormemente il processo di transizione al socialismo, per la persistenza di una dura lotta di classe anche dopo la presa del potere da parte del proletariato.

Nel porre la necessità di un diverso atteggiamento del proletariato russo verso grande borghesia e vecchia proprietà fondiaria da una parte, e piccola borghesia dall’altra, Lenin delineava il nuovo quadro tattico dei comunisti alla base della NEP. Se rispetto ai vecchi ceti dominanti, infatti, non era possibile altro rapporto al di fuori della lotta di classe più netta e aperta, verso i ceti medi si imponeva un tipo di relazione di altra natura, soprattutto dopo gli anni del «comunismo di guerra».

Nei paesi occidentali la piccola proprietà costituiva un gruppo sociale oscillante tra il 30 e il 50% della popolazione complessiva; in Russia le masse contadine erano invece la stragrande maggioranza della popolazione, dunque verso questa classe il rapporto doveva basarsi su un’alleanza molto stretta che fosse in grado di sostituire con l’egemonia del proletariato la tradizionale influenza esercitata su di essa dalla grande borghesia: «Abbiamo concluso un’alleanza con i contadini che difendiamo in questo modo: il proletariato libera i contadini dallo sfruttamento della borghesia, dalla sua direzione e influenza e li conquista alla sua causa per vincere assieme gli sfruttatori»23.

Nella rivoluzione e attraverso la riforma agraria, i bolscevichi avevano saputo esercitare questa direzione e influenza e la fedeltà delle masse contadine durante la guerra civile ne era stata una conferma. Nella nuova situazione, data da la capacità organizzativa inedita acquisita dalla borghesia russa, la semplice alleanza militare non sarebbe stata più sufficiente. Era necessario passare ad un’alleanza economica.

Sette anni di guerra ininterrotta, lo stato d’eccezione e una politica indotta dalla guerra civile, avevano imposto privazioni ormai intollerabili per le masse contadine. Nella primavera del 1921 si era determinata poi una paralisi dell’intera economia russa, accompagnata dai cattivi raccolti, dalla mancanza di foraggio, dalla scarsità di combustibile. «Dovevamo mostrare immediatamente alle grandi masse contadine di essere pronti, senza allontanarci affatto dal cammino rivoluzionario, a mutare la nostra politica in modo che i contadini potessero dire: i bolscevichi vogliono migliorare subito e ad ogni costo la nostra intollerabile situazione», spiegava Lenin. Per questa ragione «abbiamo cambiato la nostra politica economica obbedendo esclusivamente alle circostanze pratiche e alle necessità che derivano dalla situazione»24.

La disastrosa situazione produttiva imponeva dunque un mutamento nella politica economica, tanto più necessaria quanto più i rapporti di alleanza tra proletariato e classe contadina rischiavano di essere compromessi, mettendo a repentaglio la conservazione del potere statale sovietico e la funzione dirigente del proletariato. Il primo mezzo individuato per segnare questa svolta di politica economica fu l’imposta di natura, in base alla quale la fabbrica socializzata dava al contadino i propri prodotti in cambio del grano. Il contadino dava a sua volta una parte dei propri prodotti sotto forma d’imposta e un’altra in cambio dei prodotti dell’industria socialista, oppure mediante lo scambio di merci.

Si trattava di una misura necessaria per passare da una pura «alleanza militare» – come quella che aveva consentito la vittoria sulle armate bianche – ad un’«alleanza economica». Un passo indispensabile, perché in un paese come la Russia, con un livello di arretratezza tecnico-produttiva così forte e nel quale le masse contadine costituivano la maggioranza della popolazione, solo questa scelta poteva consolidare lo Stato sovietico e creare attraverso il «capitalismo di Stato» – ossia un regime di concessioni all’iniziativa privata dei capitali stranieri di una parte della produzione – le condizioni per la transizione socialista.

Una misura come questa avrebbe certamente creato nuovi problemi, perché imposta in natura significava libertà di commercio (dato che il contadino dopo aver pagato l’imposta era poi libero di vendere o scambiare quel che gli rimaneva del raccolto) e libertà di commercio significava capitalismo. Ma per Lenin, nel quadro della nuova politica economica, si trattava comunque di capitalismo alle condizioni poste dalla società sovietica e cioè capitalismo di Stato; dunque, esso sarebbe stato controllato e riconosciuto e il suo sviluppo non si sarebbe risolto a vantaggio della borghesia ma del proletariato.

