Cap. VI: Rivoluzione e controrivoluzione
8. Un colpo mancino

Con la vittoria della controrivoluzione a Vienna e a Berlino erano stati gettati i dadi decisivi per la Germania. Quel che ancora rimaneva delle conquiste rivoluzionarie era l’Assemblea di Francoforte, che aveva già da un pezzo perduto ogni credito politico e si occupava tra chiacchiere infinite di una costituzione di carta, della quale restava dubbio ancora soltanto se dovesse essere infilzata dalla spada austriaca o da quella prussiana.

La Neue Rheinische Zeitung, dopo aver narrato ancora una volta, nel dicembre, in una serie di brillanti articoli la storia della rivoluzione e della controrivoluzione prussiana per il nuovo anno 1849, rivolse il suo sguardo pieno di speranza alla sollevazione della classe operaia francese, dalla quale si attendeva una guerra mondiale. «Il paese che trasforma intere nazioni in suoi proletari, che tiene stretto tra le sue braccia gigantesche tutto il mondo, che col suo denaro ha già una volta fatto fronte alle spese della restaurazione europea, in seno al quale gli antagonismi di classe si sono spinti alla forma più marcata e più sfrontata, l’Inghilterra insomma, sembea lo scoglio contro cui s’infrangono le onde della rivoluzione, fa morir di fame la nuova società già nel grembo materno. L’Inghilterra domina il mercato mondiale. Un sovvertimento della situazione politico-economica in ogni paese del continente europeo, su tutto il continente europeo, senza l’Inghilterra, è una tempesta in un bicchier d’acqua. La situazione dell’industria e del commercio all’interno di ogni nazione sono dominate dal commercio con le altre nazioni, sono condizionate dal loro rapporto col mercato mondiale. Ma l’Inghilterra domina il mercato mondiale, e la borghesia domina l’Inghilterra». Così ogni sovvertimento francese-sociale fallirà di fronte alla borghesia inglese, di fronte al dominio mondiale dell’industria e del commercio esercitato dalla Gran Bretagna. Ogni parziale riforma sociale in Francia, e sul continente europeo in generale, che debba essere definitiva, è e rimane nient’altro che un pio desiderio. E la vecchia Inghilterra sarà rovesciata soltanto con una guerra mondiale, la quale sola offre al partito cartista, il partito organizzato degli operai inglesi, le condizioni per una sollevazione vittoriosa contro i suoi giganteschi oppressori. I cartisti alla testa del governo inglese: e soltanto da questo momento la rivoluzione sociale entra dal regno dell’utopia nel regno della realtà.

La premessa di queste speranze nel futuro non si avverò; dopo le giornate di giugno la classe operaia francese, ancora sanguinante da mille ferite, era incapace di una nuova sollevazione. Dopo il giro che la controrivoluzione europea aveva percorso, dalle giornate parigine del giugno, attraverso Francoforte, Vienne e Berlino, per concluderlo momentaneamente il 10 dicembre con l’elezione del falso Bonaparte a presidente della repubblica francese, la rivoluzione sopravviveva soltanto in Ungheria, e trovò in Engels, che nel frattempo era tornato a Colonia, l’avvocato più eloquente e più competente. Per il resto la Neue Rheinische Zeitung dovette limitarsi alla guerriglia contro la prorompente controrivoluzione, e la combatté con lo stesso ardire e la stessa tenacia che le grandi battaglie campali dell’anno precedente. Un fascio di processi per reati di stampa che il ministero le accollò come al giornale peggiore della stampa cattiva, essa lo accolse osservando sprezzantemente che l’autorità dell’Impero era la più comica di tutte le comiche autorità. Alla pomposa esibizione di «prussianesimo», di cui gli Junker delle terre al di là dell’Elba si compiacquero dopo il colpo di Stato di Berlino, essa contrappose il meritato dileggio: «Noi della Renania abbiamo la fortuna di aver acquistato nel grande mercato d’uomini di Vienna un granduca del basso Reno, che non ha adempiuto alle condizioni sulla base delle quali era divenuto “granduca”. Un re di Prussia esiste per noi soltanto attraverso l’Assemblea di Berlino, e siccome per il nostro “granduca del basso Reno” non esiste nessuna assemblea, per noi non esiste nessun re di Prussia. Noi siamo caduti in balia del “granduca del basso Reno” grazie al mercato dei popoli. Appena saremo abbastanza avanti per non riconoscere il traffico delle anime chiederemo conto al granduca del suo “titolo di possesso”». Questo veniva scritto nel mezzo delle più selvagge orge della controrivoluzione.

