Cap. VI: Rivoluzione e controrivoluzione
3. La guerra contro la Russia

Nella politica estera la guerra contro la Russia era il cardine intorno a cui si muoveva la Neue Rheinische Zeitung. Nella Russia essa vedeva uno dei nemici veramente temibili della rivoluzione, che sarebbe immancabilmente entrato nella lotta quando il movimento avesse preso un’estensione europea.

E in questo essa era assolutamente sulla giusta strada. Nello stesso tempo in cui essa chiedeva la guerra rivoluzionaria contro la Russia, lo Zar – ed essa non poteva saperlo, ma oggi è noto attraverso documenti storici – offriva al principe di Prussia l’aiuto dell’esercito russo per restaurare con la forza il dispotismo, e un anno dopo l’orso russo salvò il dispotismo austriaco abbattendo con le sue zampe pesanti la rivoluzione ungherese. La rivoluzione tedesca non poteva vincere senza distruggere gli Stati oppressori prussiano ed austriaco, e questo scopo era irraggiungibile se non si fosse prima infranta la potenza dello Zar.

Dalla guerra contro la Russia il giornale si attendeva uno scatenamento di forze rivoluzionarie simile a quello scatenato dalla rivoluzione francese del 1789 con la guerra contro la Germania feudale. Quando essa, secondo un’espressione di Weerth, trattava en canaille la nazione tedesca, aveva ragione poiché fustigava con tutta severità la parte del poliziotto che i tedeschi si erano assunti da settanta anni contro la libertà e l’indipendenza di altri popoli; in America e in Francia, in Italia e in Polonia, in Olanda e in Grecia e magari altrove. «Ora che i tedeschi scuotono il loro stesso giogo, deve anche cambiare tutta la loro politica di fronte agli stranieri, altrimenti nelle catene con cui incateniamo gli altri popoli metteremo la nostra stessa giovane libertà appena ora intravista. La Germania si rende libera nella stessa misura in cui essa lascia liberi i popoli vicini». Il giornale denunciava la politica machiavellica che, mentre nell’interno della Germania era scossa nelle sue fondamenta, evocava un gretto odio razziale, contrastante col carattere cosmopolitico dei tedeschi, per paralizzare l’energia democratica, distogliere da sé l’attenzione, creare un canale di sfogo per la lava incandescente della rivoluzione, e forgiare così le armi della repressione interna.

«Nonostante le grida e stamburamenti patriottici di quasi tutta la stampa tedesca», esso sin dal primo momento prese posizione a Posen per i polacchi, in Italia per gli italiani, in Ungheria per gli ungheresi. Esso derise la «profondità della combinazione», «il paradosso storico», di intraprendere, nello stesso momento in cui i tedeschi lottavano contro il loro governo, una crociata contro la libertà della Polonia, dell’Ungheria, dell’Italia, sotto il comando dello stesso governo. «Soltanto la guerra contro la Russia è una guerra della Germania rivoluzionaria, un guerra in cui essa può lavare i peccati del passato, farsi animo, vincere i propri autocrati, in cui essa, come si conviene a un popolo che scuote le catene di una lunga ignava schiavitù, acquista il diritto di farsi banditrice di civiltà col sacrificio dei suoi figli, e si rende libera all’interno liberando all’esterno».

Da ciò veniva che per nessuna delle nazioni oppresse il giornale prese posizione tanto appassionatamente quanto per la Polonia. Il movimento polacco del 1848 si limitò alla provincia prussiana di Posen, dato che la Polonia russa era ancora fiaccata per la rivoluzione del 1830 e la Polonia austriaca per l’insurrezione del 1846. Esso tenne un atteggiamento abbastanza moderato e rivendicò appena quanto era stato promesso coi trattati del 1815, e non era poi stato mantenuto: la sostituzione dell’occupazione militare con truppe nazionali, e l’assegnazione di tutti gli uffici a polacchi. Nel primo momento di panico dopo il 18 marzo, a Berlino si promise una «riorganizzazione nazionale», ma naturalmente col segreto pensiero di non effettuarla. Mentre i polacchi erano abbastanza creduli da prestar fiducia alla buona volontà di Berlino, da qui si eccitava la popolazione tedesca ed ebrea della Posnania e si attizzava intenzionalmente una guerra civile, del cui incendio la Prussia portava tutta la responsabilità e dei cui orrori quasi tutta. I polacchi, spinti dalla violenza a una resistenza violenta, si batterono valorosissimamente, e più di una volta sbaragliarono totalmente il nemico superiore per numero e per armi, come il 30 aprile a Miloslaw, ma alla lunga la lotta delle sciabole polacche contro le granate prussiane era naturalmente senza possibilità di successo.

