Cap. XI: Gli inizi dell’Internazionale
4. La prima Conferenza di Londra

Mentre i lassalliani rompevano così i rapporti con la nuova associazione, anche il lavoro di reclutamento fra i sindacati inglesi e i proudhoniani francesi procedeva lentamente.

Solo una ristretta cerchia di dirigenti sindacali aveva capito la necessità della lotta politica, e anch’essi vedevano nell’Internazionale più che altro un mezzo per i loro fini sindacali. Ma se costoro almeno erano dotati di una vasta esperienza pratica in tutte le questioni organizzative, ai proudhoniani francesi mancava addirittura unì’idea chiara sull’essenza storica del movimento operaio. Era appunto un compito enorme, quello che la nuova associazione si era posto, e per assolverlo occorreva un enorme impegno unito a un’enorme forza.

Marx si applicò con impegno e con forza, nonostante che fosse continuamente tormentato da malattie dolorose e gli urgesse di portare a una certa conclusione il suo capolavoro scientifico. Una volta si lagnava: «La cosa peggiore in tale movimento si è che, appena uno vi prenda qualche parte, ha grandi fastidi»1, oppure diceva che l’Internazionale, con tutti gli annessi e connessi, pesava su di lui «come un incubo» e che sarebbe stato contento di liberarsene. Ma aggiungeva che neppur questo era giusto, e che chi ha cominciato bisogna che continui, e in fondo Marx non sarebbe stato se stesso se non fosse stato più lieto e felice di portare questo peso che di liberarsene.

Si vide subito che egli era il vero «capo» di tutto il movimento. Non che si sia fatto avanti in qualche modo; aveva uno sconfinato disprezzo per qualsiasi popolarità a buon mercato e lavorando dietro le quinte, senza comparire pubblicamente, voleva distinguersi dalla maniera di fare democratica, di darsi importanza in pubblico senza far nulla. Ma fra tutti coloro che lavoravano nella piccola associazione, nessuno come lui possedeva, seppur lontanamente, le rare qualità che erano necessarie per la sua così estesa agitazione: la visione chiara e profonda delle leggi dello sviluppo storico, l’energia di volere ciò che era necessario e la pazienza di contentarsi del possibile, la tollerante indulgenza per l’errore fatto in buona fede e l’imperiosa inflessibilità contro l’ignoranza ostinata. In un campo incomparabilmente più vasto della Colonia rivoluzionaria di un tempo, ora Marx poteva dispiegare la sua ineguagliabile attività nel dominare gli uomini, ammaestrandoli e guidandoli.

«Un tempo enorme» gli costarono fin da principio i litigi e le contese personali che sono sempre inevitabili agli inizi di movimenti di questo genere; i membri italiani e specialmente francesi creavano molte difficoltà inutili. Fin dagli anni della rivoluzione a Parigi esisteva una profonda antipatia fra i «lavoratori del braccio e della mente»: i proletari non potevano dimenticare i tradimenti troppo frequenti dei letterati, e i letterati scomunicavano qualsiasi movimento operaio che non volesse saper di loro. Ma anche all’interno della stessa classe operaia fiorivano i sospetti di imbrogli bonapartisti, tanto più che mancava ogni mezzo di chiarificazione mediante associazioni o giornali. Il ribollire di questo «minestrone francese» costò al Consiglio Generale parecchie nottate e parecchie lunghe risoluzioni.