La NEP si imponeva pertanto come una necessità impellente per consentire alla Russia un balzo nello sviluppo delle sue forze produttive e per resistere a una borghesia ancora forte, capace di esercitare la sua lotta di classe anche all’interno della società sovietica. Ma soprattutto – e questo aspetto va rimarcato con forza – si imponeva come necessaria a fronte del mancato divampare della rivoluzione in Occidente e all’accerchiamento da parte delle grandi potenze capitalistiche.

6. Un «capitalismo di Stato»

Al IV Congresso, il 13 novembre 1922, Lenin aveva rivendicato la scelta di sviluppare una politica economica tendente al «capitalismo di Stato». Si trattava di un passo sicuro in direzione del socialismo, all’interno di un contesto internazionale assai difficile nel quale non solo le aspettative di esito vittorioso per la rivoluzione in vari paesi dell’Europa occidentale erano state tragicamente disattese, ma si profilava oramai una grave fase di riflusso per il movimento operaio e un’offensiva reazionaria durissima da parte delle classi dominanti. Solo poche settimane prima i fascisti erano arrivati al potere in Italia. Proprio la difficile situazione internazionale imponeva ai partiti comunisti la necessità di sapersi rapportare tatticamente nella maniera giusta alle diverse situazioni e dunque di prepararsi anche a una ritirata strategica, per evitare di essere risospinti indietro ed annullati per diversi anni:

«Dobbiamo non soltanto sapere come agire quando passiamo direttamente all’offensiva e quando vinciamo. In un periodo rivoluzionario, ciò non è poi tanto difficile e neanche tanto importante, o, per lo meno, non è la cosa più decisiva. In un periodo di rivoluzione vi sono sempre dei momenti nei quali l’avversario perde la testa, e se noi l’attacchiamo in uno di questi momenti possiamo vincere con facilità. Ma ciò non significa ancora nulla, perché il nostro avversario, se ha un sufficiente dominio di sé, può in precedenza raccogliere le forze, ecc. E allora può facilmente provocarci ed attaccare, e poi respingerci indietro molti anni. Per questa ragione ritengo che l’idea di prepararci ad una ritirata abbia una grande importanza, e non solo da un punto di vista teorico. Anche da un punto di vista pratico, tutti i partiti che nel prossimo avvenire si prepareranno a passare all’offensiva diretta contro il capitalismo, devono pensare sin d’ora anche al modo di assicurarsi una ritirata»25.

Dunque, anche la scelta del «capitalismo di Stato» rappresentava una possibile linea di ritirata, necessaria per mantenere la posizione in una fase avversa.

La crisi di consenso che la rivoluzione aveva vissuto nel corso del 1921, non solo tra i contadini ma anche tra gli stessi operai, era dovuta per Lenin al fatto che l’offensiva economica si era spinta troppo oltre senza assicurarsi la necessaria base di consenso. A suo avviso, le masse avevano percepito anche prima del partito quanto il passaggio diretto alle nuove forme socialiste fosse al di sopra delle forze effettive della rivoluzione. La crisi era iniziata nel febbraio del 1921 ma già nella primavera si era deciso di passare alla NEP e nel giro di un anno e mezzo da quella svolta la scelta si era dimostrata giusta, perché aveva consentito alla rivoluzione di uscire vittoriosa dalla sua crisi più grave di sempre.

Uno dei risvolti politici più importanti dell’«alleanza economica» varata con la NEP è stato il tentativo di superare l’utilizzo di mezzi coercitivi da parte dello Stato per imporre il socialismo alle masse contadine. Conclusa la fase del «comunismo di guerra», con la NEP si è tentato di percorrere una strada diversa, al fine di condurre la maggioranza dei contadini a riconoscere spontaneamente la superiorità della produzione cooperativa o della grande azienda di Stato rispetto alla piccola proprietà e cioè per accompagnare i contadini al socialismo volontariamente e senza ricorrere a metodi amministrativi.

Se la NEP ottenne importanti risultati e già nell’autunno del 1926 la produzione agricola e quella industriale raggiunsero i livelli precedenti alla guerra, la produzione cerealicola rimase però sempre al di sotto dei livelli del 1913, dimostrando un’indubbia inferiorità produttiva della piccola proprietà rispetto allo stesso latifondo. Oltre a ciò, i tanto attesi capitali esteri arrivarono in entità decisamente trascurabili, determinando un grave rallentamento del processo di industrializzazione e ponendo un ostacolo enorme sulla strada del socialismo. Di lì a pochi anni, con il rischio di una nuova guerra mondiale all’orizzonte e con la necessità di rendere autosufficiente la Russia, l’incapacità a superare del tutto questi limiti spingerà Stalin a imprimere una nuova accelerazione allo sviluppo delle forze produttive, modificando le direttrici della NEP tanto nella produzione agricola quanto nell’industria.

