Cap. VI: Rivoluzione e controrivoluzione
9. Un altro colpo vigliacco

Marx si trovava fuori, quando arrivò l’ordine di espulsione. Sebbene il giornale fosse in continua ascesa e contasse circa 6.000 abbonamenti, però le sue difficoltà finanziarie non erano superate ancora; con l’aumento degli abbonamenti crescevano le spese nette, mentre le entrate potevano accrescersi soltanto successivamente. A Hamm Marx trattò con Rempel, uno dei due capitalisti che nel 1846 si erano mostrati disposti a fondare una casa editrice comunista, ma il prode tenne anche questa volta la borsa chiusa e indirizzò Marx dell’ex tenente Henze, che in realtà anticipò al giornale 300 ralleri, il cui rimborso Marx si assunse come debito personale. Henze, che poi si rivelò per un provocatore, fu allora perseguitato dalla polizia e si recò con Marx a Colonia dove questi trovò il «pezzo di carta del governo».

Così il destino del giornale era segnato. Anche qualche altro redattore poteva venire espulso come «straniero», i rimanenti erano sotto processo. Il 19 maggio uscì l’ultimo numero col noto cando d’addio di Freiligrath e con un fiero congedo di Marx, che faceva piovere sulla schiena del governo una grandinata di colpi. «A che scopo le vostre insulse menzogne, le vostre frasi uficiali? Noi non abbiamo riguardi, né pretendiamo che li abbiate voi. Quando verrà il nostro turno non risparmieremo il terrorismo. Ma i terroristi monarchici, i terroristi in grazia di Dio e del diritto, nella pratica sono brutali, spregevoli, volgari, nella teoria vili, simulatori, ambigui, per l’uno e per l’altro aspetto disonesti». Il giornale mise in guardia gli operai di Colonia contro ogni tentativo armato; data la situazione militare di Colonia sarebbero stati irrimediabilmente perduti. I redattori li ringraziavano per il loro vivo interesse; «la loro ultima parola sarà sempre e dovunque: emancipazione della classe lavoratrice!».

Quindi Marx compì i doveri che toccavano a lui, come comandante della nave naufragata. I 300 talleri che gli aveva prestati Henze 1.500 talleri di abbonamento che aveva ricevuto per posta, la macchina tipografica che gli apparteneva ecc., furono tutti adoperati per pagare i debiti del giornale al compositore, allo stampatore, al cartolaio, agli impiegati, ai corrispondenti, al personale di redazione, ecc. Per sé egli conservò soltanto l’argenteria di sua moglie, che fu versata al Monte di Pietà di Francoforte. I circa duecento fiorini che essa fruttò furono il viatico della famiglia quando essa dovette di nuovo, come solevano dire i nostri padri, emigrare alla «ventura».

Da Francoforte Marx si recò con Engels sul campo dell’insurrezione nel Baden e nel Palatinato. Andarono anzitutto a Karlsruhe, poi a Kaiserslautern, dove s’incontrarono con d’Ester, che era l’anima del governo provvisorio. Da lui Marx ricevette un mandato del Comitato centrale democratico, per rappresentare il Partito rivoluzionario tedesco a Parigi, presso la Montagna dell’Assemblea nazionale, la socialdemocrazia di allora, mista di elementi piccolo-borghesi e proletari, che preparava un colpo di forza contro i partiti dell’ordine e il loro rappresentante, il falso Bonaparte. Durante il viaggio di ritorno essi vennero imprigionati dalle truppe dell’Assia, come sospetti di partecipazione all’insurrezione, trasportati a Darmstadt e da lì a Francoforte, dove furono di nuovo messi in libertà. Allora Marx andò a Parigi, mentre Engels tornò a Kaiserslautern per entrare come aiutante nei reparti volontari formati dall’ex tenente prussiano Willich.

Il 7 giugno Marx scriveva da Parigi che là imperversava una reazione monarchica più terribile che sotto Guizot, ma anche che mai era stata più imminente una colossale esplosione del cratere rivoluzionario. Ma in quest’aspettazione egli si illuse; il colpo che la Montagna progettava fallì e in modo nemmeno molto dignitoso. E un mese dopo lui stesso fu colpito dalla vendetta del vincitore; il 19 luglio il ministro degli Interni gli fece ordinare dal Prefetto di polizia di prender dimora nel dipartimento del Morbihan. Era un colpo vigliacco, «l’infamia delle infamie», come Freiligrath scriveva a Marx appena avuta la notizia. «Daniels dice che il Morbihan è la regione più malsana della Francia, paludosa e malarica: le paludi pontine della Bretagna». Ma Marx non accettò questo «assassinio mascherato»; per il momento gli riuscì di rinviarne l’esecuzione con un appello al ministero degli Interni.

Egli si trovava nella più nera miseria, avendo esaurito le sue scarse risorse, e si rivolse a Freiligrath e a Lassalle per aiuto. L’uno e l’altro fecero il possibile, ma tuttavia in modo tale che Freiligrath si lamentò per l’indiscrezione con cui Lassalle conduceva la cosa facendone una chiacchiara da birreria. Marx ne restò amaramente toccato; il 30 luglio rispondeva: «Preferisco le più grandi ristrettezze, piuttosto che mendicare in pubblico. Per questo gli ho scritto. Questa storia mi fa indicibilmente adirare». Tuttavia Lassalle seppe fargli passare questo malumore con una lettera traboccante di buona volontà, anche se le assicurazioni del suo autore, di aver trattato la cosa «con estrema delicatezza», lasciasserò però qualche dubbio.

Il 23 agosto Marx annunciava ad Engels che lasciava la Francia, e il 5 settembre scriveva a Freiligrath che la moglie lo avrebbe seguito il 15 settembre; egli non sapeva come scovare i mezzi necessari per partire e trovare poi una sistemazione. Nel suo terzo esilio lo accompagnavano i neri pensieri che dovevano poi restargli compagni anche troppo fedeli.

8. Un colpo mancino

VIta di Marx