Abraham Lincoln

Più grate e più fruttuose erano per Marx le attività che lo mettevano in relazione col ramo inglese dell’Internazionale. Dopo essersi opposti all’intervento del governo inglese in favore degli Stati americani ribelli del Sud, gli operai avevano il buon diritto di felicitarsi con Abraham Lincoln per la sua rielezione a presidente. Marx redasse l’indirizzo al «semplice figlio della classe operaia, al quale è toccato il compito di guidare il suo paese nella nobile lotta per la liberazione di una classe asservita»; finché i lavoratori bianchi dell’Unione non avevano compreso che la schiavitù disonorava la loro Repubblica – diceva l’indirizzo -, finché essi, di fronte al negro che veniva venduto senza il suo proprio consenso, avevano continuato ad andare orgogliosi dell’alto privilegio, riservato al lavoratore bianco, di vendersi da sé e di potersi eleggere il padrone, per tutto questo tempo essi erano stati incapaci di conseguire la vera libertà o di appoggiare la lotta di emancipazione dei loro fratelli europei. Ma il risso mare di sangue della guerra civile aveva spazzato via questa barriera. L’indirizzo era scritto con evidente compiacimento ed amore per l’oggetto, benché Marx, che come Lessing amava parlare con tono noncurante dei propri lavori, scrivesse a Engels che doveva «di nuovo stenderlo (cosa ben più difficile di un lavoro di contenuto), perché la fraseologia a cui si restringe tal sorta di scritti si distingua almeno dall’abusata fraseologia democratica»2. Lincoln avvertì benissimo la differenza: rispose in tono molto amichevole e cordiale, con meraviglia della stampa londinese, perché agli indirizzi di felicitazione di parte borghese-democratica il «vecchio» rispose con un paio di complimenti convenzionali.

«Come contenuto» senza dubbio era molto più importante un saggio su Salario, prezzo e profitto che Marx lesse il 26 giugno 1865 al Consiglio Generale dell’Internazionale, per controbattere l’opinione, sostenuta da qualche membro, secondo cui un aumento generale del salario non gioverebbe per niente agli operai, e quindi l’azione delle Trade Unions sarebbe stata dannosa. Questa opinione derivava dalla concezione errata secondo cui il salario determinerebbe il valore delle merci e i capitalisti, se oggi pagassero 5 scellini di salario invece di 4, domani venderebbero le loro merci per 5 scellini invece di 4 in conseguenza dell’aumento di domanda. Per quanto ciò fosse sciocco – diceva Marx – e si attenesse soltanto alla pura apparenza esteriore, non era tuttavia facile spiegare agli ignoranti tutte le questioni economiche che vi si accumulavano intorno: non si poteva condensare un corso di economia politica in un’ora3. Ciò nonostante vi riuscì ottimamente, e le Trade Unions gli furono grate del sostanziale servigio.

Ma l’Internazionale dovette i suoi primi notevoli successi all’energico movimento per la riforma elettorale inglese. Già il 1° maggio 1865 Marx informava Engels: «La Reform League è opera nostra. Nel comitato ristretto di 12 (6 della classe media e 6 della classe operaia) gli operai sono tutti membri del nostro Consiglio Generale (fra i quali Eccarius). Abbiamo frustrato tutti i tentativi dei borghesi medi di far deviar gli operai… Se riesce questa rigalvanizzazione del movimento politico della classe operaia inglese, la nostra Associazione, senza chiasso di sorta, ha già fatto per la classe operaia europea più di quanto fosse possibile per qualsiasi altra via. Ed esistono tutte le prospettive di successo»4. A questa lettera, il 3 maggio Engels rispose: «L’Associazione Internazionale in breve tempo e con poco chiasso ha effettivamente conquistato un terreno vastissimo; però è bene che essa adesso si adoperi in Inghilterra, invece di doversi occupare eternamente di tutte le beghe francesi. Qua almeno ottieni qualche cosa in cambio della tua perdita di tempo»5. Ben presto però si sarebbe visto che anche questo successo aveva il suo lato negativo.

