Marx e la guerriglia

Da Astrolabio di domenica 26 novembre 1967.

Marx e la guerriglia

Ernesto Che Guevara

Tratto dalla rivista ideologica del Partito Socialista Cileno1, pubblichiamo questo scritto di Guevara, inedito per l’Europa. Soon appunti redatti nel 1960 in vista di un più ampio studio sull’ideologia della rivoluzione cubana. «Al di sopra dell’apporto rivoluzionario dell’operaio, del contadino e dell’intellettuale vi è l’esempio delle forze ribelli e la loro lezione comincia ad interessare e a muovere le masse fino a che queste perdano la paura dei carnefici».

È questa una rivoluzione singolare nella quale qualcuno crede di vedere che non si concilia con una delle premesse più ortodosse del movimento rivoluzionario, così espressa da Lenin: «Senza teoria rivoluzionaria, non c’è movimento rivoluzionario». Converrebbe dire che la teoria rivoluzionaria, come espressione di una verità sociale, sta al di sopra di qualsiasi enunciazione; ciò significa che la rivoluzione si può fare se si interpreta correttamente la realtà storica e se si utilizzano nel modo giusto le forze che vi intervengono anche senza conoscere la teoria. È chiaro che la conoscenza adeguata di questa semplifica il compito ed evita di cadere in pericolosi errori, sempre che questa teoria enunciata corrisponda alla verità. Inoltre, parlando concretamente di questa rivoluzione, si deve sottolineare che i suoi protagonisti non erano esattamente dei teorici, ma neppure ignoravano i grandi fenomeni sociali e gli enunciati delle leggi che li sostengono. Questo fece sì che, sulla base di alcune conoscenze teoriche e sul profondo conoscimento della realtà, si potesse creare una teoria rivoluzionaria.
Tutto ciò deve considerarsi una introduzione alla spiegazione di questo fenomeno curioso che muove discussioni in tutto il mondo: la rivoluzione cubana. Il come e il perché un gruppo di uomini malridotti da un esercito enormemente superiore nella tecnica e nell’equipaggiamento riuscì prima a sopravvivere, quindi a rafforzarsi, più tardi ad essere più forte del nemico sul campo di battaglia, emigrando successivamente verso nuove zone di combattimento, per sconfiggerlo alla fine in battaglie campali, tuttavia con truppe inferiori in numero, è un fatto degno di studio nella storia del mondo contemporaneo.