7. I problemi della transizione

Con la svolta della NEP i bolscevichi tentarono di fronteggiare una crisi economica gravissima e di aprire una fase nuova nella transizione a nuovi rapporti sociali di produzione, un processo del resto mai tentato prima e per il quale non esistevano certo né un prontuario, né esperienze concrete alle quali fare riferimento. Il fallimento della rivoluzione mondiale li obbligava a sviluppare il socialismo su una scala nazionale, impostando una questione che sarà poi centrale nelle note dei Quaderni del carcere di Gramsci. Secondo l’intellettuale sardo, il compito della «classe internazionale» consisteva in primo luogo proprio nello «studiare esattamente la combinazione di forze nazionali», sviluppandole anche in funzione delle esigenze internazionali. Può definirsi classe dirigente, scriveva oltretutto nella nota su Machiavelli del Quaderno 14, solo quella che si dimostra capace di interpretare questa combinazione; e proprio per questa ragione, concludeva, le accuse di nazionalismo rivolte da Leone Davidovici (Trockj) a Bessarione (Stalin) «sono inette se si riferiscono al nucleo della quistione». Chi avesse studiato tutto lo sforzo tra il 1902 e il 1917 dei «maggioritari», ovvero i bolscevichi, proseguiva Gramsci, avrebbe compreso infatti come la loro originalità risiedesse esattamente nel «depurare l’internazionalismo di ogni elemento vago e puramente ideologico (in senso deteriore) per dargli un contenuto di politica realistica»26.

L’egemonia, insomma, si sostanzia di esigenze di carattere nazionale. Pertanto, per guidare strati sociali strettamente nazionali una classe internazionale deve a sua volta nazionalizzarsi. Tanto più che, anche a causa della sconfitta delle rivoluzioni in Occidente, non si erano ancora oggettivate le condizioni mondiali per il socialismo e sarebbero dunque inevitabilmente occorse molteplici fasi, nelle quali le singole combinazioni nazionali avrebbero potuto essere le più differenti.

Con tutte le contraddizioni del caso, in un contesto mondiale di riflusso reazionario e di accerchiamento questa scelta ebbe comunque l’effetto di trasformare lo Stato sovietico, facendo della giovane e debole nazione post-zarista una potenza industriale capace di lì a poco di sconfiggere il maggior esercito del mondo e di contribuire a debellare la minaccia nazi-fascista. Sul piano della coerenza tra teoria e prassi, poi – è bene ricordarlo –, ogni rivoluzione, scontrandosi con la realtà concreta (con le azioni e reazioni previste o impreviste), finisce sempre per creare un quadro sempre nuovo e differente da quanto era stato precedentemente teorizzato e idealizzato. Così è stato per la Rivoluzione francese (e ciò nonostante continuiamo a considerala un fondamentale atto di liberazione universale). Ma così è stato anche per tutte le rivoluzioni liberali, le quali – al di là dei principi solenni – hanno finito per istituzionalizzare forme di povertà sconfinata e hanno introdotto forme di esclusione e marginalizzazione sociale aberranti e inumane, sebbene queste oggi non siano certo messe in conto a Locke o Smith, a Constant o Bentham.

A cento anni da una rivoluzione che ha cambiato profondamente la storia dell’umanità, nel fare bilanci, è bene perciò evitare la fretta delle conclusioni interessate, le sentenze di autoassoluzione o di condanna di improvvisati tribunali della storia. É ormai un luogo comune, ad esempio, richiamarsi alla discutibile contabilità dei lutti proposta dal Libro nero del comunismo, una contabilità nella quale vengono ricompresi anche i morti per guerre e carestie che furono in gran parte indotte dall’esterno. Ma se usassimo gli stessi parametri adottati da Courtois, quante centinaia di milioni di morti dovremmo imputare all’espansione mondiale delle relazioni sociali borghesi? Proviamo solo a pensare alle conseguenze storiche dell’accumulazione originaria del capitale sulle sterminate masse rurali, cacciate dalle campagne e trasformate in moltitudini mendicanti nelle grandi periferie urbane; o allo sterminio dei popoli nativi nel Nord e Sud America, in Asia e Oceania; ai morti dovuti alla miseria e allo sfruttamento coloniale occidentale in Africa, schiavismo compreso; alle infinite guerre imperialiste condotte negli ultimi due secoli in ogni angolo del pianeta per rapinare le risorse dei “popoli incivili”….

