Cap. V: L’esilio a Bruxelles
8. Il «Manifesto comunista»

Nel frattempo anche il manoscritto del Manifesto comunista era stato mandato a Londra per la stampa.

Lavori preparatori non ne erano mancati già dopo il primo congresso, che aveva rinviato a un secondo congresso la deliberazione di un programma comunista. Era ovvio che i teorici del movimento si occupassero di questo compito. Marx ed Engels, ed anche Hess, hanno steso alcuni primi abbozzi del genere.

Ma si è conservato soltanto l’abbozzo a proposito del quale Engels scriveva a Marx il 24 novembre 1847, cioè poco prima del secondo congresso: «Pensa un po’ alla professione di fede. Io credo che facciamo la cosa migliore se abbandoniamo la forma di catechismo e intoliamo la cosa: Manifesto comunista. Dato che bisogna più o meno narrare la storia, la forma usata finora non si adatta per nulla. Porterò con me quello di qui che ho fatto io, è semplicemente narrativa, ma redatta in modo miserabile, con una fretta tremenda»1. Engels aggiungeva che l’abbozzo non era stato ancora sottoposto al giudizio delle comunità parigine, ma che sperava di farlo passare, a parte alcune minuzie da nulla.

Esso è redatto ancora proprio nella forma di catechismo che in ogni caso avrebbe aiutato, piuttosto che compromesso, la sua grande accessibilità per l’uomo comune. Per gli scopi dell’agitazione immediata, esso sarebbe stato più adatto del Manifesto scritto poi, col quale coincide perfettamente per quanto riguarda il contenuto ideologico. Nondimeno Engels sacrificando del tutto le sue venticinque domande e risposte a favore di uno studio storico, dette una prova della sua coscienziosità; il Manifesto, nel quale il comunismo si annunciava come fenomeno storico mondiale, doveva – secondo le parole dello storico greco – essere un’opera di importanza duratura e non uno scritto polemico per il lettore distratto.

È infatti anche la sua forma classica che ha assicurato al Manifesto comunista il suo posto stabile nella letteratura mondiale. E non perché si debba con ciò fare una concessione a quegli strani originali che, estraendone singole frasi, hanno preteso di dimostrare che gli autori del Manifesto avrebbero plagiato Carlyle o Gibbon o Sismondi, o chissà chi altro. Questo non è che polvere negli occhi, e per questo riguardo il Manifesto è tanto indipendente e originale quanto non lo è mai stata nessun’opera. Ma tuttavia esso non contiene nessun pensiero che Marx ed Engels non avessero già espresso nei loro scritti precedenti. Il Manifesto non fu una nuova rivelazione, soltanto riassumeva la nuova concezione del mondo dei suoi autori in uno specchio la cui luce non poteva essere più chiara e la cui cornice più stretta. Per quello che lo stile ci consente di giudicare, Marx ha avuto la parte maggiore nel dargli la forma definitiva, sebbene Engels, come il suo abbozzo dimostra, non stesse affatto su di un livello ideologico inferiore, e debba con lo stesso buon diritto esserne considerato, anch’egli, autore.

Da quando uscì il Manifesto sono passati due terzi di secolo, e questi sei o sette decenni sono stati un periodo di possenti rivolgimenti economici e politici, che non sono passati senza lasciar traccia sul Manifesto. Per certi versi lo sviluppo storico si è compiuto altrimenti, e soprattutto più lentamente di quanto i suoi autori non supponessero.

Quanto più il loro sguardo si spingeva in avanti, tanto più le cose apparivano loro vicine. Si può dire che non si poteva avere la luce senza queste ombre. È un fenomeno psicologico che Lessing ha già notato negli uomini che lanciano «sguardi molto giusti nel futuro»: «Quello per cui la natura si prende millenni di tempo, deve maturarsi nel breve attimo della loro esistenza». Ora Marx ed Engels non si sono sbagliati di millenni, ma certo di parecchi decenni. Nel concepire il Manifesto essi vedevano lo sviluppo del modo di produzione capitalistico ad un grado tale che esso ha appena raggiunto oggi. Ed Engels si esprimeva nel suo abbozzo in modo anche più crudo che nel Manifesto stesso, là dove diceva che nei paesi civili in quasi tutti i rami della produzione veniva attuato il sistema di fabbrica, e che in quasi tutti i rami della produzione l’artigianato e la manifattura erano stati soppiantati dalla grande industria.