Sulla questione polacca la borghesia tedesca si comportò, come sempre, tanto senza cervello quanto senza fede. Nel periodo prerivoluzionario essa aveva compreso benissimo quanto strettamente fossero collegate la causa tedesca e la causa polacca, e, ancora dopo il 18 marzo, i suoi saggi avevano solennemente dichiarato nel preparlamento di Francoforte che la ricostituzione della Polonia era un sacro dovere della nazione tedesca. Ma non per questo Camphausen si trattenne dal fare anche in questo caso la parte del poliziotto per conto degli Junker prussiani. Egli mantenne la promessa della «riorganizzazione nazionale» in una maniera infame, strappando a pezzo a pezzo alla Posnania più di due terzi del suo territorio e facendoli annettere alla Confederazione tedesca con l’ultimo rantolo della Dieta federale, che finì sotto il peso dell’universale disprezzo. All’Assemblea nazionale di Francoforte non restava ormai che occuparsi del problema se riconoscere o no come propri membri di diritto i deputati eletti nelle parti sottratte alla Posnania. Dopo un dibattitto di tre giorni, essa decise come solo ci si poteva attendere da lei: questa figlia degenere della rivoluzione consacrò il misfatto della controrivoluzione.

Quanto questo problema interessasse da vicino la Neue Rheinische Zeitung lo dimostra il modo esauriente con cui in otto o nove articoli, alcuni dei quali molto lunghi, essa commentò i dibattiti di Francoforte, in modo assolutamente opposto alla sprezzante brevità con cui di solito si sbrigava delle chiacchiere parlamentari. È il lavoro più esteso che sia apparso in generale sulle sue colonne. Per quanto il contenuto e lo stile consentono una supposizione, esso è stato scritto insieme da Marx e da Engels; comunque, Engels vi ha contribuito notevolmente; esso porta tracce molto evidenti del suo stile.

Quello che anzitutto colpisce in esso, e che in realtà costituisce il suo merito maggiore, è la refrigerante franchezza con cui esso scopriva il vano gioco che si faceva con la Polonia, Ma l’indignazione morale di cui Marx ed Engels erano capaci – molti più capaci di quanto potesse anche soltanto supporre il filisteo dabbene – non aveva nulla a che fare con la compassione sentimentale che per esempio Robert Blum a Francoforte aveva dedicato alla Polonia angariata: «la più triviale retorica da politicanti, anche se, e lo concediamo volentieri, retorica in grande e per un nobile compito», ecco quanto di sentì dire il celebrato oratore della sinistra, e non senza ragione. Egli non capì che il tradimento verso la Polonia era insieme il tradimento della rivoluzione tedesca, la quale perdeva così l’arma indispensabile contro il mortale nemico zarista.

Come «trivialissima retorica» Marx ed Engels consideravano anche la «fratellanza universale dei popoli» che, senza riguardo alla posizione storica, al grado di sviluppo sociale dei popoli pretendeva pari pari di affratellare tutti a vanvera; «giustizia», «umanità», «libertà», «uguaglianza», «fraternità», «indipendenza» erano per essi parole più o meno morali che suonavano molto bene, ma che non dimostravano assolutamente nulla in questioni storiche e politiche. Questa «moderna mitologia» è sempre stata per loro motivo d’orrore. E tanto più in quelle giornate roventi della rivoluzione per loro valeva soltanto la parola d’ordine: pro o contro?

Così gli articoli della Neue Rheinsiche Zeitung sulla Polonia erano animati da una passione schiettamente rivoluzionaria, che li innalzava molto al di sopra dei discorsi filopolacchi della democrazia corrente. Ancor oggi essi valgono come un’eloquente testimonianza di un penetrante acume politico. Tuttavia non sono privi di errori sulla storia polacca. Per quanto fosse importante dire che la lotta per l’indipendenza della Polonia poteva essere vittoriosa soltanto se fosse stata nello stesso tempo una vittoria della democrazia nelle campagne sull’assolutismo patriarcale-feudale, era però inesatto supporre che i polacchi avessero riconosciuto questa connessione sin dai tempi della costituzione del 1791. Ed era altrettanto inesatto che nel 1848 la vecchia Polonia della democrazia nobiliare fosse da tempo morta e sepolta e che avesse lasciato dietro di sé un figlio vivo e vitale, la Polonia della democrazia contadina. Negli Junker polacchi che combattevano con splendido eroismo sulle barricate dell-Europa occidentale per liberare il loro popolo dalla stretta mortale della potenza orientale, Marx ed Engels vedevano i rappresentanti della nobiltà polacca, mentre avveniva soltanto che i Lelewel e i Mieroslawski, induriti e purificatisi nel fuoco della lotta, si alzavano al di sopra della loro classe, come una volta gli Hutten e i Sickingen si erano alzati al di sopra dei cavalieri tedeschi e, in un passato più recente, i Clausewitx e gli Gneisenau al di sopra degli Junker prussiani.