Di una cosa, a dire il vero, si sente la mancanza a un primo sguardo gettato sulle colonne della Neue Rheinische Zeitung, di una cosa che si poteva presumere di trovarvi in primo piano: un’informazione esauriente sul contemporaneo movimento operaio in Germania. Esso non era poi così insignificante nemmeno nelle campagne al di lù dell’Elba; aveva i suoi congressi, le sue organizzazioni, i suoi giornali, e Stephan Born, la sua mente più dotata, era amico di Marx e di Engels sin dai tempi di Bruxelles e di Parigi; anche ora, da Berlino e da Lipsia, egli collaborava alla Neue Rheinische Zeitung. Born capiva molto bene il Manifesto comunista, se sapeva adattarlo, sia pur imperfettamente, alla coscienza di classe del proletariato, ancor non del tutto sviluppata nella massima parte della Germania; soltanto in tempi più recenti Engels giudicò con ingiusta severità l’attività di Born in quel periodo. È assolutamente credibile, come Born racconta nelle sue memorie, che Marx e Engels non abbiano mai espresso una parola di scontentezza sulla sua attività di allora, col che non è poi escluso che essi siano stati scontenti di qualche cosa nei particolari. Comunque, essi stessi nella primavera del 1849 compirono un avvicinamento al movimento operaio, che era sorto indipendentemente dalla loro influenza.

La scarsa attenzione che da principio la Neue Rheinische Zeitung dedicò a questo movimento, si spiegava in parte col fatto che due volte alla settimana usciva un organo speciale dell’Unione operaia di Colonia, diretto da Moll e Schapper, e in parte, e a dire il vero per la parte maggiore, col fatto che essa era anzitutto un «organo della democrazia», cioè voleva assicurare gli interessi comuni della boraghesia e del proletariato di fronte all’assolutismo e al feudalismo. In realtà, questa era anche la cosa più necessaria, in quanto preparava il terreno su cui il proletariato poteva cominciare il suo duello con la borghesia. Soltanto, l’elemento borghese di questa democrazia si disgregava sempre più con l’andar del tempo; ad ogni prova appena appena seria, esso crollava. Nel Comitato centrale di cinque membri, che era stato eletto dal primo congresso democratico nel giugno del 1848, si trovavano gente come Meyen e Kriege, tornato dall’America; con una guida siffatta, questa organizzazione andò incontro a un rapido sfacelo, che si manifestò paurosamente quando alla vigilia del colpo di stato prussiano essa si riunì per la seconda volta a Berlino. Se allora fu eletto un nuovo comitato centrale, a cui appartenne anche d’Ester, che era un amico personale e politico di Marx, fu però soltanto una cambiale tratta sul futuro. La sinistra parlamentare dell’Assemblea di Berlino durante la crisi del novembre aveva miseramente ceduto, e la sinistra di Francoforte sprofondava sempre più nella palude di lamentevoli compromessi.

Stando così le cose, Marx, Wilhelm Wolff, Schapper e Hermann Becker, dettero il 15 aprile le dimissioni dal Comitato democratico regionale. Essi motivarono la loro decisione con queste parole: «Noi riteniamo che l’attuale organizzazione delle associazioni democratiche racchiuda in sé troppi elementi perché sia possibile un’attività giovevole allo scopo della causa. Noi siamo anzi dell’opinione che sia preferibile un più stretto collegamento delle associazioni operaie, poiché esse consistono di elementi simili». Nello stesso tempo l’Associazione operaia di Colonia si staccò dalla Lega delle associazioni democratiche renane, e convocò quindi ad un nuovo congresso provinciale indetto per il 6 maggio, tutte le associazioni operaie nonché tutte le altre che aderissero alle tesi fondamentali della democrazia sociale. Questo congresso doveva decidere su di una organizzazione delle associazioni operaie della Renania e della Vestfalia e sull’opportunità o no di mandare delegati al congresso di tutte le associazioni operaie tedesche, convocato a Lipsia per il mese di giugno dalla Fratellanza operaia di Lipsia, organizzazione diretta da Born.

Già il 20 marzo, prima di queste dichiarazioni, la Neue Rheinische Zeitung aveva cominciato a pubblicare gli infiammati articoli di Wilhelm Wolff sui miliardi della Slesia, che mettevano in moro il proletariato rurale; e il 5 aprile Marx in persona aveva iniziato la stampa delle conferenze da lui tenute nell’Associazione operaia di Bruxelles su Lavoro salariato e capitale. Il giornale, dopo aver dimostrato, sulla base delle gigantesche lotte di massa dell’anno 1848, che ogni sollevazione rivoluzionaria, per quanto il suo scopo potesse sembrare lontano dalla lotta di classe, doveva fallire fino a che non vincesse la classe operaia rivoluzionaria, ormai voleva affrontare lo studio delle condizioni economiche su cui si fondava sia l’esistenza della borghesia che la schiavitù degli operai.