In singolare contrasto con questo stava la consistenza relativamente meschina dei partiti operai che il Manifesto comunista poté registrare. Perfino il più notevole di essi, il cartismo inglese, era ancora fortemente penetrato di elementi piccolo-borghesi, e tanto più lo era il partito socialista democratico in Francia. I radicali della Svizzera e quei rivoluzionari polacchi per i quali l’emancipazione dei contadini era la condizione preliminare della liberazione nazionale, erano soltanto ombre. Più tardi gli autori hanno indicato quale ristretto territorio di diffusione avesse allora il movimento proletario, e sottolineato in particolare l’assenza della Russia e degli Stati Uniti. «Erano i tempi in cui la Russia costituiva l’ultima grande riserva di tutta la reazione europea e l’emigrazione negli Stati Uniti assorbiva le forze esuberanti del proletariato europeo. Entrambi quei paesi rifornivano l’Europa di materie prime e le servivano al tempo stesso di mercato per i suoi prodotti industriali. Così entrambi, in un modo o nell’altro, erano dei bastioni dell’ordine sociale esistente in Europa»2. Come era cambiato tutto ciò già dopo una generazione, e così completamente oggi! Ma è davvero una confutazione del Manifestola constatazione che la «funzione altamente rivoluzionaria» che esso attribuisce al modo di produzione capitalistico ebbe un respiro più lungo di quanto non gli attribuissero i suoi autori?

È legato con questo il fatto che la descrizione avvincente e grandiosa che il primo capitolo del Manifesto traccia della lotta di classe tra la borghesia e il proletariato nelle sue linee fondamentali è invero di insuperabile verità, ma tratta in modo fin troppo sommario il processo di questa lotta. Oggi non si può porre la questione in questi termini generali, che l’operaio moderno – a differenza delle classi oppresse del passato, a cui erano state assicurate le condizioni entro le quali esse potevano almento aver sicura la loro esistenza servile – invece di elevarsi col progresso dell’industria, precipita sempre più profondamente al di sotto delle condizioni della sua stessa classe. Per quanto il modo di produzione capitalistica presenti questa tendenza, tuttavia larghi strati della classe operaia hanno saputo assicurarsi, anche sul terreno della società capitalistica, un’esistenza che si eleva addirittura al di sopra del livello di esistenza di certi strati piccolo-borghesi.

Ci si dovrà certo guardare dall’inseguire perciò coi critici borghesi la caducità della «teoria dell’immiserimento» che sarebbe stata proclamata dal Manifesto comunista. Questa teoria, l’asserzione cioè che il modo di produzione capitalistico immiserirebbe le masse delle nazioni in cui esso predomina, era stata avanzata lungo tempo prima che apparisse il Manifesto comunista, anzi prima che Marx ed Engels prendessero la penna in mano. Essa era stata avanzata da pensatori socialisti, da politici radicali, anzi prima di tutti da economisti borghesi. La legge della popolazione di Malthus si affannava a contestare la «teoria dell’immiserimento» come una legge naturale eterna. La «teoria dell’immiserimento» rispecchiava una prassi contro la quale inciampava perfino la legislazione delle classi dominanti. Si fabbricavano leggi sui poveri e si costruivano bastiglie per i poveri, nella quali l’immiserimento veniva considerato come una colpa dei poveri e come tale veniva punito. Questa «teoria dell’immiserimento» l’hanno tanto poco inventata Marx ed Engels che essi le si sono anzi opposti fin dal principio, non certo in quanto essi combattessero la realtà incontrovertibile e universalmente riconosciuta dell’immiserimento, ma in quanto dimostrarono che questo immiserimento non era una legge naturale eterna, ma un fenomeno antico che poteva essere eliminato, e lo sarà, grazie agli effetti dello stesso modo di produzione che l’aveva generato.

Se si vuole levare un’accusa contro il Manifesto comunista partendo da queste posizioni, si può mirare soltanto al fatto che esso non si era ancora abbastanza liberato dall’impostazione della teoria borghese dell’«immiserimento». Esso stava ancora sulle posizioni della legge dei salari, così come l’aveva sviluppata Ricardo partendo dalla teoria della popolazione di Malthus; perciò dava un giudizio troppo svalutativo sulle lotte salariali e sulle organizzazioni sindacali degli operai, nelle quali riconosceva essenzialmente soltanto la piazza d’armi e il campo di manovra della lotta politica di classe. Nella legge inglese sulle dieci ore Marx ed Engels non riconoscevano ancora, come fecero più tardi, la «vittoria di un principio»; partendo da premesse capitalistiche essa era ai loro occhi soltanto una catena reazionaria per la grande industria. Insomma il Manifesto non riconosceva ancora nelle leggi di fabbrica e nelle organizzazioni sindacali le tappe della lotta per l’emancipazione del proletariato, che dovrà rivoluzionare la società capitalistica nella società socialista e che sarà combattuta finoa alla sua meta ultima, se non si vuole che vadano perduti anche i primi successi, faticosamente conquistati.