Anche Marx ed Engels superarono ben presto questo errore. Engels, invece, a sempre mantenuto lo sprezzante giudizio della Neue Rheinische Zeitung sulle lotte per l’indipendenza delle nazioni e nazioncine slave del sud. Nel 188? Engels si espresse in proposito non diversamente che nella polemica che egli ebbe nel 1849 con Bakunin. Nel luglio del 1848 il rivoluzionario russo era sospettato sul giornale dal loro corrispondente parigino, Ewelbeck, di essere un agente del governo russo, e l’affermazione era stata confermata da un analogo e contemporaneo comunicato dell’agenzia Havas. Tuttavia la notizia si era subito rivelata falsa ed era stata smentita in pieno dalla redazione. Poi Marx, quando alla fine d’agosto e al principio di settembre compì un viaggio a Berlino e Vienna, aveva rinnovato le sue vecchie relazioni amichevoli con Bakunin e aveva aspramente stigmatizzato nell’ottobre la sua espulsione della Prussia. Anche Engels univa a una sua polemica contro un appello di Bakunin agli slavi la premessa che Bakunin era suo amico, ma poi stroncava con concretezza e decisione le tendenze panslaviche del breve scritto di lui.

Anche qui decisivo era anzi tutto l’interesse della rivoluzione. Nella lotta del governo di Vienna contro i rivoluzionari tedeschi e ungheresi, gli slavi dell’Austria – ad eccezione dei polacchi – si erano schierati dalla parte della reazione. Essi avevano assalito Vienna rivoluzionaria e l’avevano consegnata alla spietata vendetta dei governanti imperialregi; nel momento in cui Engels scriveva contro Bakunin, essi erano in campo contro l’Ungheria insorta, la cui guerra rivoluzionaria Engels seguiva nella Neue Rheinische Zeitung con grande competenza tecnica, e per di più con quell’appassionata partecipazione, che gli faceva sopravvalutare i magiari, come i polacchi, oltre il livello del loro sviluppo storico. Alla rivendicazione di Bakunin, che fosse assicurata l’indipendenza agli slavi dell’Austria, Engels rispondeva: «Noi non ci pensiamo nemmeno. Alle frasi sentimentali sulla fratellanza, che qui ci vengono presentate in nome delle nazioni più reazionarie d’Europa, noi rispondiamo che l’odio contro i russi era ed è ancora tra i tedeschi la prima passione rivoluzionaria; che dalla rivoluzione vi si è aggiunto l’odio contro i cechi e i croati, e che noi, insieme con i polacchi e i magiari, possiamo consolidare la rivoluzione soltanto col più decisivo terrorismo contro questi popoli slavi. Ora noi sappiamo dove sono concentrati i nemici della rivoluzione: in Russia e nei paesi slavi dell’Austria, e nessuna frase, nessun rinvio a un indeterminato futuro democratico di questi paesi ci tratterrà dal trattare da nemici i nostri nemici». E così Engels decretava una lotta spietata per la vita e per la morte contro lo «slavismo traditore della rivoluzione».

E tuttavia ciò non era scritto o non era scritto soltanto in un impeto d’ira per i servizi che gli slavi dell’Austria prestavano alla reazione europea. Engels negava ai popoli slavi – ad eccezione dei polacchi, dei russi e magari degli slavi della Turchia – ogni avvenire storico, «per il semplice motivo che a tutti gli altri slavi mancavano tutte le premesse storiche, geografiche, politiche e industriali per l’indipendenza e la stessa esistenza». La lotta per la loro indipendenza nazionale li rendeva strumenti inerti dello zarismo, e in questo le beneintenzionate illusioni dei panslavisti democratici non potevano cambiare nulla. Il diritto storico dei grandi popoli civili a uno sviluppo rivoluzionario era preminente rispetto alla lotta di queste piccole, striminzite, impotenti nazioncine per la loro indipendenza, anche se così dovesse andar sgualcito di forza il fiorellino delicato di qualche nazione; soltanto così esse sarebbero state messe in grado di partecipare a uno sviluppo storico a cui, abbandonate a se stesse, sarebbero rimaste del tutto estranee. E così, ancora nel 1882, quando la spinta alla libertà degli slavi dei Balcani contrastava con gli interessi del proletariato dell’Europa occidentale, Engels diceva che avrebbe fatto volentieri a meno di queste longae manus dello zarismo; simpatie poetiche non hanno posto nella politica.

Engels si sbagliava quando negava un avvenire storico alle piccole nazioni slave, ma il suo pensiero fondamentale era senza dubbio giusto, e la Neue Rheinische Zeitung lo sostenne con tutta decisione anche in un caso in cui esso coincideva con le «simpatie poetiche» del filisteo.

2. Le giornate di giugno
4. Le giornate di settembre

Vita di Marx