Le due tappe. Naturalmente, noialtri che spesso non mostriamo la dovuta preoccupazione per la teoria, non esporremo oggi, come se ne fossimo i padroni, la verità sulla rivoluzione cubana; semplicemente cercheremo di gettare le basi perché questa verità possa essere interpretata. Di fatto bisogna dividere la rivoluzione cubana in due tappe assolutamente differenti: quella dell’azione armata fino al primo di gennaio del 1958 e quella della trasformazione politica, economica e sociale da allora in poi.
Anche queste due tappe meritano suddivisioni successive: non affronteremo questo problema dal punto di vista della esposizione storica, ma dal punto di vista della evoluzione del pensiero rivoluzionario dei suoi dirigenti attraverso il loro contatto con il popolo. Incidentalmente bisogna qui introdurre una posizione generale rispetto ad uno dei più controversi termini del mondo attuale: il marxismo. La nostra posizione quando ci viene chiesto se siamo marxisti o no, è quella che assumerebbe un fisico se gli si domandasse se è «newtoniano», o un biologo se è «pasteuriano».
Esistono verità così lampanti, così incorporate alle conoscenze dei popoli, che ormai è inutile discuterle. Si deve essere marxisti con la stessa naturalezza con la quale si è «newtoniani» in fisica, o «pasteuriani» in biologia, considerando che se nuovi fatti determinano nuovi concetti, non si toglierà mai a quelli del passato la loro parte di verità. Questo è il caso, per esempio, della relatività «einsteiniana» o della teoria «quantica» di Plank, in relazione alle scoperte di Newton: non tolgono assolutamente niente alal grandezza dello scienziato inglese. È grazie a Newton quella fisica è potuta andare avanti fino ad ottenere i nuovi concetti dello spazio. Per arrivare a ciò lo scienziato inglese era stato lo scalino necessario.
A Marx, come pensatore, come ricercatore di dottrine sociali e del sistema capitalista nel quale ebbe a vivere, si possono evidentemente obbiettare certe inesattezze. Noi latinoamericani possiamo, per esempio, non essere d’accordo con la sua interpretazione di Bolivar o con l’analisi che egli ed Engels fecero sui messicani, dando per scontate persino certe teoria sulla razza e la nazionalità oggi inammissibili. Ma i grandi uomini, scopritori di verità lampanti, vivono nonostante i loro piccoli errori e questi servono solamente a dimostrarci che sono esseri umani e pertanto possono incorrere in errori, sia pure con la chiara coscienza del livello raggiunto da questi giganti del pensiero. È perciò che riconosciamo le verità essenziali del marxismo come incorporate nel bagaglio culturale e scientifico dei popoli e lo prendiamo con la naturale sicurezza che ci dia qualcosa che già non ha bisogno di discussioni. I progressi nelle scienze sociali e politiche, come in altri campi, appartengono ad un lungo processo storico i cui anelli si allacciano, si sommano, si agglutinano e si perfezionano costantemente. All’inizio della storia dei popoli esisteva una matematica cinese, araba o indiana: oggi la matematica non ha frontiere. Nella sua storia si trovano il greco Pitagora, l’italiano Galilei, l’inglese Newton, il tedesco Gaus, il russo Lobacesky, Einstein, ecc. Così nel campo delle scienze sociali e politiche, da Democrito a Marx, una lunga serie di pensatori aggiunsero le loro ricerche originali e accumularono una messe di esperienze e di dottrine.

Il bagaglio marxista. Il merito di Marx è quello di produrre subito nella storia del pensiero sociale un cambio qualitativo: interpreta la storia, comprende la sua dinamica, prevede il futuro, ma, più che prevederlo, che in ciò concluderebbe il suo dovere di scienziato, manifesta un concetto rivoluzionario: non solo bisogna interpretare la natura, ma occorre trasformarla. L’uomo cessa di essere schiavo e strumento dell’ambiente e si converte in architetto del proprio destino. In questo momento, Marx comincia a collocarsi in una posizione tale che diventa il bersaglio immediato di tutti coloro che hanno speciale interesse a mantenere le cose come stanno, così come accadde a Democrito, la cui opera fu bruciata dallo stesso Platone e dai suoi discepoli, ideologi dell’aristocrazia schiavista ateniese. A partire dal Marx rivoluzionario si stabilisce un gruppo politico con idee concrete che, appoggiandosi ai giganti, Marx ed Engels, attraverso personalità come Lenin, Mao Tse-tung, e i nuovi dirigenti sovietici e cinesi, stabiliscono un corollario di dottrine e, diciamo, di esempi da seguire.
La rivoluzione cubana fa suo Marx quando questi avrebbe lasciato la scienza per impugnare il fucile rivoluzionario; e lo fa suo a questo punto, non per spirito di revisione, per lottare contro quanto viene dopo Marx, per resuscitare un Marx «puro», ma perché semplicemente fino a lì Marx, lo scienziato, collocato fuori della storia, studiava e profetizzava. Dopo, il Marx rivoluzionario, dentro la storia, avrebbe lottato. Noialtri, rivoluzionari pratici, cominciando la nostra lotta, realizzammo semplicemente le leggi previste da Marx scienziato, e per il cammino della ribellione, nella lotta contro le vecchie strutture di potere, nell’appoggiarci al popolo per distruggere queste strutture e tenendo come base della nostra lotta la felicità di questo popolo, stiamo conformandoci soltanto con le previsioni del Marx scienziato. Si vuole dire, ed è bene puntualizzarlo ancora una volta, che le leggi del marxismo sono presenti negli avvenimenti della rivoluzione cubana, indipendentemente dal fatto che i suoi dirigenti professassero o conoscessero profondamente queste leggi.

