Cap. VI: Rivoluzione e controrivoluzione
1. Le giornate di febbraio e di marzo

Il 24 febbraio 1848 la rivoluzione aveva rovesciato la monarchia borghese in Francia. Essa ebbe il suo contraccolpo anche a Bruxelles, ma il re Leopoldo, un Coburgo furbo matricolato, seppe cavarsi d’impaccio più abilmente di quanto avesse fatto suo suocero a Parigi. Egli promise ai suoi ministri, ai suoi deputati e ai suoi borgomastri liberali di deporre la corona se la nazione lo desiderasse, e così commosse a tal punto i sensibili uomini di Stato della borghesia che essi rinunciarono ad ogni pensiero di ribellione.

Poi il re fece disperdere dai suoi soldati le assemblee popolari sulle pubbliche piazze, e scatenò la polizia alla caccia dei rifugiati strinieri. In quest’occasione si procedette con particolare brutalità contro Marx; non solo si arrestò lui, ma anche sua moglie, che fu tenuta per una notte rinchiusa con delle prostitute. Il commissario di polizia responsabile di questa infamia fu poi destituito, e l’arresto fu subito revocato ma fu confermata l’espulsione, che era del resto un’angheria superflua.

Marx era infatti senz’altro in procinto di partire per Parigi. Il Comitato centrale di Londra della Lega dei Comunisti, subito dopo lo scoppio della rivoluzione di febbraio, aveva trasmesso i suoi poteri al Comitato distrettuale di Bruxelles. Ma questo, nelle condizioni di stato d’assedio esistenti già di fatto a Bruxelles, trasmise i suoi poteri a Marx il 3 marzo, con l’autorizzazione a creare un nuovo comitato centrale a Parigi, dove Marx era stato invitato a tornare sin dal 1° marzo con una lettera del Governo provvisorio, a firma di Flocon, assai lunsinghiera per lui.

Già il 6 marzo Marx poté dimostrare la superiorità del suo giudizio, contrapponendosi, in una grande assemblea dei tedeschi viventi a Parigi, al piano avventuroso di irrompere in Germania a mano armata per farvi scoppiare la rivoluzione. Il piano era stato covato dall’ambiguo Bornstedt, al quale purtroppo riuscì di convinvere Herwegh. Anche Bakunin, che più tardi se ne pentì, allora fu favorevole. Il Governo provvisiorio sostenne il piano, non per entusiasmo rivoluzionario, ma con il secondo fine di liberarsi degli operai stranieri in un momento di disoccupazione crescente; esso accordò loro alloggiamenti e un soldo di 50 centesimi al giorno durante la marcia fino al confine. Herwegh non si ingannò sul «motivo egoistico di liberarsi di molte migliaia di operai che facevano concorrenza ai francesi», ma per la sua mancanza di senso politico spinse l’avventura fino al suo miserevole epilogo presso Niederdossebach.

Marx, mentre si contrapponeva decisamente a questo modo di giocare alla rivoluzione, che era divenuto del tutto insensato dopo che la rivoluzione aveva vinto a Vienna il 13 marzo e a Berlino il 18 marzo, si procurava i mezzi per sostenere efficacemente la rivoluzione tedesca, sulla quale soprattutto i comunisti avevano rivolto la loro attenzione. Sulla base dei pieni poteri ricevuti egli costituì un nuovo comitato centrale, formato per metà da antichi brussellesi (Marx, Engels, Wolff), per metà da antichi londinesi (Bauer, Moll, Schapper). Esso lanciò un appello contenente diciassette rivendicazioni «nell’interesse del proletariato tedesco, del ceto piccolo-borghese e contadino», tra cui la proclamazione della intera Germania a repubblica una e indivisibile, l’armamento generale del popolo, la statizzazione dei possessi fondiari principeschi e delle altre terre feudali, delle miniere, delle cave, dei mezzi di trasporto, l’istituzione di opifici nazionali, l’istruzione popolare generale e gratuita, ecc. Naturalmente queste rivendicazioni della propaganda comunista dovevano soltanto segnare le direttive generali; nessuno meglio di Marx sapeva che esse non potevano essere realizzate dall’oggi al domani, ma soltanto in un lungo processo di sviluppo rivoluzionario.

La Lega dei Comunisti era troppo debole per promuovere come organizzazione chiusa, il movimento rivoluzionario. Si vide cha la sua riorganizzazione sul continente era ancora a suoi primi inizi. Tuttavia la cosa importava poco, in quanto era venuta meno ogni giustificazione della sua esistenza dopo che la rivoluzione aveva fornito alla classe operaia i mezzi e la possibilità per una propaganda pubblica. In queste condizioni, Marx ed Engels fondaroo a Parigi un club comunista tedesco, in ci consigliarono agli operai di non partecipare alla spedizione di Herwegh, e di ritornare invece in patria ciascuno per proprio conto e di agira a favore del movimento rivoluzionario. Così essi aiutarono qualche centinaio di operai a passare in Germania, ottenendo loro, per mezzo di Flocon, le stesse agevolazioni che erano state accordate al reparto partigiano di Herweg dal Governo provvisorio.

In questo modo anche la grande maggioranza dei membri della Lega arrivò in Germania, e per mezzo loro la Lega si confermò un’eccellente scuola per la rivoluzione. Dove il movimento prese uno slancio possente, le forze che lo sospingevano erano membri della Lega: Schapper nal Nassau, Wolff a Breslavia, Stephan Born a Berlino, altri altrove. Born scriveva a Marx cogliendo nel segno: «La Lega è dissolta, dappertutto e in nessun luogo». Come organizzazione non era in nessun luogo, come propaganda era dovunque fossero già poste le reali condizioni per la lotta di emancipazione del proletariato, cosa che a dire il vero avveniva soltanto per una parte relativamente piccola della Germania. Marx e i suoi amici più intimi si lanciarono in Renania, in quanto era la parte più progredita della Germania, dove per di più il Code Napoléon assicurava loro più libertà di movimento di quanto ne avrebbe concesso il diritto regionale prussiano a Berlino. RIuscì loro di controllare i preparativi fatti a Colonia da parte di democratici e anche di comunisti per fondare un grande giornale. Certo restavano ancora una serie di difficoltà da superare; in particolare, Engels ebbe la delusione di vedere che il comunismo del Wuppertal, lungi dall’essere una realtà, e tanto meno una forza, da quando la rivoluzione si era mostrata in carne ed ossa, era rimasto soltanto un fantasma scomparso al cessar della notte.

Il 25 aprile egli scriveva da Barmen a Marx, a Colonia: «C’è maledettamente poco da contare sulla vendita di azioni qui… Tutti han paura di discutere questioni sociali come della peste; lo chiamano incitamento alla rivolta… Dal mio vecchio non c’è proprio niente da cavar fuori, Per lui già la Kölner Zeitung è il non plus ultra dell’incitamento alla rivolta, e invece di 1.000 talleri preferibbe mandarci tra capo e collo 1.000 proiettili»1. Comunque anche Engels procurò altre quattordici azioni, e dal 1° giugno poté uscire la Neue Rheinische Zeitung.

Marx firmava come redattore capo, e al suo comitato di redazione appartenevano Engels, Dronke, Weerth e i due Wolff.

2. Le giornate di giugno

Vita di Marx

Note

  1. Carteggio Marx-Engels, vol. I cit., p. 120.