Cap. VI: Rivoluzione e controrivoluzione
7. Le giornate dell’ottobre e del novembre

Quando, il 12 ottobre, la Neue Rheinische Zeitung tornò ad uscire, con l’annuncio che Freiligrath era entrato a far parte della sua redazione, essa ebbe la ventura di salutare una nuova rivoluzione. Il 6 ottobre il proletariato viennese aveva fermato col suo solido pugno il perfido piano della controrivoluzione asburgica, di schiacciare con l’aiuto delle popolazioni slave, dopo le vittorie di Radetzky in Italia, prima i ribelli ungheresi e poi i ribelli tedeschi.

Dal 28 agosto al 7 settembre Marx si era trattenuto a Vienna, per illuminare le masse di questa città. Stando alle molto scarse informazioni giornalistiche che abbiamo sull’argomento, la cosa non gli era riuscita; il che è abbastanza spiegabile, dato che gli operai viennesi si trovavano ancora ad un grado di sviluppo relativamente inferiore. Tanto più era da apprezzare lo schietto istinto rivoluzionario con cui essi si opposero alla marcia dei reggimenti destinati a schiacciare gli ungheresi. Così essi si tirarono addosso il primo colpo della controrivoluzione, magnanimo sacrificio, di cui la nobiltà ungherese non fu capace in ugual misura. Essa volle condurre la lotta per l’indipendenza del proprio paese sulla base dei suoi diritti patentati, e l’esercito ungherese azzardò un’avanzata incerta e timorosa, che non alleggerì la lotta mortale dell’insurrezione viennese, ma la rese più grave.

Né la democrazia tedesca si comportò meglio. Essa riconobbe sì, l’importanza che per essa aveva l’esito dell’insurrezione viennese. Se nella capitale austriaca vinceva la controrivoluzione, essa avrebbe portato il colpo decisivo anche nella capitale prussiana, dove stava da tempo in agguato. Ma la democrazia tedesca si abbandonava soltanto a lamentele sentimentali, a sterili simpatie, a invocazioni d’aiuto all’impotente reggente dell’Impero. Il congresso democratico che si radunò per la seconda volta a Berlino alla fine d’ottobre, emanò un appello redatto da Ruge a favore di Vienna assediata, di cui la Neue Rheinische Zeitung disse, cogliendo nel segno, che sostituiva la mancanza di energia rivoluzionaria con un pathos da predicatore piagnone, dietro al quale si nascondeva la più assoluta mancanza di pensiero e di passione. Ma i suoi appelli appassionati, scritti da Marx in una prosa veemente, e da Freiligrath in versi stupendi, perché si portasse ai viennesi l’unico aiuto che poteva salvarli, cioè la vittoria sulla controrivoluzione in casa loro, caddero nel vuoto.

Così era segnato il destino della rivoluzione viennese. Traditi anche dalla borghesia e dai contadini in casa propria, sostenuti soltanto dagli studenti e da una parte della piccola borghesia, gli operai viennesi opposero una resistenza eroica. Ma alla sera del  ottobre l’attacco delle truppe assedianti riuscì; il ° novembre sul campanile di Santo Stefano sventolava una gigantesca bandiera gialla e nera.

Alla drammatica tragedia di Vienna tenne dietro la grottesca tragicommedia di Berlino. Il ministero Pfuel fu sostituito dal ministero Brandenburg, che ordinò all’Assemblea di ritirarsi nella città di provincia di Brandeburgo, e Wrangel entrò a Berlino coi reggimenti della guardia, per far eseguire quest’ordine con la forza delle armi. Brandenburg, un Hohenzollern illegittimo, si paragonava anche troppo lusinghieramente a un elefante che doveva schiacciare la rivoluzione; più giustamente la Neue Rheinische Zeitung diceva che Brandenburg e il suo complice Wrangel erano «due uomini senza testa, senza cuore, senza opinioni, tutto baffi» e tuttavia, in quanto tali, erano l’essatto contrasto della degna assemblea dei conciliatori.