Tutto considerato, Marx ritenne che la situazione non fosse ancora abbastanza matura per un congresso pubblico, che era previsto per l’anno 1865 a Bruxelles. Egli temeva, e non a torto, che ne sarebbe venuto fuori un caos di linguaggi diversi. Con gran fatica, soprattutto contro la resistenza dei francesi, riuscì a trasformare il congresso in una conferenza provvisoria riservata a Londra, alla quale dovevano venire soltanto dei rappresentanti dei comitati direttivi, per preparare il successivo congresso. Per giustificare la necessità di questo incontro preliminare, Marx addusse come motivi il movimento elettorale in Inghilterra e lo sciopero che cominciava in Francia, e infine una legge sugli stranieri da poco promulgata in Belgio,che avrebbe reso impossibile la riunione di un congresso a Bruxelles.

Questa Conferenza tenne le sue sedute dal 25 al 29 settembre 1865. Dal Consiglio Generale furono delegati, oltre al presidente Odger, al segretario generale Cremer e qualche altro membro inglese, Marx e i suoi due principali collaboratori negli affari dell’Internazionale, Eccarius e Jung, un orologiaio svizzero che risiedeva a Londra e parlava ugualmente bene tedesco, inglese e francese. Dalla Francia erano venuti Tolain, Fribourg, Limousin, che in seguito non restarono fedeli all’Internazionale, e poi Schily, vecchio amico di Marx fin dal 1848, e Varlin, il futuro eroe e martire della Comune di Parigi. Dalla Svizzera il legatore di libri Dupleix, per gli operai della Svizzera romanza, e Johanni Philippo Becker, ex spazzolaio e ora agitatore infaticabile, per gli operai della Svizzera tedesca. Dal Belgio César de Paepe, che da apprendista tipografo si era dato allo studio della medicina ed era arrivato a diventare medico.

Prima di tutto la Conferenza si occupò delle finanze dell’Associazione. Risultò che per il primo anno erano state raccolte non più di 33 sterline circa. Non ci fu ancora nessun accordo su un contributo regolare dei membri, fu soltanto deciso di raccogliere 150 sterline da destinare alla propaganda e alle spese del congresso: 80 dall’Inghilterra, 40 dalla Francia, e 10 sterline rispettivamente dalla Germania, dal Belgio e dalla Svizzera. Ma il bilancio non diventò mai realtà, perché il «nervo di tutte le cose» non fu mai il nervo dell’Internazionale. Anni dopo Marx notava ironicamente che le finanze del Consiglio Generale erano grandezze in continuo aumento, ma negative, e decenni dopo Engels scrisse che invece dei famosi «milioni dell’Internazionale» il Consiglio Generale per lo più non aveva avuto a disposizione altro che debiti: ma si era fatto tanto con così poco denaro.

Sulla situazione inglese riferì il segretario generale Cremer. Disse che sul continente si ritenevano molto ricche le Trade Unions, tanto da poter appoggiare una causa che era anche la loro causa, ma che esse erano legate da statuti severi, che le costringevano entro limiti ristretti; che ad eccezione di pochi, i loro membri, non sapevano nulla di politica, e che sarebbe stato difficile fare intendere loro qualche cosa di politica; che però si notava un certo progresso: pochi anni prima non si sarebbe neppur dato ascolto a dei delegati dell’Internazionale, mentre ora si accoglievano amichevolmente, si ascoltavano e si accettavano i loro princìpi. Era la prima volta che un’associazione che aveva in qualche modo a che fare con la politica, era riuscita così a introdursi presso le Trade Unions.

Fribourg e Tolain riferirono che in Francia l’Internazionale aveva incontrato accoglienza favorevole, che, a parte Parigi, si erano reclutati membri a Rouen, Nantes, Elbeuf, Caen e in altre città, ed erano state vendute tessere in modo considerevole, per l’ammontare annuale di franchi 1,25, ma che il ricavato era stato esaurito per istituire un ufficio centrale a Parigi e per le spese di viaggio dei delegati: il Consiglio Generale avrebbe potuto contare sulla vendita delle 400 tessere che non erano state ancora distribuite. I delegati francesi si rammaricavano del rinvio del congresso, che era un grave ostacolo per lo sviluppo dell’associazione, e lamentavano le vessazioni subite dagli operai da parte del governo poliziesco, bonapartista; dissero infine che si imbattevano continuamente nell’obiezione: mostrate che sapete agire, e noi aderiremo.