Tappe diverse. Per la migliore comprensione del movimento rivoluzionario cubano fino al primo di gennaio, bisognerebbe dividerlo nelle seguenti tappe: prima dello sbarco del Granma; dallo sbarco a dopo le vittorie della Plata e dell’Arroyo del Infierno; da qui fino alla battaglia dell’Uvero e alla costituzione della Seconda Colonna guerrigliera; da questo fatto fino alla costituzione della Terza e Quarta Colonna, fino all’invasione e costituzione del Secondo Fronte; lo sciopero di aprile e il suo fallimento; l’insuccesso della grande offensiva di Batista; l’ivasione fino alla conquista di Las Villas.
Ognuno di questi momenti storici della guerriglia ha caratterizzato distinti concetti sociali e differenti apprezzamenti della realtà cubana che la preoccupazione per i limiti militari della rivoluzione portò con sé e che con il tempo precisarono anche la condizione dei dirigenti politici.
Prima dello sbarco del Granma, la mentalità che dominava poteva fino ad un certo punto chiamarsi soggettiva; si nutriva cieca fiducia in una rapida esplosione militare e si credeva con fede ed entusiasmo di poter liquidare il potere batistiano con una repentina sollevazione popolare combinata con scioperi rivoluzionari spontanei che avrebbero portato alla caduta del dittatore. Il movimento era l’erede diretto del Partito Ortodosso (radicale) e la parola d’ordine centrale di questo partito era: «Onore contro denaro». Ciò significava che la onestà amministrativa era l’idea principale del nuovo governo cubano.
Tuttavia Fidel Castro aveva abbozzato nel «La Storia mi assolverà» (il discorso che il leader cubano tenne in propria difesa di fronte ai giudici del Tribunale militare che lo condannarono dopo l’assalto alla caserma Moncada e che servì da piattaforma ideologica e programmatica prima al «Movimento 26 di Luglio» e poi alla rivoluzione) le basi che sono state poi quasi completamente portate a termine dalla rivoluzione, ma che sono state pure da questa superate in direzione di un maggiore approfondimento sul piano economico, il che ha portato parallelamente ad un maggiore approfondimento sul piano politico nazionale e internazionale.
Dopo lo sbarco, venne la sconfitta, la distruzione quasi totale delle forze e il loro raggruppamento e integrazione come guerrilla. Già il piccolo numero di sopravvissuti e, occorre dire, sopravvissuti con la ferma intenzione di combattere, si caratterizza nella comprensione della falsità dello schema immaginato a proposito delle ribellioni spontanee in tutta l’isola e nella presa di coscienza che la lotta sarebbe stata lunga ed avrebbe dovuto contare su una grande partecipazione contadina. A questo punto cominciano pure ad entrare nella guerrilla i primi contadini e si hanno le prime due scaramucce di poca importanza in quanto al numero dei combattenti, ma di gran peso psicologico, eprché cancellò la suscettibilità del nucleo centrale di questa guerrilla, costituita da elementi provenienti dalla città, nei confronti dei contadini. Questi, a loro volta, avevano poca fiducia nel gruppo e, soprattutto, temevano le selvagge rappresaglie del governo. In questa tappa si dimostrarono due cose, entrambe molto importanti per i fattori interrelazionati: i contadini capirono che la ferocia dell’esercito e la repressione non sarebbero state in grado di mettere fine alla guerrilla, ma sarebbero però state capaci di distruggere le loro case, i loro raccolti e i loro familiari e che perciò era una buona soluzione rifugiarsi dove le loro vite sarebbero state al sicuro; a loro volta, i guerriglieri appresero la necessità sempre crescente di guadagnarsi le masse contadine e per questo, ovviamente, si doveva offrire loro qualcosa alla quale anelavano con tutte le loro forze; e non c’è niente che un contadino desideri più della terra.
Ha luogo quindi una tappa nomade, nel corso della quale l’esercito ribelle va conquistando zone di influenza. Non può restarvi molto tempo, ma neppure l’esercito nemico riesce a farlo ed a stento può penetrarvi. Attraverso diversi combattimenti si va già stabilendo una specie di fronte non ben delimitato fra le due parti.