In realtà il «tutto baffi» riuscì a intimidirla. A dire il vero, essa indugiò ad abbandonare la sua sede costituzionale di Berlino, e quando, colpo su colpo, una violenza si succedeva all’altra – lo scioglimento della guardia nazionale, la proclamazione dello stato d’assedio – essa dichiarò i ministri rei di alto tradimento, e li denunciò alla… autorità dello Stato. Ma respinse la richiesta del proletariato berlinese di ristabilire, armi alla mano, il diritto calpestato del paese, e proclamò la «resistenza passiva», cioè la nobile decisione di ricevere sul dorso le nerbate dell’avversario. Poi lasciò che le truppe di Wrangel la cacciassero da una sala all’altra, e infine, in un momentaneo prorompere di energia, di fronte alle baionette che già penetravano nella sua sede, negò al ministero Brandenburg il diritto di disporre dei denari dello Statoe di imporre imposte, fino a che essa non avesse potuto tenere liberamente le sue sedute a Berlino. Ma era appena stata dispersa che il suo presidente von Unruh, in gran pena per il suo caro cadavere, convocò l’ufficio di presidenza per mettere a verbale che la decisione di rifiutare le imprese, che altrimenti egli avrebbe lasciato che fosse tranquillamente diffusa per il paese, non poteva avere vigore di legge a causa di un vizio di forma.

Toccava alla Neue Rheinische Zeitung di rispondere al colpo di mano del governo in modo storicamente dignitoso. Per essa era venuto il momento decisivo in cui bisognava che la controrivoluzione fosse abbattuta da una seconda rivoluzione, e ogni giorno essa chiamava le masse a contrapporre alla forza ogni genere di forza. La resistenza passiva doveva avere alla base la resistenza attiva, altrimenti assomigliava alla resistenza di un vitello al macellaio. Tutte le sottigliezze giuridiche della teoria della conciliazione, dietro cui si voleva nascondere la viltà della borghesia, furono spazzate via. «La corona prussiana è nel suo diritto quando si contrappone all’Assemblea come corona assoluta. Ma l’Assemblea è nel torto, perché non si contrappone alla corona come assemblea assoluta… La vecchia burocrazia non vuole abbassarsi a sertrice di una borghesia di cui finora era la dispotica maestra. Il partito feudale non vuole lasciar bruciare le sue decorazioni e i suoi interessi sull’altare della borghesia. E infine la corona scorge negli elementi della vecchia società feudale di cui essa è la più alta escrescenza, il terreno sociale su cui essa è, mentre nella borghesia scorge una terra straniera artificiale, dalla quale è soltanto supportata a condizione che si rattrappisca. La borghesia trasforma l’inebriante “grazia di Dio” in un nudo titolo giuridico, il dominio del sangue nel dominio della carta, il sole regio in una lampada borghese. Perciò la monarchia non si è lasciata incantare dalle chiacchiere della borghesia. Alla sua mezza rivoluzione ha risposto con una controrivoluzione intera. Ha riprecipitato indietro la borghesia tra le braccia della rivoluzione, del popolo, gridandole: Brandenburg nell’Assemblea, e l’Assemblea a Brandeburgo». La Neue Rheinische Zeitung tradusse esattamente questa parola d’ordine della controrivoluzione: il corpo di guardia nell’Assemblea e l’Assemblea nel corpo di guardia. Essa sperava che con questa parola d’ordine il popolo avrebbe vinto, essa vi leggeva l’epitaffio della casa di Brandeburgo.

Quando l’Assemblea di Berlino decise il rifiuto delle imposte, il Comitato regionale democratico, in un appello del 18 novembre redatto da Marx, Schapper e Schneider, invitò le associazioni democratiche della Renania a mandare ad effetto l’esecuzione delle seguenti misure: la riscossione violenta delle imposte sarà respinta dappertutto con ogni forma di resistenza; si organizzarà dappertutto la guardia mobile per respingere il nemico; per le persone prive di mezzi si procureranno armi e munizioni a spese della comunità o con contributi volontari; nel caso che le autorità si rifiutino di riconoscere o di eseguire le decisioni dell’Assemblea, si costituiranno comitati di sicurezza, possibilmente d’accordo coi consigli comunali; consigli comunali che contrastino all’Assemblea legislativa saranno rinnovati attraverso elezioni popolari. Con ciò il Comitato democratico fece ciò che avrebbe dovuto fare l’Assemblea di Berlino, se, decidendo il rifiuto delle imposte, avesse voluto fare sul serio. Ma questi eroi tremarono subito di fronte al loro eroico coraggio; si affrettarono a recarsi nelle loro circoscrizioni elettorali per impedire l’esecuzione della loro decisione, e poi trotterellarono a Brandeburgo per proseguire le loro consultazioni. Così l’Assemblea aveva perso a tal punto ogni dignità che il 5 dicembre il governo poté disperderla con una pedata, elargendo una nuova costituzione e una nuova legge elettorale.

Così anche il Comitato regionale renano era paralizzato nella sua provincia irta di armi. Il 22 novembre, Lassalle, che aveva risposto con entusiasmo all’appello, fu imprigionato a Düsseldorf, e a Colonia il procuratore dello Stato procedette contro i firmatari dell’appello, anche se non osò arrestarli. L’8 febbraio essi stavano davanti ai giurati di Colonia per istigazione alla resistenza armata contro le autorità militari e civili.