Molto favorevole fu la relazione di Becker e Dupleix sulla Svizzera, nonostante che là l’agitazione fosse cominciata soltanto sei mesi prima. A Ginevra avevano 400 membri, a Losanna 150 e altrettanti a Vevey. Il contributo mensile ammontava a 50 pence, ma i membri avrebbero pagato anche il doppio: essi erano perfettamente convinti della necessità di versare un contributo per il Consiglio Generale. È vero che i delegati per il momento non portavano ancora denaro; ma potevano assicurare, a titolo di consolazione, che se non ci fossero state le loro spese di viaggio avrebbero portato un avanzo netto.

In Belgio l’agitazione esisteva soltanto da un mese. Ma Paepe informò che erano giò stati reclutati 60 iscritti, che si erano impegnati a pagare annualmente almeno 6 franchi, un terzo dei quali sarebbe stato devoluto al Consiglio Generale.

Quanto al congresso, Marx propose a nome del Consiglio Generale che si tenesse a Ginevra nel settembre o ottobre del 1866. La sede fu approvata all’unanimità, ma la data fu anticipata all’ultima settimana di maggio in seguito alla vivace pressione dei francesi. I francesi chiesero anche che potesse partecipare con pieni diritti al congresso chiunque avesse presentato la tessera di iscritto: affermarono che per loro era una questione di principio, e che il suffragio universale andava inteso così. Soltanto dopo un dibattito infocato fu fatto passare il principio della rappresentanza per mezzo di delegati, sostenuto particolarmente da Cremer e da Eccarius.

L’ordine del giorno fissato dal Consiglio Generale era assai vasto: attività dell’associazione; riduzione dell’orario di lavoro; lavoro delle donne e dei fanciulli; passato e futuro dei sindacati; influsso dell’esercito permanente sugli interessi delle classi lavoratrici, ecc. Tutto fu accettato all’unanimità, eccetto due punti che provocarono dei dissensi.

Il primo di essi non fu proposto dal Consiglio Generale, ma dai francesi. Essi chiedevano, come punto particolare dell’ordine del giorno: idee religiose e loro influenza sul movimento sociale, politico e spirituale. Il modo come essi ci arrivarono, e la posizione di Marx in proposito risultano forse con la maggior concisione da alcune frasi del necrologio per Proudhon, che Marx aveva pubblicato qualche mese prima sul Sozialdemokrat, e che fra l’altro fu il suo unico contributo a quel giornale: «Gli attacchi di Proudhon contro la religione e la Chiesa avevano una grande importanza locale, in un’epoca in cui i socialisti francesi si vantavano dei loro sentimenti religiosi come di una superiorità sul volterrianesimo del secolo XVIII e sull’ateismo tedesco del secolo XIX. Se Pietro il Grande aveva abbattuto la barbarie russa con la barbarie, Proudhon fece del suo meglio per demolire la frase francese con la frase6». Anche dei delegati inglesi misero in guardia contro questo «pomo della discordia», ma i francesi riuscirono a far passare la loro proposta con 18 voti contro 13.

L’altro punto all’ordine del giorno che suscitò discussione fu proposto dal Consiglio Generale, e riguardava una questione di politica europea che aveva particolare importanza per Marx, cioè «la necessità di impedire il progressivo influsso della Russia in Europa, restaurando una Polonia indipendente su base democratica e socialista, in conformità col diritto di autodecisione delle nazioni». Anche in questo caso furono specialmente i francesi a non volerne sapere: perché mescolare questioni politiche alle questioni sociali, perché perdersi dietro a cose tanto lontane quando c’era da lottare contro un’oppressione così grave in casa propria, perché impedire l’influsso del governo russo quando l’influsso dei governi prussiano, austriaco, francese e inglese non era meno nefasto? Con particolare energia parlò in questo senso anche il delegato belga. César de Paepe sostenne che la restaurazione della Polonia poteva giovare soltanto a tre classi: all’alta nobiltà, alla bassa nobiltà e al clero.