I territori liberati. Il 28 maggio del 1957 si segna un punto fisso, attaccando la guarnigione dell’Uvero, ben armata, abbastanza ben fortificata e con la possibilità di ricevere rinforzi rapidamente, poichè situata vicino al mare e fornita di un aereoporto. La vittoria delle forze ribelli in questo combattimento, uno dei più sanguinosi che si siano portati a termine, giacché il 30 per cento delle forze combattenti fu messo fuori combattimento, fra morti e feriti, cambiò completamente il panorama guerrigliero; già esisteva un territorio nel quale l’Ejercito Rebelde aveva il potere ed era rispettato, da dove non filtravano notizie al nemico e da dove si poteva, con rapidi colpi di mano, scendere a valle ed attaccare postazioni nemiche.
Poco dopo le forze combattenti vennero divise e si formarono le due colonne. Per confondere il nemico, in realtà in modo abbastanza infantile, la seconda colonna venne chiamata Quarta. Immediatamente le due colonne entrarono in azione e, il 26 luglio, si attaccò la guarnigione di Estrada Palma e, cinque giorni dopo, quella di Buyecito, a circa 30 chilometri dalla prima località. Le manifestazioni di forza erano già più importanti, si aspettava a pie’ fermo la repressione, si respingevano i vari tentativi di salire alla Sierra e si stabilirono fronti di combattimento con ampie zone di terra di nessuno. Nonostante le incursioni punitive dalle due parti, si mantenennero, approssimativamente, le stesse posizioni.
Tuttavia la guerriglia andava aumentando le proprie forze, con il sostanziale apporto dei contadini della zona e con alcuni membri del movimento di città, facendosi più combattiva ed accrescendo il suo spirito di lotta. Nel febbraio del 1958, dopo aver sopportato alcune offensive che vennero respinte, la Terza Colonna, comandata da Almeida, andava ad occupare una località presso Santiago, e quella di Raul Castro, che riceveva il numero 6 e il nome del nostro eroe Frank Pais, morto pochi mesi prima, si metteva in movimento. Raul realizzava l’impresa di attraversare la Carretera Central nei primi giorni di marzo dello stesso anno, penetrando nelle colline di Mayarì e creando il Secondo Fronte Orientale «Frank Pais».
I successi crescenti delle nostre forze ribelli cominciavano a filtrare fra le maglie della censura ed il popolao andava rapidamente prendendo coscienza della propria attività rivoluzionaria. Fu in questo momento che venne da La Habana la proposta di estendere la lotta a tutto il territorio nazionale per mezzo di uno sciopero generale rivoluzionario che doveva distruggere la forza del nemico, attaccandolo simultaneamente da tutti i lati.
La funzione dell’Ejercito Rebelde sarebbe stata in questo caso quella di un catalizzatore, o forse quella di una «espina irritativa» per scatenare il movimento. In questi giorni le nostre guerriglie aumentarono la loro attività e cominciò a creare la sua leggenda eroica Camilo Cienfuegos, combattendo per la prima volta nelle pianure orientali, con una propria organizzazione e rispondendo alla direzione centrale.
Ma lo sciopero rivoluzionario non venne preparato in modo adeguato, poiché si disconobbe l’importanza dell’unità operaia e non si cercò di fare in modo che fossero i lavoratori stessi, nell’esercizio della loro attività rivoluzionaria, a scegliere il momento preciso. Si pretese di dare un colpo di mano clandestino, proclamando lo sciopero da una radio, ignorando che il segreto del giorno e dell’ora era giunto agli sbirri, ma non al popolo. Lo sciopero fallì e un buon numero di selezionati patrioti rivoluzionari venne assassinato senza misericordia.
Un fatto curioso, che forse dovrà scriversi nella storia di questa rivoluzione, è che Jean Dubois, il portavoce dei monopoli americani, conosceva in anticipo il giorno nel quale sarebbe stato proclamato lo sciopero.