É un’ecatombe ben occultata nei testi accademici come nelle trattazioni più divulgative della storia dell’umanità ed è la conferma di un fenomeno già colto da Marx e Engels nella prima metà dell’800: è proprio sul terreno delle ideologie che nasce il vero successo della società borghese. L’aver trasformato il mondo in un grande cimitero viene presentato come l’affermazione dei principi di libertà e civiltà sulla barbarie: i grandi e piccoli critici liberali delle ideologie si sono in tal modo rivelati come i veri maestri dell’ideologia.

Riferimenti bibliografici

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    L’ipocondria dell’impolitico. La critica di Hegel di ieri e di oggi, Milella, Lecce. Id., 2016
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    Lenin oggi. Ricordare, ripetere, rielaborare, Ponte delle Grazie, Milano.

Note

  1. HALLER 1963, p. 75.
  2. Cfr. LOSURDO 2001.
  3. BURKE 1963, p. 340 sgg.
  4. ŽIŽEK 2017, p. 125.
  5. LENIN 1967a, p. 183.
  6. Per ulteriori approfondimenti si rimanda all’ultimo pregevole lavoro curato da Vladimiro Giacché: LENIN 2017, p. 343.
  7. MARX E ENGELS 1993, p. 13 sgg.
  8. Gramsci definiva i concetti di Oriente e Occidente come il frutto di una convenzione storico-culturale. Essa ci indica un fatto storico prodotto dallo sviluppo della civiltà, ma per quanto si tratti di una costruzione, non sarebbe semplicemente un artificio puramente arbitrario e razionalistico. In assenza delluomo non avrebbe senso pensare in termini di Est e Ovest, o di Nord e Sud, perché questi sono rapporti reali che non sono immaginabili senza lo sviluppo della civiltà umana e soprattutto le relazioni egemoniche tra dominanti e dominati: «È evidente che Est e Ovest sono costruzioni arbitrarie, convenzionali, cioè storiche, perché fuori dalla storia reale ogni punto della terra è Est e Ovest allo stesso tempo. Ciò si può vedere più chiaramente dal fatto che questi termini si sono cristallizzati non dal punto di vista di un ipotetico e malinconico uomo in generale ma dal punto di vista delle classi colte europee che attraverso la loro egemonia mondiale li hanno fatti accettare dovunque. [] Così attraverso il contenuto storico si è andato agglutinando al termine geografico, le espressioni Oriente e Occidente hanno finito con lindicare determinati rapporti tra complessi di civiltà diverse» (GRAMSCI 1977, pp. 1419-420).
  9. V. LENIN 1967d, p. 455.
  10. Dalla Seconda Internazionale a Toni Negri, Michael Hardt e Žižek, passando per tanti intellettuali “critici” amati a sinistra, l’incomprensione, la sottovalutazione o il paternalismo verso la questione coloniale hanno prodotto letture contraddittorie, che spiegano buona parte della subalternità ideologica della cultura progressita nei Paesi a capitalismo avanzato. Proprio questi temi costituiscono la miglior cartina di tornasole dei limiti del marxismo occidentale contemporaneo e delle diverse sue gemmazioni post-ideologiche: cfr. LOSURDO 2016.
  11. LENIN 1967d, pp. 456-57.
  12. LENIN 1956.
  13. Questa battaglia di Lenin trova una sintesi significativa nello scritto, La questione agraria e i “critici di Marx. I primi nove capitoli vennero scritti nel 1901, gli ultimi tre nel 1907. La pubblicazione clandestina dei primi nove capitoli è dello stesso 1901, quindi furono ripubblicati nel 1905 e 1906, ed infine furono integrati dagli ultimi tre capitoli e riediti nel 1908 (LENIN 1976).
  14. LENIN 1955, p. 12.
  15. Ivi, p. 31.
  16. LENIN 1967b, p. 270.
  17. ELLEINSTEIN 1976, p. 166.
  18. LENIN 1970, p. 83.
  19. LENIN 1967c, pp. 331-32.
  20. Ivi, pag. 344
  21. Per ulteriori approfondimenti v. HÁJEK 1980.
  22. LENIN 1967c, pp. 456-57.
  23. Ivi, p. 460.
  24. Ivi, p. 463.
  25. Ivi, p. 387.
  26. GRAMSCI 1975, p. 1729.