L’influsso di Proudhon è qui perfettamente riconoscibile. Proudhon si era ripetutamente pronunciato contro la restaurazione della Polonia, da ultimo anche al tempo della sollevazione polacca del 1863, in un libro nel quale, come scrisse Marx nel suo necrologio, aveva professato in onore dello zar un cinismo da cretino7. La medesima sollevazione invece aveva ravvivato le vecchie simpatie per la causa polacca che Marx ed Engels avevano manifestato negli anni della rivoluzione, in quell’occasione essi volevano stendere insieme un manifesto, di cui però non fecero più nulla.

La loro simpatia per la Polonia non era affatto cieca; il 23 aprile 1863 Engels scrisse a Marx: «Devo dire che per entusiasmarsi dei polacchi del 1772 ci vuole un bufalo. Nella massima parte d’Europa l’aristocrazia allora cadeva, ma con dignità, talvolta con esprit, anche se la sua massima universale era che il materialismo consiste nel mangiare, nel bere, nel fottere, nel vincere al gioco o nel venir pagati per compiere infamie; ma così stupida nel metodo di vendersi ai russi, come fecero i polacchi, non ci fu nessun’altra nobiltà8». Ma fin tanto che non c’era da pensare a una rivoluzione in Russia, la restaurazione della Polonia offriva l’unica possibilità di bloccare l’influsso zarista sulla civiltà europea, e di conseguenza nella crudele repressione della sollevazione polacca e nella contemporanea avanzata del dispotismo zarista sul Caucaso Marx vedeva i più importanti avvenimenti europei dopo il 1815. A questi avvenimenti aveva dato il massimo rilievo nella parte dell’Indirizzo inaugurale riguardante la politica estera del proletariato, e anche molto tempo dopo si espresse con asprezza sulla resistenza che questo punto dell’ordine del giorno aveva incontrato presso Tolain, Fribourg ed altri. Ma intanto riuscì a spezzare questa resistenza con l’aiuto dei delegati inglesi: la questione polacca rimase all’ordine del giorno.

La Conferenza si riuniva al mattino in sedute riservate, presiedute da Jung, e la sera in riunioni semipubbliche, presiedute da Odger. In queste assemblee un pubblico operaio più largo discuteva le questioni che erano già state chiarite nelle sedute private. I delegati francesi pubblicarono un resoconto della Conferenza e il programma preparato per il Congresso, che ebbe larga risonanza nella stampa parigina. Con evidente soddisfazione Marx osservò: «I nostri parigini sono alquanto sbalorditi per il fatto che il paragrafo sulla Russia e Polonia, che essi non volevano, abbia prodotto proprio la maggior impressione9». E ancora una dozzina di anni più tardi Marx si richiamava volentieri al «commento entusiastico» che Henri Martin, il noto storico francese, aveva fatto a quel paragrafo in particolare, e al programma per il Congresso in generale.

3. La rottura con Schweitzer
5. La guerra tedesca

Vita di Marx

Note

  1. Carteggio Marx-Engels, vol. IV cit., p. 261.
  2. Carteggio Marx-Engels, vol. IV cit., p. 261.
  3. Ibid., p. 338
  4. Carteggio Marx-Engels, vol. IV cit., p. 338 sg.
  5. Carteggio Marx-Engels, vol IV cit. p. 331
  6. Lettera a Schweitzer del 24 gennaio 1865, e pubblicata nei numeri 16, 17 e 18 del Sozialdemokrat. Trad. it. in L. Marx, Miseria della filosofia, Edizioni Rinascita, Roma 1950, pp. 177-184.
  7. Lettera a Schweitzer cit., p. 183.
  8. Carteggio Marx-Engels, vol. IV cit., p, 367.

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