Guerriglia e contadini. In quel momento si produsse uno dei cambi qualitativi più importanti nello svolgimento della guerra, quando si ebbe la certezza che la vittoria si sarebbe raggiunta solamente con l’aumento crescente delle forze della guerriglia, fino a sconfiggere l’esercito nemico in battaglie campali.
Già allora si erano stabilite ampie relazioni con i contadini; l’esercito ribelle aveva dettato i suoi codici penale e civile, amministrava la giustizia, distribuiva alimenti e riscuoteva imposte nelle zone amministrate. Le zone limitrofe ricevevano pure l’influenza dell’esercito ribelle, ma intanto si preparavano grandi offensive che tendevano a liquidare una buona volta il focolaio di guerriglia. È così che il 25 di maggio cominciò questa offensiva che, in due mesi di combattimenti, arrivò a un totale di mille perdite per l’esercito attaccante, totalmente demorallizzato, e ad un aumento di 600 armi per le nostre forze.
Venne così dimostrato che l’esercito non poteva batterci; definitivamente non vi era forza a Cuba capace di piegare i picchi della Sierra Maestra e tutte le colline del Secondo Fronte Orientale «Frank Pais»; le strade tornano ad essere intransitabili in Oriente per le truppe della tirannia. Respinta l’offensiva, si dà a Camilo Cienfuegos conla colonna n. 2 e all’autore di queste righe con la colonna n. 8 «Ciro Redondo», l’incarico di attraversare la provincia di Camaguey, di prendere posizione a Las Villas e di tagliare le comunicazioni al nemico. Camilo doveva subito continuare la sua avanzata per ripetere l’impresa dell’eroe Antonio Maceo, del quale la sua colonna portava il nome: l’invasione totale da Oriente a Occidente.
La guerra mostrò in questo momento una nuova caratteristica; il rapporto di forze era ora favorevole alla rivoluzione; due piccole colonne di 80 e 140 uomini traversarono durante un mese e mezzo le pianure di Camaguey, costantemente circondate o inseguite da un esercito che mobilitava migliaia di uomini, giungeranno a Las Villas e cominceranno a realizzare il compito di tagliare in due l’isola.
A volte pare strano, a volte incomprensibile ed altre volte ancora incredibile che due colonne così poco consistenti, prive di comunicazioni, di mobilità, delle armi più elementari della guerra moderna abbiano potuto affrontare eserciti ben addestrati e soprattutto ben armati. Ciò che è fondamentale è la caratteristica di ogni gruppo: più il guerrigliero sta incomodo, più è dentro i rigori della natura e più si sente a casa sua, più la sua morale è alta, più è grande il suo senso di sicurezza. Nello stesso tempo, in qualsiasi circostanza sia venuto a mettere in gioco la propria vita, a tirarla a sorte con una moneta qualsiasi, il linea generale, importa poco al risultato finale del combattimento che il guerrigliero-individuo ne esca vivo o no.