Conformemente a ciò il Manifesto considerava la realzione del proletariato alle tendenze dell-immiserimento insite nel modo di produzione capitalistico, troppo unilateralmente alla luce di una rivoluzione politica. Davanti ad esso aleggiavano gli esempi della rivoluzione inglese e francese; esso attendeva alcuni decenni di guerre civili e di lotte di popolo, nella cui serra calda il proletariato sarebbe presto giunto a maturità politica. L’opinione degli autori si manifestava con piena chiarezza nelle frasi che trattavano dei compiti del partito comunista in Germania. Il Manifesto auspicava qui la lotta comune del proletariato e della borghesia, non appena questa agisse rivoluzionariamente contro la monarchia assoluta, la proprietà fondiaria feudale e la piccola borghesia, senza però lasciar passare un momento per portare gli operai alla coscienza più chiara possibile dell’antagonismo insanabile tra borghesia e proletariato.

Vi si dice poi: «Sulla Germania i comunisti rivolgono specialmente la loro attenzione, perché la Germania è alla vigilia della rivoluzione borghese, e perché essa compie tale rivoluzione in condizioni di civiltà generale europea più progredite e con un proletariato molto più sviluppato che non avessero l’Inghilterra nel secolo XVII e la Francia nel secolo XVIII; per cui la rivoluzione borghese tedesca non può essere che l’immediato preludio di una rivoluzione proletaria»3. Questa rivoluzione borghese in Germania, a dire il vero, tenne subito dietro al Manifesto ma le condizioni nelle quali essa si compì ebbero proprio l’effetto opposto: lasciarono fermarsi a mezza via la rivoluzione borghese, fino a che, alcuni mesi dopo, la battaglia parigina del giugno fece passare ogni velleità rivoluzionaria alla borghesia e particolarmente alla borghesia tedesca.

Così il dente del tempo ha roso qua e là le frasi quasi scolpite sul marmo del Manifesto. Già nell’anno 1872 gli autori stessi, nella prefazione ad una nuova edizione, riconoscevano che esso era «qua e là invecchiato», ma potevano con ugual diritto aggiungere che i principi fondamentali sviluppati nel Manifesto avevano conservato nel complesso la loro piena validità. E ciò varrà finché non sarà finita la lotta mondiale tra borghesia e proletariato. I momenti decisivi di questa lotta sono svolti con insuperabile maestria nel primo capitolo, come nel secondo sono svolte le idee direttive del comunismo scientifico moderno; e se nel terzo capitolo la critica della letteratura socialista e comunistica giunge soltanto fino all’anno 1847, essa getta però lo sguardo così al fondo delle cose, che da allora in poi non è sorta nessuna tendenza socialista o comunista che onn sia stata già criticata in questo capitolo. Ma finanche la predizione del quarto ed ultimo capitolo sullo svolgimento storico in Germania è stata vera, sia pure in un senso diverso di come la pensavano i suoi autori; la rivoluzione borghese in Germania, rattrappitasi già in germe, è stata soltanto un preludio del possente sviluppo della lotta di classe del proletariato.

Incrollabile nelle sue verità fondamentali e istruttivo anche nei suoi errori, il Manifesto comunista è divenuto un documento della storia mondiale, e attraverso la storia mondiale risuona il grido di battaglia con cui esso si conchiude: Proletari di tutti i paesi, unitevi!

7. Propaganda a Bruxelles

Vita di Marx

 

Note

  1. Carteggio Marx-Engels, vol. I cit., p. 107.
  2. Prefazione all’edizione russa del Manifesto (1882), in K. Marx-F. Engels, Il Partito e l’Internazionale, Edizioni Rinascita, Roma, 1948, p. 35.
  3. K. Marx-F. Engels, Manifesto del Partito Comunista, in Il Partito e l’Internazionale, cit., p. 76.