Il giorno che andammo a distribuire il pane

Testimonianza di Nino Pinna, raccolta da Eugenio Manca(*)

L’appuntamento era per la mattina del 13 gennaio, in piazza Sant’Antonio, nella parte vecchia della città. Non eravamo in molti, ma sapevamo che saremmo cresciuti via via. C’erano gruppi di donne, c’erano i disoccupati e c’eravamo noi giovani con Enrico e gli altri. Non tutti comunisti, certo: io stesso, a quel tempo, non ero iscritto ma soltanto simpatizzante. Avevo 26 anni e facevo il panettiere.
C’eravamo dati un accordo la sera precedente, in una riunione. Arrivarono dalle “Conce”, dalla periferia, dai vicoli del centro dove la fame era più nera. Quando fummo un buon numero cominciammo a muoverci verso i panifici, verso i forni, insomma verso i depositi dove erano conservate le scorte della farina, della pasta, del pane. Cominciammo, mi sembra, dal forno di S. Apollinare che il era il più vicino a piazza Sant’Antonio; poi andammo più su verso San Giacomo, verso il Duomo, verso piazza Tola. Poi entrammo nel forno dove si panificava per gli inglesi: mi ricordo che facevano un pane bianchissimo, profumato… E dappertutto distribuivamo ciò che trovavamo: la semola, la pasta, lo zucchero, il carbone dei depositi. Il corteo all’inizio era piccolo ma poi diventò enorme, una folla che riempiva le stradine del centro, premeva sui portoni dei mulini, si passava i sacchetti e i cesti alti sulle teste.
Fu così anche il secondo giorno, il 14. Si aggiunse altra gente, altre donne, altri ragazzi. Ci furono anche momenti di tensione, sassaiole con la polizia che voleva arrestare quelli di noi che guidavano la protesta. Le guardie fecero irruzione la sera nella sede comunista di via San Sisto, sequestrando l’elenco degli iscritti. Molti presenti furono arrestati. Enrico invece fu arrestato qualche giorno più tardi, il 17. Dissero che era lui il maggior responsabile dei disordini, dissero che si trattava di insurrezione armata, di saccheggio, di attentato alla vita del prefetto. Poi volevano rilasciarlo ma lui rifiutò: “Io esco se escono anche gli altri”. E si fece tre mesi di carcere.
Lo scortavamo sempre, specie di notte. Sembrava solo ma c’era sempre qualcuno di noi appostato agli angoli. La rissa coi fascisti era continua. Prima dei moti e prima di prendere la sede di San Sisto, avevamo messo una targa con falce e martello alle “Quattro cantonate”, un crocicchio dove gli studenti passavano per andare all’Università. Era la nostra “sezione” all’aperto: chi passava doveva salutare col pugno levato. Se no botte. Sì, eravamo un po’ prepotenti, ma i fascisti ce ne facevano troppe e continuavano a farcene. Volevano continuare ad essere padroni, come se non fosse successo niente. A Tissi, dove andammo con Enrico e con un’altra ventina di compagni per fare del lavoro politico, il prete si mise a suonare le campane e fummo costretti a scappare inseguiti da una gragnuola di pietre dei fascisti del luogo… Un’altra volta eravamo andati con Enrico a Porto Torres, per la festa di San Gavino. Era una gita, ne facevamo spesso con lui in bicicletta e col carretto. Lungo la strada fummo molestati da alcuni fascisti. Enrico aveva la chitarra. Mi vien da ridere adesso, ma fummo costretti a spaccargliela sulla testa a quelli, come si vede al cinema…

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NOTE

(*) Tratto dal volume Enrico Berlinguer, Edizioni l’Unità SpA, 1985

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