Il «socio minore». Il soldato nemico, nell’esempio cubano del quale ci stiamo occupando, è il socio minore del dittatore, l’uomo che riceve l’ultima delle briciole che gli ha lasciato il penultimo dei profittatori, di una lunga catena che comincia a Wall Street e finisce a lui. È disposto a difendere i suoi privilegi nella misura della loro importanza. Il suo soldo e le sue prebende valgono qualche sofferenza e qualche pericolo, ma non valgono mai la sua vita; se con questa deve pagarsi il prezzo della conservazione, è meglio lasciar perdere, cioè ripiegare di fronte al pericolo guerrigliero. Da queste due concezioni e da queste due morali, nasce la differenza che provocherà la crisi del 31 dovembre del 1958.
Si va determinando sempre più chiaramente la superiorità dell’Ejercito Rebelde e, inoltre, con l’entrata a Las Villas delle nostre colonne, si dimostra la maggiore popolarità del Movimento 26 di Luglio rispetto a tutti gli altri: il Directorio Revolucionario, il Segundo Frente de Las Villas, il Partido Socialista Popular (comunista) ed alcuni priccoli gruppi armati della organizzazione Autentica (liberali di sinistra). Ciò era dovuto in gran parte alla personalità di Fidel Castro e alla maggior chiarezza della linea rivoluzionaria, che pure influiva in modo considerevole.
Qui finisce l’insurrezione armata, ma gli uomini che arrivano a La Habana dopo due anni di ardente lotta sulla Sierra e nelle pianure di Oriente, nelle valli di Camaguey e sulle montagne, nei pianori e nelle cittadine della regione di Las Villas, non sono, ideologicamente, gli stessi che sbarcarono a Las Coloradas o che entrarono fin dal primo momento nella guerrilla. La loro sfiducia nei contadini si è trasformata in affettuoso rispetto per le loro qualità, la loro ignoranza totale della vita delle campagne si è trasformata in una conoscenza profonda delle necessità dei nostri guajiros; le loro civetterie con la statistica e con le teorie sono state ben rinsaldate dal cemento della pratica.
Con la bandiera della Riforma Agraria, che si cominciò a porre in atto fin dalla Sierra Maestra, questi uomini iniziavano a scontrarsi con l’imperialismo; sapevano che la Riforma Agraria era la base sopra la quale doveva costruirsi la nuova Cuba; sapevano pure che la riforma agraria doveva dare terra a tutti coloro che la lavoravano, ma la doveva togliere a coloro che ne erano proprietari, e sapeva pure che i più grandi di qeusti proprietari erano uomini influenti del Dipartimento di Stato o nel Governo o negli Stati Uniti d’America; avevano appreso però a vincere le difficoltà con coraggio, con audacia e, soprattutto con l’appoggio del popolo e già avevano visto il futuro di liberazione che ci aspettava oltre le sofferenze. Le tappe che andavano segnando lo sviluppo di questa rivoluzione fino al momento attuale erano applicazioni tattiche di un obbiettivo strategico, effettuate mentre la pratica ci andava insegnando il nostro giusto cammino.

La forza contadina. Per giungere, attraverso queste mete intermedie, all’idea finale dovemmo fare molta strada e molti cambiamenti. Paralleli ai successivi cambi qualitativi verificatisi sui campi di battaglia, si verificarono cambiamenti nella composizione sociale della nostra guerriglia ed anche la trasformazione ideologica dei suoi dirigenti. Perché ognuno di questi processi, di questi cambi, costituivano effettivamente un cambio di qualità nella composizione, nella forza e nella maturità rivoluzionaria del nostro esercito. Il contadino gli andava dando il suo vigore, la sua capacità di sopportare le sofferenze, la sua conoscenza del terreno, il suo amore alla terra, la sua fame di Riforma Agraria. L’intellettuale di qualsiasi tipo mette il suo piccolo granello di sabbia cominciando ad abbozzare una teoria. L’operaio dà il proprio senso all’organizzazione, la propria innata tendenza all’unione e alla collaborazione. Al di sopra di tutte queste cose vi è l’esempio delle forze ribelli, che già hanno dimostrato di essere molto di più di una «espina irritativa» e la sua lezione comincia ad interessare ed a muovere le masse fino a che queste perdano la paura dei carnefici.
Mai come ora è stato per noi così chiaro il concetto di interazione. Abbiamo potuto sentire come questa interazione andasse maturandosi, insegnandoci l’efficacia della insurrezione armata, la forza che l’uomo possiede quando, per difendersi da altri uomini, ha un’arma in mano e la decisione di vincere negli occhi, e i contadini, nelle insiedie della Sierra, ci mostravano la forza necessaria per viverci e vincerla con la dose di impegno, di capacità, di sacrificio che è necessario avere per poter portare avanti il destino di un popolo.
Per questo, quando bagnati di sudore contadino, con un orizzonte di montagna e di nubi, sotto i caldi raggi di sole dell’isola, il capo dell’Esercito Riballe e il suo seguito entraroon a La Habana, la storia saliva con i piedi del popolo una nuova scalinata del Palazzo d’Inverno.


Note:

Note

  1. «Punto Final», n. 33, luglio 1960, rivista teorica del Partito Socialista Cileno.