Con un’argomentazione incontestabile Marx respinse il tentativo del procuratore dello Stato di dedurre dalle leggi del 6 e dell’8 aprile, dalle stesse leggi che il governo aveva strappato col suo colpo di stato, l’illegittimità dell’azione degli accusati. Se una rivoluzione riesce felicemente, essa potrebbe impiccare i suoi avversari, ma non condannarli, spazzarli via come nemici vinti, ma non giudicarli come criminali. È una vile ipocrisia giuridica, dopo finita la rivoluzione o la controrivoluzione, applicare le leggi calpestate contro i difensori delle stesse leggi. La questione di chi sia stato nel diritto, se la corona o l’Assemblea, è un problema storico che può esser deciso soltanto dalla storia e non da una giuria.

Ma Marx andò oltre, e rifiutò in generale di riconoscere le leggi del 6 e dell’8 aprile. Esse erano pasticci arbitrari del Landtag unificato, che avrebbero dovuto risparmiare alla corona il riconoscimento della sconfitta subita nelle giornate del marzo. Non si poteva giudicare secondo le leggi di un’assemblea feudale, un’assemblea che rappresenta la moderna società borghese. Era una presunzione giuridica il credere che la società si fondi sulla legge. Al contrario è la legge che si fonda sulla società. «Ecco il Code Napoléon, che io ho tra le mie mani: non esso ha generato la moderna società borghese; piuttosto, è la società borghese, sorta nel secolo decimottavo e ulteeriormente sviluppatasi nel secolo decimonono, che trova nel Code soltanto un’espressione giuridica. Appena esso non corrisponde più alle condizioni sociali, si riduce a una palla di carta. Loro non possono fare delle vecchie leggi la base della nuova società, così come queste leggi non hanno creato le antiche condizioni». L’Assemblea di Berlino non aveva compreso la sua posizione storica quale era uscita dalla rivoluzione di marzo. Il rimprovero del procuratore dello Stato, secondo cui essi non avrebbero voluto nessuna mediazione, la riguardava così poco che la sua sventura e il suou torto consistevano appunto nel fatto che essa si era degradata da convenzione rivoluzionaria ad un’ambigua associazione di conciliatori. «Qui si trattava non di un conflitto politico di due frazioni sul terreno di una sola società, ma del conflitto politico di due società, di un conflitto sociale, che aveva preso un aspetto politico, cioè della lotta della vecchia società feudale-burocratica con la moderna società borghese, della lotta tra la società della libera concorrenza e la società delle corporazioni, tra la società della proprietà fondiaria e la società dell’industria, tra la società della fede e la società della scienza». Tra queste società non esiste pace, ma soltanto lotta per la vita e per la morte. Il rifiuto delle imposte non scuoteva le fondamenta della società, come aveva comicamente affermato il procuratore dello Stato, ma era una legittima difesa della società contro il governo che minacciava la società nelle sue fondamenta.

Decidendo il rifiuto delle imposte, l’Assemblea non aveva agito illegalmente, ma piuttosto aveva agito illegalemnte proclamando la difesa passiva. «Una volta che la riscossione delle imposte è proclamata illegale, non devo respingere con la forza l’esercizio violento di un’illegalità?». Se i signori che rifiutavano di pagare le imposte disdegnavano la via rivoluzionaria per non rischiare la testa, allora il popolo doveva mettersi sul terreno rivoluzionario, praticando il rifiuto delle imposte. Il comportamento dell’Assemblea non costituiva una regola per il popolo. «L’Assemblea non ha nessun diritto di per sé, il popolo le ha soltanto affidato l’affermazione dei suoi propri diritti. Se essa non adempie al suo mandato, essa scompare. Il popolo viene quindi in scena in prima persona e agisce nella pinezza dei propri poteri. Se la corona fa una controrivoluzione, a buon diritto il popolo risponde con una rivoluzione». Marx concludeva dicendo che era finito soltanto il primo atto del dramma. Il seguito sarebbe stato o la vittoria completa della controrivoluzione, o una nuova rivoluzione vittoriosa. Forse la vittoria della rivoluzione sarebbe stata possibile soltanto dopo che si fosse compiuta la controrivoluzione.

Dopo questo discorso pieno d’orgoglio rivoluzionario i giurati assolsero gli accusati, e il loro presidente ringraziò per di più l’oratore per l’istruttiva spiegazione.

6. Freiligrath e Lassalle
8. Un colpo mancino

Vita di Marx