Ma il premettente sviluppo fu interrotto dalle lotte per quella costituzione di carta delll’Impreo che l’Assemblea di Francoforte era finalmente riuscita a confezionare. In sé e per sé essa non valeva la pena che si versasse per lei anche una sola goccia di sangue; la corona imperiale ereditaria che essa voleva ficcare sulla testa del re di Prussia, somigliava pari pari a un berretto da pazzo. Il re non l’accettò, ma nemmeno la rifiutò; voleva trattare coi principi tedeschi sulla costituzione dell’Impero, con la segreta speranza che essi avvrebbero riconosciuto l’egemonia prussiana, se egli avesse abbattuto con la spada prussiana quanto rimaneva ancora di forza rivoluzionaria nei medi e piccoli Stati tedeschi.

Era una spoliazione del cadavere della rivoluzione, che attizzò di nuovo la fiamma rivoluzionaria. Essa provocò una serie di insurrezioni, alle quali la costituzione dell’Impero dava il nome, anche se non il contenuto. Nonostante tutto essa impersonava la sovranità della nazione, che bisognava assassinare in essa, per restaurare la sovranità dei principi. Nel regno di Sassonia, nel granducato del Baden e nel Palatinato bavaresi si combatté con le armi alla mano per la costituzione dell’Impero, e dappertutto il re di Prussia fece la parte del carnefice, a dire il vero per essere poi truffato dai potentati da lui salvati sul compenso per questo servizio. Anche nella provincia renana si venne a singole interruzioni, ma furono soffocate in germe dalla superiorità schiacciante delle truppe con cui il governo aveva inondato questa temibile provincia.

E ora si prese il coraggio anche per un colpo definitivo contro la Neue Rheinische Zeitung. Quanto più crescevano i segni di una nuova sollevazione rivoluzionaria, tanto più luminose splendevano nelle sue colonne le fiamme della passione rivoluzionaria; tutti i suoi numeri straordinari dell’aprile e del maggio furono altrettanti appelli al popolo a tenersi pronto all’attacco; allora il giornale si meritò dalla Kreuzeitung la lode onorifica di avere un’audacia vulcanica, al confronto della quale impallidiva quella del Moniteur del 1793. Da un pezzo il governo avrebbe voluto prenderla per il collo, ma il coraggio, il coraggio! Con due processi contro Marx non si era fatto altro, dato l’umore dei giurati renani, che preparargli nuovi trionfi; alle sollecitazioni di Berlino perché fosse proclamato ancora una volta lo stato d’assedio a Colonia, il comando della piazza non ebbe il coraggio di dar corso. Esso preferì rivolgersi alla direzione di polizia con la richiesta di espellere Marx come «individuo pericoloso».

Questa autorità a sua volta si rivolse al governo regionale di Colonia, il quale per la sua parte riversò i suoi dolori in petto a Manteuffel che, in quanto ministro degli Interni, era il suo superiore. Il 10 marzo essa comunicava che Marx era sempre a Colonia senza permesso di soggiorno e che il giornale da lui diretto continuava nelle sue tendenze distruttive, istigando a rovesciare la costituzione vigente e a istituire una repubblica sociale, deridendo e disprezzando tutto ciò che ogni uomo rispetta e ritiene santo; esso diventava tanto più dannoso in quanto la sfrontatezza e il tono di scherno con cui era scritto facevano aumentare sempre più la cerchia dei suoi lettori. La direzione di polizia aveva delle riserve circa la richiesta del comando della piazza di espellere Marx, e il governo non poteva che dar ragione a queste riserve; un’espulsione «senza un particolare motivo pubblico», «soltanto a causa della tendenza e della pericolosità del giornale», poteva forse provocare una dimostrazione del partito democratico.

Avuta questa comunicazione, Manteuffel si rivolse a Eichmann, prefetto della provincia renana, per sentire anche il suo parere. Eichmann rispose il 29 marzo ceh l’espulsione era sì giustificata, ma non tale da non destar preoccupazioni, prima che Marx non si rendesse ulteriormente colpevole. Allora, il 7 aprile, Manteuffel decise che non aveva nulla da eccepire contro l’espulsione, ma che la scelta del momento doveva esser lasciata al governo; comunque, era desiderabile che avvenisse in seguito a qualche preciso addebito. Essa ebbe luogo l’11 maggio, e non per un particolare addebito, ma per la pericolosa tendenza della Neue Rheinische Zeitung. In altre parole: il governo l’11 maggio si sentì abbastanza forte per un colpo mancino, a compiere il quale era stato troppo vile il 29 marzo e il 7 aprile.

Il professore prussiamo che recentemente ha scoperto negli archivi, sulla base di documenti, il modo in cui si sono svolte le cose, ha voluto, in questo modo, evidentemente celebrare lo sguardo profetico del poeta Freiligrath, che sotto l’impressione diretta dell’espulsione, cantava:

Non un colpo diretto in aperta battaglia…
Mi abbattono malizie e perfidie,
Mi abbatte la strisciante abiezione
Degli sporchi calmucchi occidentali.

7. Le giornate dell’ottobre e del novembre
9. Un altro colpo vigliacco

Vita di Marx